Si parlò quindi di cose indifferenti. — Il conte cercava, fin dove il
potesse, di far cadere il discorso su ciò che più gli stava a cuore;
la donzella contenevasi alle formole di cortesia. — Operavano come
due naviganti che dirigono senza accordo uno schifo su di un placido
stagno. L'uno vogava a tutte braccia tentando di volgere la prora
ad un punto; l'altro, governando a poppa, con inavvertita manovra lo
forzava a tenersi al largo. Ma ciò senza studio e proposito: la nostra
fanciulla non era di quelle creature che si adombrano di tutto, e che
mettono arte o vanità nel custodire la propria innocenza. Diciam ciò a
suo onore: perocchè la vera innocenza non è conscia a sè stessa; e dove
sa di esistere, probabilmente non esiste più.
“Io parto — ripigliò il conte dopo un momento di silenzio — ma nel
lasciarvi, oltre il dolore della lontananza, di cui vi taccio la
misura, sento quello di abbandonarvi qui sola, indifesa, esposta
alle prepotenze dei nemici di vostro padre. Non temete voi la vostra
solitudine?„
“Credo che nessun soggiorno convenga al mio lutto, meglio di questo,
che voi chiamate una solitudine. Qui ho meco le più care memorie. Le
memorie sono la prole postuma delle sensazioni spente: esse conservano
qualche dolcezza della loro origine. Tra poco una nuova memoria
aggiungerò al tesoro delle mie antiche; avrò meco un altr'ospite....
“Un ospite?„ — interruppe il conte con meraviglia.
“Sì, o signore; prima che partiate io volgerò a voi una preghier.„
“Quale?„ — chiese il conte con sollecitudine.
“Quella di voler onorare di una vostra visita le più riposte parti
di questo castello. Vi condurrò io stessa nel sacrario delle mie
affezioni, là dove dormono da quasi due secoli i miei avi; vedrete
l'avello di mia madre, che dimani accoglierà la salma dell'ottimo
genitore.„
Il conte non potè, benchè il volesse, frenare un largo respiro,
all'udire quelle parole. Che temesse prima, di che poi si rallegrasse,
l'indovini il lettore.
“Io sarò con voi — diss'egli — nel porgere un tributo di pietà alle
ceneri de' vostri maggiori. — Gli assidui interessi, le passioni
compagne di una vita tempestosa, la continua guerra che ferve in
me, non mi hanno ancora immiserito del tutto. Io sento vivamente la
religione degli affetti; e l'ho più cara appunto perchè un culto libero
di essa mi è interdetto. Che io trovi, come voi, dove dirigere il mio
cuore, dove aprirlo alla libera effusione dei sentimenti, ed avrò più
conforto, che non è d'uopo, per combattere le battaglie della vita. Ma
quand'io esca da uno smodato lusso di cose futili, che ormai mi cagiona
fastidio, tutto è miseria intorno a me. Cerco inutilmente un volto
amico, una mano che stringa con lealtà la mia, un labro meno prodigo di
frasi sonanti e più concorde col cuore. Io imploro indarno un palpito,
fosse anche di dolore, ma schietto almanco e simile a quello che ora
provate voi, rifrugando nelle memorie della vostra vita. Anch'io visito
alcuna volta la tomba del mio genitore. Dinanzi alle forme severe di
lui superbamente adagiato sul coperchio del suo sarcofago, m'arresto
più spaventato che commosso, poichè vedo le sembianze del principe
rigido ed inflessibile; non mai quelle del padre amoroso. Vinco la mia
ritrosia, e prego, ma non so piangere; vorrei provare pietà, e provo
terrore. Quella vista mi ricorda la mia infanzia sfiorata senza gioje,
come un piccolo esule sotto lo stesso tetto de' miei parenti. Rammento
che le persone mercenarie, a cui venni affidato, s'affrettarono ad
indolcire le mie labra infantili col veleno dell'adulazione, ond'io
fossi, per opera loro, una primizia di perversità. Rammento che sotto
la scorta dei primi maestri appresi i pregiudizii, non le verità
della vita; i diritti, non i doveri del principe. — Giovinetto, tutti
erano a gara intorno a me per strapparmi una libera confessione di
appettiti; e di comandi; bramosi tutti d'essere i primi ad appagarli.
— Dolevansi i perfidi di non trovarmi abbastanza imperioso e volubile.
Io, infatti, il più delle volte mi mostrai freddo ed inaccessibile
alle loro tentazioni; ed è perciò, che fui tacciato d'insipienza. Il
mio cuore, che respingeva quell'immondo pascolo, aspirando a gioje più
calme, non venne mai interrogato. Seppi d'essere sposo ad Isabella
di Francia, quando il rompere o il ritardare quel nodo era cosa
impossibile. Da quella principessa ebbi una ricca dote, un illustre
parentado; ma affetti e gioje domestiche, non mai. Sontuosissime
furono le nozze, come le esequie, quando il cielo a sè la chiamò; ma
l'una e l'altra solennità, portò seco ogni traccia di vero e profondo
affetto. Povera Isabella! io piansi, vi giuro, la sua sorte, perchè era
buona e virtuosa: ma quel pianto è vuoto di memorie; io non vidi nel
tristo caso, che la provida fine di una esistenza ancor più infelice
della mia. — Ah se il mio dolore avesse potuto, come il vostro, essere
accompagnato da qualche cara rimembranza, io sarei felice! — come voi
la sarete anche in mezzo alle vostre sventure.... Ma basta o Agnesina;
basta: io visiterò la tombe della vostra famiglia, ed invidierò le
vostre lacrime....„
Queste parole non cadevano in fallo sull'animo della fanciulla,
ancorchè il terreno non fosse preparato ad accoglierle. In faccia a
quell'uomo, e dopo quella confessione, ella provò quel tanto di pietà,
che è proprio ad ogni animo ben fatto, quando scopre il dolore, là dove
credeva trovare una felicità privilegiata. — Più tardi, nella quiete
dei giorni successivi, quando nuove disgrazie vennero a scompaginare
i suoi progetti, quelle parole ritornarono non ultime nè ingrate alla
sua memoria; e a poco a poco pigliarono lo sviluppo proprio al grano di
semente, che appunto sotto le brume dell'avversa stagione cestisce, e
centuplica i frutti.