XLIII.

Si parlò quindi di cose indifferenti. — Il conte cercava, fin dove il

potesse, di far cadere il discorso su ciò che più gli stava a cuore;

la donzella contenevasi alle formole di cortesia. — Operavano come

due naviganti che dirigono senza accordo uno schifo su di un placido

stagno. L'uno vogava a tutte braccia tentando di volgere la prora

ad un punto; l'altro, governando a poppa, con inavvertita manovra lo

forzava a tenersi al largo. Ma ciò senza studio e proposito: la nostra

fanciulla non era di quelle creature che si adombrano di tutto, e che

mettono arte o vanità nel custodire la propria innocenza. Diciam ciò a

suo onore: perocchè la vera innocenza non è conscia a sè stessa; e dove

sa di esistere, probabilmente non esiste più.

“Io parto — ripigliò il conte dopo un momento di silenzio — ma nel

lasciarvi, oltre il dolore della lontananza, di cui vi taccio la

misura, sento quello di abbandonarvi qui sola, indifesa, esposta

alle prepotenze dei nemici di vostro padre. Non temete voi la vostra

solitudine?„

“Credo che nessun soggiorno convenga al mio lutto, meglio di questo,

che voi chiamate una solitudine. Qui ho meco le più care memorie. Le

memorie sono la prole postuma delle sensazioni spente: esse conservano

qualche dolcezza della loro origine. Tra poco una nuova memoria

aggiungerò al tesoro delle mie antiche; avrò meco un altr'ospite....

“Un ospite?„ — interruppe il conte con meraviglia.

“Sì, o signore; prima che partiate io volgerò a voi una preghier.„

“Quale?„ — chiese il conte con sollecitudine.

“Quella di voler onorare di una vostra visita le più riposte parti

di questo castello. Vi condurrò io stessa nel sacrario delle mie

affezioni, là dove dormono da quasi due secoli i miei avi; vedrete

l'avello di mia madre, che dimani accoglierà la salma dell'ottimo

genitore.„

Il conte non potè, benchè il volesse, frenare un largo respiro,

all'udire quelle parole. Che temesse prima, di che poi si rallegrasse,

l'indovini il lettore.

“Io sarò con voi — diss'egli — nel porgere un tributo di pietà alle

ceneri de' vostri maggiori. — Gli assidui interessi, le passioni

compagne di una vita tempestosa, la continua guerra che ferve in

me, non mi hanno ancora immiserito del tutto. Io sento vivamente la

religione degli affetti; e l'ho più cara appunto perchè un culto libero

di essa mi è interdetto. Che io trovi, come voi, dove dirigere il mio

cuore, dove aprirlo alla libera effusione dei sentimenti, ed avrò più

conforto, che non è d'uopo, per combattere le battaglie della vita. Ma

quand'io esca da uno smodato lusso di cose futili, che ormai mi cagiona

fastidio, tutto è miseria intorno a me. Cerco inutilmente un volto

amico, una mano che stringa con lealtà la mia, un labro meno prodigo di

frasi sonanti e più concorde col cuore. Io imploro indarno un palpito,

fosse anche di dolore, ma schietto almanco e simile a quello che ora

provate voi, rifrugando nelle memorie della vostra vita. Anch'io visito

alcuna volta la tomba del mio genitore. Dinanzi alle forme severe di

lui superbamente adagiato sul coperchio del suo sarcofago, m'arresto

più spaventato che commosso, poichè vedo le sembianze del principe

rigido ed inflessibile; non mai quelle del padre amoroso. Vinco la mia

ritrosia, e prego, ma non so piangere; vorrei provare pietà, e provo

terrore. Quella vista mi ricorda la mia infanzia sfiorata senza gioje,

come un piccolo esule sotto lo stesso tetto de' miei parenti. Rammento

che le persone mercenarie, a cui venni affidato, s'affrettarono ad

indolcire le mie labra infantili col veleno dell'adulazione, ond'io

fossi, per opera loro, una primizia di perversità. Rammento che sotto

la scorta dei primi maestri appresi i pregiudizii, non le verità

della vita; i diritti, non i doveri del principe. — Giovinetto, tutti

erano a gara intorno a me per strapparmi una libera confessione di

appettiti; e di comandi; bramosi tutti d'essere i primi ad appagarli.

— Dolevansi i perfidi di non trovarmi abbastanza imperioso e volubile.

Io, infatti, il più delle volte mi mostrai freddo ed inaccessibile

alle loro tentazioni; ed è perciò, che fui tacciato d'insipienza. Il

mio cuore, che respingeva quell'immondo pascolo, aspirando a gioje più

calme, non venne mai interrogato. Seppi d'essere sposo ad Isabella

di Francia, quando il rompere o il ritardare quel nodo era cosa

impossibile. Da quella principessa ebbi una ricca dote, un illustre

parentado; ma affetti e gioje domestiche, non mai. Sontuosissime

furono le nozze, come le esequie, quando il cielo a sè la chiamò; ma

l'una e l'altra solennità, portò seco ogni traccia di vero e profondo

affetto. Povera Isabella! io piansi, vi giuro, la sua sorte, perchè era

buona e virtuosa: ma quel pianto è vuoto di memorie; io non vidi nel

tristo caso, che la provida fine di una esistenza ancor più infelice

della mia. — Ah se il mio dolore avesse potuto, come il vostro, essere

accompagnato da qualche cara rimembranza, io sarei felice! — come voi

la sarete anche in mezzo alle vostre sventure.... Ma basta o Agnesina;

basta: io visiterò la tombe della vostra famiglia, ed invidierò le

vostre lacrime....„

Queste parole non cadevano in fallo sull'animo della fanciulla,

ancorchè il terreno non fosse preparato ad accoglierle. In faccia a

quell'uomo, e dopo quella confessione, ella provò quel tanto di pietà,

che è proprio ad ogni animo ben fatto, quando scopre il dolore, là dove

credeva trovare una felicità privilegiata. — Più tardi, nella quiete

dei giorni successivi, quando nuove disgrazie vennero a scompaginare

i suoi progetti, quelle parole ritornarono non ultime nè ingrate alla

sua memoria; e a poco a poco pigliarono lo sviluppo proprio al grano di

semente, che appunto sotto le brume dell'avversa stagione cestisce, e

centuplica i frutti.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 60 / 111 题