Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento
straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un
dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande
idea di suo padre. — Nella sua morte stava il trionfo della austera
virtù del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva
come si piange il soldato morto sul campo. — Perchè questa nobile
rassegnazione non sembri nè nuova nè romanzesca, chiedete ai parenti
orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non è consolante
il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!
Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non
opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla,
e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo
volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi
che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo
padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col
dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del più nobile fra i
cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le
apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se
non fosse stato sacro e sublime.
Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non
vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. —
Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni
che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna
convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva
in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in
faccia al conte; libera poi d'erompere nelle più vive manifestazioni
del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di
lacrime!
Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande
rivolgimento. — Se vi era necessità d'altri fatti per rassodare in
lui lo sdegno contro Barnabò, questo sarebbe stato il più grave ed
efficace. È impossibile ottenere un equa valutazione delle opere
altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non
vuole, o non può, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime,
che generarono un fatto, per misurare quanto è dovuto di censura
e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorchè impreveduti,
temperano od aggravano suo malgrado la colpa. — Il conte pertanto
vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto
importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito,
il ritardo delle sue vittorie. Quello scritto gli faceva conoscere
l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de'
suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava
infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono
di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ciò
rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. — E come colui, che
dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone
il corso fino alla fonte, la maledice ancorchè placida; così, ed a
più forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di
sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnabò, ed imprecava
contro di lui.
Però, come altra volta si è detto, la sventura esercita sui cuori
gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno
parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti;
a moderarli se intemperanti. — La catastrofe, che abbiamo narrato,
produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore
per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva,
in mezzo agli ozii di una beata tranquillità, trarre con sè le funeste
conseguenze di una passione; nella sventura si rassodò, si rese puro,
assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione,
cupido solo di giovare, nel senso più saggio della parola, alla persona
amata.
Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno
d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad
ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur
troppo questa volta li trovò soverchiati dalla realtà. Il racconto la
colpì sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione,
e genera un'attonitaggine più strana che dolorosa. Udiva le parole del
narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava
di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare
la storia di tante ribalderie e di sì grande virtù, ella sclamava
inconsapevolmente: — “O Madonna santissima, che sento io mai!...
possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia pietà
di lui, di loro, di noi!...„
Ma quando s'incontrò con Agnesina, e conobbe il suo stato, riebbe tutto
il suo senno. Non tentò già di consolarla, poichè la più eloquente
parola in quella piena d'affetti sarebbe stata una nullità od un
inciampo; ma l'accolse al suo seno, e, tacendo, le infuse quella
dolcezza ineffabile, che noi proviamo quando ci è dato piangere tra le
braccia di una madre.