XLI.

Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento

straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un

dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande

idea di suo padre. — Nella sua morte stava il trionfo della austera

virtù del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva

come si piange il soldato morto sul campo. — Perchè questa nobile

rassegnazione non sembri nè nuova nè romanzesca, chiedete ai parenti

orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non è consolante

il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!

Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non

opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla,

e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo

volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi

che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo

padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col

dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del più nobile fra i

cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le

apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se

non fosse stato sacro e sublime.

Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non

vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. —

Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni

che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna

convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva

in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in

faccia al conte; libera poi d'erompere nelle più vive manifestazioni

del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di

lacrime!

Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande

rivolgimento. — Se vi era necessità d'altri fatti per rassodare in

lui lo sdegno contro Barnabò, questo sarebbe stato il più grave ed

efficace. È impossibile ottenere un equa valutazione delle opere

altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non

vuole, o non può, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime,

che generarono un fatto, per misurare quanto è dovuto di censura

e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorchè impreveduti,

temperano od aggravano suo malgrado la colpa. — Il conte pertanto

vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto

importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito,

il ritardo delle sue vittorie. Quello scritto gli faceva conoscere

l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de'

suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava

infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono

di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ciò

rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. — E come colui, che

dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone

il corso fino alla fonte, la maledice ancorchè placida; così, ed a

più forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di

sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnabò, ed imprecava

contro di lui.

Però, come altra volta si è detto, la sventura esercita sui cuori

gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno

parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti;

a moderarli se intemperanti. — La catastrofe, che abbiamo narrato,

produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore

per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva,

in mezzo agli ozii di una beata tranquillità, trarre con sè le funeste

conseguenze di una passione; nella sventura si rassodò, si rese puro,

assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione,

cupido solo di giovare, nel senso più saggio della parola, alla persona

amata.

Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno

d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad

ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur

troppo questa volta li trovò soverchiati dalla realtà. Il racconto la

colpì sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione,

e genera un'attonitaggine più strana che dolorosa. Udiva le parole del

narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava

di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare

la storia di tante ribalderie e di sì grande virtù, ella sclamava

inconsapevolmente: — “O Madonna santissima, che sento io mai!...

possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia pietà

di lui, di loro, di noi!...„

Ma quando s'incontrò con Agnesina, e conobbe il suo stato, riebbe tutto

il suo senno. Non tentò già di consolarla, poichè la più eloquente

parola in quella piena d'affetti sarebbe stata una nullità od un

inciampo; ma l'accolse al suo seno, e, tacendo, le infuse quella

dolcezza ineffabile, che noi proviamo quando ci è dato piangere tra le

braccia di una madre.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 58 / 111 题