XL.

“Un tristo annuncio, così prese a leggere, ti parrà meno tristo

se esso ti vien dato da tuo padre. Una disgrazia è sempre più

tolerabile, quando non siamo soli a soffrire. O mia dolcissima Agnese,

confortiamoci a vicenda; gli sventurati siamo noi.

“Era bella la nostra esistenza, troppo bella perchè non destasse

l'invidia della bieca fortuna. Tu avevi nel tuo genitore il più

affettuoso degli amici, io in te il più bel tesoro di un padre. — Ci

si vuol separati: ebbene mostriamo agli uomini che invano si tenta di

dividere due cuori. Il nostro affetto è una religione; noi rassegnati

e tranquilli ne subiremo il martirio. Cesseranno di ridere i nostri

nemici, quando ci sapran calmi; il nostro coraggio sarà per essi la più

salutare punizione.

“Sai che si voleva da tuo padre?... Ascoltami: Quando un uomo ode grida

di dolore, e vien da esse condotto sul campo di una lotta diseguale,

ove il debole è oppresso e la giustizia è conculcata, che fa egli?

leva la voce ed arma la mano contro l'oppressore. Che se questi vince,

almeno una parola libera ed alta gli assorda la coscienza; un rimorso

funesta la sua turpe vittoria. — Or bene; ciò che dinanzi alla natura è

istinto e dovere, in faccia agli uomini può essere una colpa.

“Udrai parlare dei cittadini di Reggio venduti al signor di Milano.

Udrai che all'annuncio del turpe mercato la città loro si commosse.

— Era forse un atto di condannevole rivolta la protesta dell'uomo,

che, in ossequio alla propria dignità, impreca contro un patto sì

obbrobrioso?„

Facciamo qui una breve pausa per notare, che tali parole suonarono

gradite a chi le leggeva; sia che egli in quel punto avesse

scordato d'essere principe e nipote del signor di Milano; o sia che,

apprezzandone la rettitudine e l'opportunità, fosse tratto ad ammirare

colui che le aveva dettate.

“I cittadini di Reggio trovarono molti amici in Milano: tra questi si

giurarono i patti di una cospirazione, che doveva procedere sicura a'

suoi fini, da che Barnabò era tutt'occhi e braccia per agguantare e

colpire da lungi.

“Tu, mia diletta Agnese, che conosci tuo padre, che sai con quanto

cuore egli ami la sua patria e ne esecri il tiranno, tu indovinerai

sùbito che il centro di quelle pratiche doveva essere la tua casa.

Comprendi ora la cagione delle mie lunghe assenze, e perdona se talora,

preoccupato da troppo ardenti pensieri, mi mostrai meno amoroso verso

te. — Se ti feci un mistero di tutto, non credere già che io diffidassi

della tua saggezza: tacendo, fui padre più che cittadino; troppo mi

doleva di ravvolgere la tua bella esistenza nei crucci e nei pericoli

di sì grave impresa.

“Ma è bene che tu sappia anzitutto, che tuo padre congiurava contro

il tiranno, e combatteva ad un tempo i proprii amici, che, ebri di

vendetta, ne chiedevano la vita. Abborro dal sangue, fosse pur quello

di chi avesse versato il mio ed il tuo.

“Pensai, e meco pensarono i più saggi, di ringuainare i pugnali; noi

dovevamo ferire il nemico nello spirito, non nel corpo; uccidere il

principe, e lasciare che l'uomo vivesse per vederne e piangerne la

caduta.

“Poichè le antiche libertà della lega lombarda sono perdute per sempre,

poichè è follia parlare d'eguaglianza tra uomini, che insurgono ad

ogni istante per soverchiarsi a vicenda, almeno la patria nostra

abbia quella gloria che si fonda sulla forza e sulla legge. — Potremo

avere un principe, senza che noi discendiamo ad esserne gli schiavi.

— Galeazzo II e Barnabò si liberarono con un veleno del primogenito

Matteo, giustificando il fratricidio col pretesto che è grave e dannosa

la triplice divisione dello stato; il popolo, giudice questa volta de'

proprii interessi, ripeta egli pure le stesse ragioni: questo duplice

riparto, egli dica, ci è fatale, sopprimiamo il governo di Barnabò, e

tutto lo stato obedisca al figlio del signor di Pavia, poichè esso è

per diritto l'erede legittimo della signoria dei Visconti.

“Giangaleazzo, affatto ignaro dei nostri progetti, ci giovava senza

addarsene. — Era un alleato potente, e secreto; poichè egli stesso

ignorava di esserlo. — Quando noi gli avremmo offerto lo scettro di

Barnabò, non aveva che a stringere la mano e tenervelo fortemente.

Quello scettro gli veniva affidato dal popolo, egli lo poteva custodire

e difendere di tutto buon diritto.

“Il Conte di Virtù fonderà la sua potenza sur un falso giudizio del

mondo. L'errore giova a noi, come a lui. Lasciamo adunque che si

proclami la sua inettitudine, la sua timidezza. Noi ebbimo prove, che

egli nutre una nobile ambizione, e che destreggia abilmente le sue e le

nostre sorti. — Noi gli cercheremo leggi ed armi; egli gradirà d'essere

principe e non tiranno.„

Il conte (convien dirlo) leggeva tali parole con una ingenuità

disinvolta, come se si trattasse di persona estranea. Nel cuor suo

rallegravasi d'avere degli amici; dolevasi forse d'essere troppo presto

conosciuto. Assai più commossa era Agnesina nel comprendere che l'uomo

da lei amato era degno della stima di suo padre. Ciò la confortava,

come un'indulto ad ogni colpa; se pure poteva esservi colpa nel suo

cuore. Il conte continuò la lettura.

“Ora preparati, o Agnese mia, a veder rovesciate tante belle speranze;

preparati ad udire la deplorabile fine di così nobili progetti. — Le

fiere assalgono ed uccidono per sè; non ve ne ha alcuna che usi della

sua forza per offrire ad altra lo spasso di una carneficina. — L'uomo

arriva anche a ciò. Egli è crudele non per sè, ma per piacere agli

altri.

“Fra gli amici nostri s'introdusse destramente un traditore. Volle

fortuna che io lo abbia riconosciuto sùbito, tanto che offrendogli me

stesso, potessi salvare i miei compagni. Lo sciagurato fu lieto della

scoperta; portò il mio nome al palazzo di Barnabò, ed ivi svelò il

nostro secreto. Svolto un filo di esso, riesciva facile il conoscerne

il piano, l'estensione, e il nome de' suoi custodi.

“O Agnese mia, che doveva fare l'onest'uomo in sì difficile momento?

Egli è vero, che i miei compagni avvisati del tradimento erano

scomparsi, e che i nomi loro, dispersi nell'aria dai vortici delle

fiamme, sfuggivano alle ricerche de' nostri nemici. Ma una vittima

rimaneva nelle mani del traditore, e questa poteva, suo malgrado,

consumare il tradimento. — Sai tu che avrebbero fatto i giudici di

Maffiolo Mantegazza? Sai che cosa è la tortura? Vi è un secreto che

sopraviva al delirio ed alla pazzia?

“Quando, o mia diletta, io t'insegnava che la patria e l'onore ci

possono chiedere il sacrificio di ciò che abbiamo di più caro al mondo,

io non ti fui maestro di vane dottrine. Erano sacri ed eterni precetti,

che l'uomo deve coltivare nascostamente nel suo cuore mentre la vita è

calma e severa, perchè s'abbia da essi conforto e coraggio quand'essa

diviene procellosa. — Guai a colui che consiglia colla voce, e non

ammaestra coll'esempio!... — Ma chi avrebbe detto mai che que' severi

insegnamenti dovessero chiederci sì presto un sacrificio?

“La sicurezza de' miei amici e quella della patria nostra dimandavano

un eterno silenzio a quell'uomo che tremava di sè sotto il carico di

un secreto di sangue. — Io obedirò alla chiamata: i giudici invano

tenteranno di interrogare Maffiolo; egli sarà muto.... M'hai tu

compreso, o figlia?

“Niuno più di me deplora quel fatale acciecamento che spinge l'uomo ad

abbandonare la vita quando i suoi lacci gli diventano troppo gravi.

Io lo chiamo codardo colui, come il soldato che depone le armi, e

diserta alle file perchè ha il nemico di fronte e la battaglia vicina.

Egli manca a Dio, sciupando il più prezioso suo dono; egli manca agli

uomini, di cui doveva essere compagno nel pellegrinaggio sulla terra.

“Ma tale accusa non ricadrà mai su tuo padre, poichè egli, raccogliendo

in sè l'officio del giudice ed il carattere della vittima, non è più

libero. La severità di quello sarà temperata dalla mansuetudine di

questa. Simile al guerriero, che, avanti a tutti, corre all'assalto e

ad una morte certa, egli potrà dire spirando d'aver salvata la vita

di tanti prodi. Se Dio mi chiederà conto della mia prodigalità, io

accennerò a mia discolpa i nomi di tanti fratelli, sposi o figli o

padri, al par di me adorati e felici, che ancora vivono, perchè io più

non esisto. È egli possibile che le loro benedizioni non sieno bene

accette al Signore?

“Poni, che tuo padre pensando a te e alle inenarrabili dolcezze che

tu gli prepari, vacillasse nel suo proposito. Fra un'ora il carcere,

dimani i tormenti, diman l'altro il patibolo spezzerebbero con pari

violenza il nostro legame. Ma tu, prima di piangere in te l'orfana

derelitta, piangeresti, ed a più calde lacrime, la triste novella,

che l'uomo fermo vacillò, che il cittadino libero garrì dall'infame

cavalletto a beneplacito de' suoi carnefici; che per lui e per poche

ore di vita, cento famiglie sono immerse nel lutto, e riempiono le

carceri, o si disperdono nell'esilio. — Tu, degna mia figlia, che

sai essere l'onore più prezioso della vita perchè l'uomo disonorato è

inerte e fracido come un cadavere, tu non vorresti riavere tuo padre a

sì ignominiosa condizione.

“Addio dunque mia dolcissima figliuola: rammemora spesso e con

temperato dolore il non del tutto infelice tuo padre: e scolpisci

nel cuore queste ultime sue parole. — Abbandona la sventurata nostra

città; compiuto il sacro debito di riunire la mia salma a quella di

tua madre, ritìrati nel castello di Campomorto, ove un tesoro d'affetti

e di memorie ti renderà meno grave la vita. — Ivi sarai l'erede della

pietà dei nostri avi; soccorri al povero, e sii ospite generosa a chi

fugge l'ira dei tiranni. Non chiedere vendetta, ma persevera nella via

della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla

medesima meta. — Se un giorno diverrai madre, possa tu essere felice

ne' tuoi figli, come io lo fui in te. Allevali nel timor di Dio e

nella carità verso la patria; e quando essi ti chiederanno che avvenne

dell'avo, dirai loro egli vi ha abbandonato troppo presto, ma il fece

per legare ai suoi figli il più ricco tesoro: il patrimonio dell'onore.

“Addio di nuovo, mio angelo. Io invoco su te la benedizione del Cielo;

e m'addormento in un tenero abbraccio che t'invio dal fondo del cuore,

per risvegliarmi lassù, dove un giorno ci rivedremo.„

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 57 / 111 题