I disegni del Conte si fondavano sulla certezza, che Agnesina, affatto
ignara dell'accaduto, gli si presentasse colla calma dei giorni
antecedenti. E chi infatti poteva pensare altrimenti?
Ma Agnesina, per un caso fortuito, aveva avuto sentore dell'arrivo
di un messo da Milano, e sapeva che egli era stato accolto con
grande sollecitudine, e con non minore secreto. Sapeva di più che il
medesimo era stato di nuovo spedito a Milano, di tutta fretta, e che
se ne attendeva il ritorno prima dello spuntare del sole. Tutto ciò
la conduceva a conchiudere, esservi in aria un gran mistero. Ma come
poteva ella dubitare che quel mistero racchiudesse una sventura? e
perchè quella sventura doveva essere riserbata a lei?
Nulla invero esisteva di positivo che la trascinasse a così mesti
pensieri; ma tante piccole cose, che forse in altre circostanze
sarebbero rimaste inosservate, per una speciale disposizione d'animo
assumevano, in quel momento, l'importanza di un funesto presagio.
Contribuiva a ciò lo stato d'incertezza nel quale il suo cuore si
logorava; ora desioso d'aver consiglio e soccorso, or timoroso di
chiederlo. Non sapeva definire qual nome meritasse il sentimento che
la legava al suo ospite. Era un dolore; eppure ella lo accarezzava:
traeva seco il diletto di una piacevolezza fortuita, e non andava
disgiunto da un interno rodimento, quasi fosse una colpa. — Due
potenze opposte si disputavano l'impero della sua ragione; l'una la
consigliava ad allontanarsi da colui, che le aveva tolta la pace:
l'altra la riconduceva quasi involontariamente al suo cospetto, giacchè
la lontananza pareva costarle un dolore ancor più acuto. Se alcuna
volta mosse rimproveri a sè, perchè non sapesse obedire ai fatti
proponimenti, non una, ma mille volte si giustificò colla fatalità,
che aveva condotto in sua casa un ospite tanto illustre, e che le
imponeva di mostrarsi cortese ed onesta. Però quella lotta, per quanto
sembrasse grave, diveniva puerile appena vi si frapponesse la memoria
di suo padre. Le sembrava che un solo suo sguardo avrebbe sciolta
ogni incertezza e ricondotta la calma al suo cuore. Sentiva che la
sua inerzia sarebbe vinta facilmente, quando la leva motrice avesse
un appoggio fuori della sua volontà. — Era questa come una barca senza
remi, che, scendendo in balía di corrente viva ma sincera, può essere
trattenuta dal più fragile sterpo.
Agnesina implorava dunque il ritorno del padre, come il rimedio certo
a suoi mali. Ma suo padre non tornava; e quella insolita tardanza
cominciava ad infonderle dei sospetti.
“Perchè egli m'abbandona qui, tutta sola, in questo momento? — pensava
ella; — perchè non mi dà notizia di sè e del suo ritardo, come altre
volte? Forse egli sa, che qui trovasi un ospite, e condanna quanto
abbiam fatto per lui? Ma se egli disapprovasse la mia, la nostra
condotta, tacerebbe egli forse? no: egli non suol essere avaro di
franche parole con chi ha meritato i suoi rimproveri.„
Di questo suo vagare fra dolorose incertezze, non fece parola
a Canziana; presentendo che una prima dichiarazione l'avrebbe
indubiamente condotta ad altre intime confidenze. Solo non faceva
mistero della sua profonda mestizia; e la buona governante, lontana
dal farne meraviglia, credeva che la fanciulla fosse al par di lei
inquieta soltanto per lo strano ritardo di suo padre. E quando Agnesina
per rompere un lungo silenzio prese a parlare di lui, ed a deplorarne
l'improvida assenza; allora la governante, che non aveva per natura
l'animo inclinato a veder torbido, lieta di potersi far forte di un
proverbio per consolarla, le diceva:
“Le cattive nuove, o madonna, hanno le ali, e se fosse accaduto
qualcosa di sinistro a messer Maffiolo, state certa che non ne sarebbe
mancato a quest'ora il messaggero. — Pare che il mondo ci mámmoli,
nelle disgrazie.„
Non aveva finito di pronunciare queste parole quando la fante venne
di corsa a riferire l'arrivo di Medicina. — Timida per natura, ma
abbastanza accorta, aveva traveduto in quell'inaspettato arrivo non il
presagio ma l'esordio di un avvenimento sinistro. Credette ella d'aver
scoperto sotto quell'abito da pellegrino la maschera di un ribaldo; non
dubitò, non discusse; vide cose nere, e corse di volo a darne parte a
Canziana.
Con quali colori ella dipingesse la persona arrivata, i suoi portamenti
e le balde parole, non è facile ad imaginarsi. Lo sgomento apre la
vena dei poetici concetti agli spiriti più vulgari. Canziana, che pur
non aveva l'animo inclinato al sospetto, contrasse, in tutta la sua
intensità, il contagio della paura; la donzella non ne andò esente.
Questa ritornò a' suoi funesti presagi: quella, sulla fede delle sue
stesse parole dette poco prima, ripeteva: “ahimè! le brutte nuove
trovano presto il loro messaggero.„
Con tali disposizioni d'animo le due donne si coricarono; ma quale
riposo potevano sperare? La governante, a cui l'età matura soleva
rendere meno facile il sonno, la passò tutta quanta in sospiri e
preghiere. Agnesina, dopo aver per qualche ora sofferta una gravezza
che le toglieva il respiro, dopo aver tentato con una smania febrile
ogni angolo del letto ed ogni postura, finì per addormentarsi. Ma il
sonno non fu visitato dalle solite visioni dell'età sua: nè tampoco
rassomigliò al muto sopore delle anime trambasciate, alle quali
è supremo conforto il momentaneo oblío dei consueti dolori; fu il
delirio e l'incubo dell'infermo, fu la vista di una scena orrenda e
indescrivibile, dinanzi a cui sentiva d'essere trascinata a viva forza
da una mano di ferro, che la stringeva alla gola, e la soffocava.
Provò assai più che l'orrore della morte, lo strazio cioè di chi vuol
morire, e non lo può. Chiudeva gli occhi; e, suo malgrado, vedeva una
danza oscena di spettri, aggomitolati tra loro come un gruppo di serpi;
turava le orecchie, ed udiva il sibilo di quegli animali ed un ghigno
di demonj e un eco lontano d'imprecazioni e bestemmie. Presiedeva
alla treggenda un ceffo orribile colle guance floscie e pallide,
la barba cuprea, due occhi infocati, e le labra atteggiate ad un
sorriso beffardo. — Quel fantasma sinistro, dinanzi a cui si piegavano
riverenti tutte le impure emanazioni dell'inferno, aveva un aspetto non
sconosciuto. La mente dell'assopita vagava cercando su qual viso ella
incontrò altra volta quel sogghigno infernale. — “Ah! non v'ha più
dubio; proruppe ella: è il ceffo di Barnabò Visconti, il tiranno de'
milanesi, il paterino, lo scomunicato.... Ma chi è colui, continuò ella
delirando, che è fatto ludibrio di quell'orgia?... egli ha volto sereno
e tiene alto e tranquillo lo sguardo.... Chi è egli?...„ — Un grido
acuto accompagnò la sua fatale scoperta: ella aveva ravvisato l'imagine
di suo padre. Quel grido diede una scossa subitanea alla macchina
intorpidita, e sciolse di colpo la catalessía. — Agnesina fu subito
sveglia, ma non sì presto guarita dalle conseguenze di quella terribile
visione.