V'ha una specie d'incertezza smaniosa, incredula del bene, nemica
d'ogni conforto. Invano la ragione tenta stringerla fra' suoi calcoli:
essa ne rifugge, quasi fosse suo officio dispensar sempre il massimo
dei dolori probabili, non accordar mai che il minimo delle probabili
speranze.
Uscire dalle incertezze, checchè si ottenga, è sempre un bene. Il
perchè, la povera Agnesina determinò, non appena fosse in grado di
reggersi, di andar dal conte e d'interrogarlo. Ma lo voleva; e non sì
presto le forze glielo consentivano. La crisi sofferta nella notte
l'aveva affranta; era sparuta come chi risorge da malattia mortale;
i suoi occhi brillavano di un fuoco febrile; una striscia livida ne
accerchiava le orbite e si effundeva sulle sue guance, jeri soltanto sì
fresche e color di rosa.
Canziana soffriva con lei, se non al par di lei; ma quale coraggio
poteva infundere alla compagna, se non ne aveva punto per sè? L'unico
partito ragionevole era il far credere alla fanciulla che ella fosse
fisicamente indisposta, e che i fantasmi della notte erano i sintomi
di una malattia. Le tastava quindi ad ogni momento i polsi, e li
riscontrava più che mai agitati, intermittenti, febrili. La supplicava
colle parole le più affettuose a volere coricarsi di nuovo; e non si
allontanò se non quando la vide stesa sul letto, e la seppe desiderosa
di riposo.
Ma non ci voleva che la semplicità di Canziana per credere che la
fanciulla tentasse di chiuder l'occhio. L'espressione di un tale
desiderio servì ad Agnesina di pretesto, per essere sola, per
raccogliere le proprie forze e correre, appena il potesse, dal conte.
Ora ci si domanderà: perchè la donzella voleva parlare a lui, senza
testimonj?
Dubitava che la presenza di altra persona, quella in ispecie della
governante, inducesse il conte ad essere meno veritiero. V'ha nel duro
officio di annunciare la sventura una pietà che il cuore preparato al
male disconosce e chiama crudele. Quelle reticenze e quelle ambagi,
che velano la verità, e ritardano lo sfogo completo del dolore, benchè
pietose, riescono intolerabili all'anime travagliate. Così pensava
Agnesina. Che se tra gli interessi del suo cuore, e la piena conoscenza
dei fatti, esisteva un secreto, e per scoprirlo erano necessarie le
preghiere, ella voleva essere sola per pregare con tutte le forze del
suo cuore, per smovere la volontà, fosse pur inflessibile, del conte.
Da ciò si comprende come il piano di costui venisse rovesciato. Mentre
l'affetto, trionfando della passione, gli imponeva di affidare ad
altri il suo secreto, il caso lo rimetteva di nuovo nelle sue mani.
Non appena ebbe deciso d'inviare persona per cercar di Canziana e
pregarla a recarsi immediatamente da lui, vide entrare nella sua camera
una donna pallida come uno spettro, e riconobbe in essa l'infelice
Agnesina.
Egli aveva dunque preveduto tutte le combinazioni possibili, meno una;
e quell'unica si era verificata. Agnesina infatti non era venuta per
udire, sì bene per interrogare.
“Signore, esclamò la donzella, avvicinandosi al conte, che non sapeva
staccare l'occhio attonito da lei, vi fa pietà il mio aspetto?„
Il conte levandosi da sedere si fece incontro a lei, e pigliandola
con rispettosa cortesia per una mano, la condusse vicino a sè, e la fè
sedere rimpetto.
“Non so negarvi, o fanciulla, che mi sembrate abbattuta come se una
terribile sventura pesasse già sul vostro capo.„
“Oh se sapeste che notte ho passato! Dicesi che nei sogni ci viene
talvolta sollevato il velo, che ricopre il futuro.„
“E che perciò? Che temete?„
“È un mistero il mio terrore. Io temo, e non so di che.„
“Un'allucinazione funesta si fa gioco di voi. Tornate alla vostra
incredulità; non prestate fede a larve menzognere.„
“Questa larva non è scomparsa alla luce del giorno. La mia visione
continua, e s'innesta coi fatti, che qui succedono. — Non è egli vero,
che un messo da Milano vi portò notizie assai gravi della città?„
“Come lo sapete voi?„
“Siate generoso o signore, e promettetemi di rispondere ad una sola
inchiesta.„
“Dite.„
“Quando quel messo ritornò da Milano non vi riferì cosa alcuna che
riguardasse me o la mia casa?...„
“Fanciulla, soggiunse gravemente il conte, non vi affaticate a frugare
in ogni recesso della vostra mente, per trovarvi pascolo a dolorosi
sospetti. Credete, che la creatura la più felice non rinviene da tale
esame, senza avere trovato in sè il germe di un futuro dolore. Guai se
lo scopre: gli è come avviarlo ad uno sviluppo....„
“Dunque dovrò io dire a me stessa: rallegrati o insensata....„
“Povera fanciulla!... pensò il conte, chi oserà attraversare i providi
disegni di Dio, che volle prepararti ad una sventura? — Poi soggiunse
ad alta voce: — Se quel avviso viene di lassù non sarà menzognero. Io
rispetterò il vostro dolore, e sarò dove voi siete, per soffrire con
voi o per vendicarvi.„
“Ricordatevi, che non avete ancora tenuta la vostra promessa.„
“Solo io posso ripetervi, che voglio essere con voi. Il mio silenzio
non è egli abbastanza eloquente?„
“La sventura è dunque certa, disse Agnesina con un accoramento
indescrivibile. — Udite il resto del profetico sogno. L'ira del
signore di Milano cadde sull'infelice mio genitore. Travolto forse
nelle tenebre di una accusa secreta, il povero padre mio langue in
un carcere. O signore, — soggiunse ella, levandosi da sedere, ed
avvicinandosi al conte quasi volesse inginocchiarsi dinanzi a lui; —
voi potete ancora salvarlo; il nemico di mio padre è vostro zio. Una
parola vostra....„
“Non mi pregate di ciò.„
“Voi dunque saprete impedire una sciagura„ — chiese Agnesina con ansia
mortale.
Non rispose il conte: ma crollò il capo. — Agnesina comprese il
significato di quel cenno, s'ascose il volto tra le mani, ed ammutolì.
— L'unico sintomo del suo turbamento era un respiro affannoso e
convulso.
“Agnesina, disse il conte avvicinandosi a lei e ponendole leggermente
la mano su di una spalla per iscuoterla dal suo letargo; vi è ancora
un mistero. Voi, che faceste dell'incertezza il vostro martirio,
raccogliete le forze per strapparvi dagli occhi la benda, e veder tutto
il vero nella sua dolorosa nudità.„
Agnesina rialzò il capo, e stette in attenzione. Il conte proseguì:
“Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio — e in dir ciò si tolse sotto
l'abito la lettera, e gliela porse — voi per leggere questo scritto; io
per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.„
Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non
ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che
provò alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridestò infatti dal suo
cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e
l'occhio già arido ed acceso si velò di una lacrima.
Lesse la soprascritta, e la baciò: rotto poscia il sigillo, dispiegò
il foglio. — Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in
tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consolò, pensando
che il linguaggio della sventura suol essere più breve. Ma quando,
chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso
singhiozzo le si sprigionò dal petto, e le aperse le vie del pianto.
— Le fu impossibile il leggere, perchè l'occhio era acciecato dalle
lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, più volte comandò
a sè stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. — Ogni buon
volere fu vano.
Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla
desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere?
Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima
testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla
gragnuola. Benchè dominato da una commozione profonda e affatto nuova,
egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze
di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due
brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano
alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in
alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza
e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere
d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della
divinità. Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il
pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la pietà
cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era
soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno
a sè il profumo della gioventù e della bellezza; era la donna, che si
rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al
quale ogni senso ribelle è soggiogato, e si inchina riverente anche
un cuore di marmo. — Quella pietà religiosa, che stringeva vieppiù i
legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco
fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito
d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. — Unica
e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne,
può essere nulla più che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama
davvero, s'interroghi così: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per
tutta la vita, i miei affetti, se la felicità di colei che io amo lo
richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente,
vada superbo del proprio cuore.
Fu difatto dietro consigli di un sì nobile disinteresse, che il
conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le
tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di
vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene
l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ciò parrà troppo ardito e,
più che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle
la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantochè la
desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. — Quando il dolore
giunge a tal grado d'intensità da produrre il delirio, il piangere può
dirsi una crisi salutare.
“Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma
siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si
trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in
istato di leggere quello scritto; ma è necessario che le parole di
vostro padre, che (ed accentuò la frase) forse sono le ultime a voi
indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. — Mi concedete la
facoltà di leggere questa lettera?„
Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accennò di sì.