XXXIX.

V'ha una specie d'incertezza smaniosa, incredula del bene, nemica

d'ogni conforto. Invano la ragione tenta stringerla fra' suoi calcoli:

essa ne rifugge, quasi fosse suo officio dispensar sempre il massimo

dei dolori probabili, non accordar mai che il minimo delle probabili

speranze.

Uscire dalle incertezze, checchè si ottenga, è sempre un bene. Il

perchè, la povera Agnesina determinò, non appena fosse in grado di

reggersi, di andar dal conte e d'interrogarlo. Ma lo voleva; e non sì

presto le forze glielo consentivano. La crisi sofferta nella notte

l'aveva affranta; era sparuta come chi risorge da malattia mortale;

i suoi occhi brillavano di un fuoco febrile; una striscia livida ne

accerchiava le orbite e si effundeva sulle sue guance, jeri soltanto sì

fresche e color di rosa.

Canziana soffriva con lei, se non al par di lei; ma quale coraggio

poteva infundere alla compagna, se non ne aveva punto per sè? L'unico

partito ragionevole era il far credere alla fanciulla che ella fosse

fisicamente indisposta, e che i fantasmi della notte erano i sintomi

di una malattia. Le tastava quindi ad ogni momento i polsi, e li

riscontrava più che mai agitati, intermittenti, febrili. La supplicava

colle parole le più affettuose a volere coricarsi di nuovo; e non si

allontanò se non quando la vide stesa sul letto, e la seppe desiderosa

di riposo.

Ma non ci voleva che la semplicità di Canziana per credere che la

fanciulla tentasse di chiuder l'occhio. L'espressione di un tale

desiderio servì ad Agnesina di pretesto, per essere sola, per

raccogliere le proprie forze e correre, appena il potesse, dal conte.

Ora ci si domanderà: perchè la donzella voleva parlare a lui, senza

testimonj?

Dubitava che la presenza di altra persona, quella in ispecie della

governante, inducesse il conte ad essere meno veritiero. V'ha nel duro

officio di annunciare la sventura una pietà che il cuore preparato al

male disconosce e chiama crudele. Quelle reticenze e quelle ambagi,

che velano la verità, e ritardano lo sfogo completo del dolore, benchè

pietose, riescono intolerabili all'anime travagliate. Così pensava

Agnesina. Che se tra gli interessi del suo cuore, e la piena conoscenza

dei fatti, esisteva un secreto, e per scoprirlo erano necessarie le

preghiere, ella voleva essere sola per pregare con tutte le forze del

suo cuore, per smovere la volontà, fosse pur inflessibile, del conte.

Da ciò si comprende come il piano di costui venisse rovesciato. Mentre

l'affetto, trionfando della passione, gli imponeva di affidare ad

altri il suo secreto, il caso lo rimetteva di nuovo nelle sue mani.

Non appena ebbe deciso d'inviare persona per cercar di Canziana e

pregarla a recarsi immediatamente da lui, vide entrare nella sua camera

una donna pallida come uno spettro, e riconobbe in essa l'infelice

Agnesina.

Egli aveva dunque preveduto tutte le combinazioni possibili, meno una;

e quell'unica si era verificata. Agnesina infatti non era venuta per

udire, sì bene per interrogare.

“Signore, esclamò la donzella, avvicinandosi al conte, che non sapeva

staccare l'occhio attonito da lei, vi fa pietà il mio aspetto?„

Il conte levandosi da sedere si fece incontro a lei, e pigliandola

con rispettosa cortesia per una mano, la condusse vicino a sè, e la fè

sedere rimpetto.

“Non so negarvi, o fanciulla, che mi sembrate abbattuta come se una

terribile sventura pesasse già sul vostro capo.„

“Oh se sapeste che notte ho passato! Dicesi che nei sogni ci viene

talvolta sollevato il velo, che ricopre il futuro.„

“E che perciò? Che temete?„

“È un mistero il mio terrore. Io temo, e non so di che.„

“Un'allucinazione funesta si fa gioco di voi. Tornate alla vostra

incredulità; non prestate fede a larve menzognere.„

“Questa larva non è scomparsa alla luce del giorno. La mia visione

continua, e s'innesta coi fatti, che qui succedono. — Non è egli vero,

che un messo da Milano vi portò notizie assai gravi della città?„

“Come lo sapete voi?„

“Siate generoso o signore, e promettetemi di rispondere ad una sola

inchiesta.„

“Dite.„

“Quando quel messo ritornò da Milano non vi riferì cosa alcuna che

riguardasse me o la mia casa?...„

“Fanciulla, soggiunse gravemente il conte, non vi affaticate a frugare

in ogni recesso della vostra mente, per trovarvi pascolo a dolorosi

sospetti. Credete, che la creatura la più felice non rinviene da tale

esame, senza avere trovato in sè il germe di un futuro dolore. Guai se

lo scopre: gli è come avviarlo ad uno sviluppo....„

“Dunque dovrò io dire a me stessa: rallegrati o insensata....„

“Povera fanciulla!... pensò il conte, chi oserà attraversare i providi

disegni di Dio, che volle prepararti ad una sventura? — Poi soggiunse

ad alta voce: — Se quel avviso viene di lassù non sarà menzognero. Io

rispetterò il vostro dolore, e sarò dove voi siete, per soffrire con

voi o per vendicarvi.„

“Ricordatevi, che non avete ancora tenuta la vostra promessa.„

“Solo io posso ripetervi, che voglio essere con voi. Il mio silenzio

non è egli abbastanza eloquente?„

“La sventura è dunque certa, disse Agnesina con un accoramento

indescrivibile. — Udite il resto del profetico sogno. L'ira del

signore di Milano cadde sull'infelice mio genitore. Travolto forse

nelle tenebre di una accusa secreta, il povero padre mio langue in

un carcere. O signore, — soggiunse ella, levandosi da sedere, ed

avvicinandosi al conte quasi volesse inginocchiarsi dinanzi a lui; —

voi potete ancora salvarlo; il nemico di mio padre è vostro zio. Una

parola vostra....„

“Non mi pregate di ciò.„

“Voi dunque saprete impedire una sciagura„ — chiese Agnesina con ansia

mortale.

Non rispose il conte: ma crollò il capo. — Agnesina comprese il

significato di quel cenno, s'ascose il volto tra le mani, ed ammutolì.

— L'unico sintomo del suo turbamento era un respiro affannoso e

convulso.

“Agnesina, disse il conte avvicinandosi a lei e ponendole leggermente

la mano su di una spalla per iscuoterla dal suo letargo; vi è ancora

un mistero. Voi, che faceste dell'incertezza il vostro martirio,

raccogliete le forze per strapparvi dagli occhi la benda, e veder tutto

il vero nella sua dolorosa nudità.„

Agnesina rialzò il capo, e stette in attenzione. Il conte proseguì:

“Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio — e in dir ciò si tolse sotto

l'abito la lettera, e gliela porse — voi per leggere questo scritto; io

per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.„

Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non

ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che

provò alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridestò infatti dal suo

cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e

l'occhio già arido ed acceso si velò di una lacrima.

Lesse la soprascritta, e la baciò: rotto poscia il sigillo, dispiegò

il foglio. — Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in

tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consolò, pensando

che il linguaggio della sventura suol essere più breve. Ma quando,

chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso

singhiozzo le si sprigionò dal petto, e le aperse le vie del pianto.

— Le fu impossibile il leggere, perchè l'occhio era acciecato dalle

lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, più volte comandò

a sè stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. — Ogni buon

volere fu vano.

Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla

desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere?

Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima

testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla

gragnuola. Benchè dominato da una commozione profonda e affatto nuova,

egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze

di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due

brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano

alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in

alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza

e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere

d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della

divinità. Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il

pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la pietà

cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era

soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno

a sè il profumo della gioventù e della bellezza; era la donna, che si

rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al

quale ogni senso ribelle è soggiogato, e si inchina riverente anche

un cuore di marmo. — Quella pietà religiosa, che stringeva vieppiù i

legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco

fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito

d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. — Unica

e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne,

può essere nulla più che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama

davvero, s'interroghi così: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per

tutta la vita, i miei affetti, se la felicità di colei che io amo lo

richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente,

vada superbo del proprio cuore.

Fu difatto dietro consigli di un sì nobile disinteresse, che il

conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le

tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di

vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene

l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ciò parrà troppo ardito e,

più che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle

la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantochè la

desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. — Quando il dolore

giunge a tal grado d'intensità da produrre il delirio, il piangere può

dirsi una crisi salutare.

“Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma

siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si

trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in

istato di leggere quello scritto; ma è necessario che le parole di

vostro padre, che (ed accentuò la frase) forse sono le ultime a voi

indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. — Mi concedete la

facoltà di leggere questa lettera?„

Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accennò di sì.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 55 / 111 题