La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire
affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma
egli confessava dentro di sè che quella nobile indignazione non era
soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanità oppressa. Chiamò
il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e,
fattosi giudice severo di sè stesso, comprese, che più della sventura
di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina.
Cominciò pertanto a diffidare di sè; armò contro le passioni sollevate
la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.
“Ciò che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva
egli tra sè, dovrà essere scosso e reso vano da una momentanea
passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono
le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le
prime, che l'altro s'invigorisca.„ — Ritornando poscia a più calmi
pensieri, soggiungeva: — “Chi, al posto di Barnabò, avrebbe operato
diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire
colle mie vittorie dai confini dello Stato, poichè oramai mi sembrano
così angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la
mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada,
sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ciò che il
Visconti di Milano operò per sete di sangue, il Visconte di Pavia non
isdegnerebbe operare per mire d'ambizione. I due rivali muovono da
punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola
meta. No: la misura non è ancora colma; non si sfrutti il tesoro di
una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana;
rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando
sarà l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscirà la fiera: i
suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.„
Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virtù
costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che
minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo
ai vecchi rancori. — Simile ad un uomo avveduto che, meditando da
lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie
giornaliere, egli accumulava gli odii, affinchè, compiuta la somma,
altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo
successo.
Dopo ciò, le sue indagini, rientrando in un campo più ristretto, lo
conducevano a fare a sè medesimo alcune interrogazioni. — Chi mai
dovrà informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converrà
tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sarà
mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze
della disgrazia paterna?...
Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere.
— Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne,
consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le
cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina
non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come
parlarle?...
Cavò fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella
un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto,
nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guardò, lo riguardò
più volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il
sigillo e nitido l'indirizzo.
Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina
la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli
avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui,
avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una
sventura sì grande? Chi più di lui, poteva accompagnarla di una pietà
efficace e confortante? — Quest'idea però, che a prima giunta pareva
l'unica e la più saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e
si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di
sospetti. — Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto
alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero;
operar meno di quello che avrebbe fatto il più negletto conoscente, o
l'ultimo servo della casa. S'indispettì con sè medesimo d'avere accolto
un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si
pose di nuovo alla ricerca. Non andò guari che gli si affacciò un'altro
partito egualmente semplice e per certo più saggio: e il suo volto andò
incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui
s'aspetta soccorso.
“Sì: meglio è, pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella
buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la
fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuterà.
— È abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza
precipitarvela di colpo; è donna pia, e saprà adoperare quelle parole
che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure.
Alla peggio le aprirà le braccia per accoglierla nel suo seno e
piangerà con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a sè, e
sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.„
Non è a far meraviglia che anche su ciò il Conte poco dopo trovasse
a ridire. — La passione, che per rendersi più autorevole assumeva
l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana
quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carità
di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano
le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite. Un sentimento
più nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una
completa vittoria. — Promise d'affidare tutto alla governante: certo
che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli
saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente
dinanzi a lui. — La donna ama seppellire nel mistero le proprie
lacrime, qualunque ne sia la cagione; è questa la più squisita esigenza
del pudore muliebre.
Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro
di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verità:
colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle
casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.
Ma accadde questa volta ciò che spesso suol essere, quando avvertiti di
una vicina difficoltà, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le
combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami
della più scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i
nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno
vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi,
come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.