XXXVII.

La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire

affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma

egli confessava dentro di sè che quella nobile indignazione non era

soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanità oppressa. Chiamò

il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e,

fattosi giudice severo di sè stesso, comprese, che più della sventura

di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina.

Cominciò pertanto a diffidare di sè; armò contro le passioni sollevate

la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.

“Ciò che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva

egli tra sè, dovrà essere scosso e reso vano da una momentanea

passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono

le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le

prime, che l'altro s'invigorisca.„ — Ritornando poscia a più calmi

pensieri, soggiungeva: — “Chi, al posto di Barnabò, avrebbe operato

diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire

colle mie vittorie dai confini dello Stato, poichè oramai mi sembrano

così angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la

mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada,

sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ciò che il

Visconti di Milano operò per sete di sangue, il Visconte di Pavia non

isdegnerebbe operare per mire d'ambizione. I due rivali muovono da

punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola

meta. No: la misura non è ancora colma; non si sfrutti il tesoro di

una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana;

rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando

sarà l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscirà la fiera: i

suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.„

Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virtù

costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che

minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo

ai vecchi rancori. — Simile ad un uomo avveduto che, meditando da

lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie

giornaliere, egli accumulava gli odii, affinchè, compiuta la somma,

altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo

successo.

Dopo ciò, le sue indagini, rientrando in un campo più ristretto, lo

conducevano a fare a sè medesimo alcune interrogazioni. — Chi mai

dovrà informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converrà

tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sarà

mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze

della disgrazia paterna?...

Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere.

— Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne,

consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le

cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina

non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come

parlarle?...

Cavò fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella

un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto,

nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guardò, lo riguardò

più volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il

sigillo e nitido l'indirizzo.

Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina

la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli

avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui,

avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una

sventura sì grande? Chi più di lui, poteva accompagnarla di una pietà

efficace e confortante? — Quest'idea però, che a prima giunta pareva

l'unica e la più saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e

si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di

sospetti. — Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto

alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero;

operar meno di quello che avrebbe fatto il più negletto conoscente, o

l'ultimo servo della casa. S'indispettì con sè medesimo d'avere accolto

un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si

pose di nuovo alla ricerca. Non andò guari che gli si affacciò un'altro

partito egualmente semplice e per certo più saggio: e il suo volto andò

incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui

s'aspetta soccorso.

“Sì: meglio è, pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella

buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la

fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuterà.

— È abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza

precipitarvela di colpo; è donna pia, e saprà adoperare quelle parole

che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure.

Alla peggio le aprirà le braccia per accoglierla nel suo seno e

piangerà con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a sè, e

sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.„

Non è a far meraviglia che anche su ciò il Conte poco dopo trovasse

a ridire. — La passione, che per rendersi più autorevole assumeva

l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana

quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carità

di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano

le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite. Un sentimento

più nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una

completa vittoria. — Promise d'affidare tutto alla governante: certo

che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli

saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente

dinanzi a lui. — La donna ama seppellire nel mistero le proprie

lacrime, qualunque ne sia la cagione; è questa la più squisita esigenza

del pudore muliebre.

Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro

di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verità:

colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle

casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.

Ma accadde questa volta ciò che spesso suol essere, quando avvertiti di

una vicina difficoltà, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le

combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami

della più scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i

nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno

vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi,

come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 53 / 111 题