Il lettore, io spero, non si sarà lasciato cogliere al laccio dalle
parole alquanto raddolcite di Medicina. Egli conosce troppo e troppo
bene la vita di colui, per aver fede in un subitaneo ritorno a sensi
più umani. Volendo però giustificare tal mutamento, diremo che Medicina
questa volta cangiò di linguaggio, perchè colui che l'ascoltava aveva
cangiato d'aspetto.
Il conte fingeva d'ordinario di porgere una svogliata attenzione ai
racconti del suo messaggero: ascoltava come colui che è preoccupato
da altri più gravi pensieri; sapeva mostrarsi impassibile a ciò che
gli veniva svelato, fosse anche un mistero carpito con grande arte e
con pari pericolo da chi lo serviva. — Che l'opera di lui avesse in
gran conto, lo mostrava solo dalla liberalità de' suoi compensi: a tal
segno, che lo stesso Medicina, non facile di solito a provare sazietà
di denaro, soleva dire: che il conte pagava splendidamente la noja
d'ascoltarlo.
Ciò era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio però,
l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale
consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della
vita.
Ma lo scaltro aveva davanti a sè un tale non meno scaltro di lui.
Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare
l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro
i secreti della corte di Barnabò, quest'era il patto espresso; ma se ne
riserbava uno tacito per sè, quello di scovare alla sua volta i secreti
del castello di Pavia. Perciò, mentre il conte riannodava le svariate
relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di
quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi
ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi
dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo
possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente
s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.
Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo proverà
l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ciò egli
metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava,
per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del
secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.
Di costui si è detto più di quanto è necessario per rischiarare i
sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovrà tra
breve tornare a lui; ma non ci avverrà mai di dover mutare o correggere
il primo giudizio. — Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola
intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita.
Un'ordinata rassegna delle sue gesta verrà esposta nel séguito: basta
per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.
Si è già detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici
pronostici: dicemmo che nella sua gioventù egli si mostrò grande amico
e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prìncipi della sua
epoca, non faceva pompa di trarre dietro a sè un codazzo di piaggiatori
saccenti. — Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui
professata; ed onorava la scienza non perchè fosse una delicatura degna
degli agi di un principe; ma perchè da essa aspettava lume e guida per
sè. — Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio “che presentendo
egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che
reggesse la fortuna col consiglio[15].„
Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo
giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorníe de' servi, tutto
era principesco e magnifico.
Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanità; le giostre e i tornei, per
quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigoría delle membra,
sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto
abbandonò quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per
iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi è debole, egli
impugnava le armi a più nobile scopo; per difendere cioè il retaggio
de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.
La fortuna gli fu alcuna volta propizia, più spesso avversa. Dalla
vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito
guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de'
suoi grandi disegni. — Ma ben più proficua maestra gli fu la sventura;
perocchè niuna lezione è più salutare ai prìncipi, quanto quella che
gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti. — È bene che
l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla
quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque
imparò egli a vincere: — sul campo alcuna volta; in ogni caso sè
stesso.
Benchè non si inebriasse, come gli altri prìncipi della sua casa, al
fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, aderì
alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il _buono_:
onde illustrò il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della
contea di Virtù. Ma impalmò la sposa e la perdette entro breve tempo;
con nozze ed esequie sì splendide, che furono da prima la meraviglia,
poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalità con
insopportabili tributi.
Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso
lo stato con Barnabò, attese a migliorare l'interna condizione dello
stato. — Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto,
comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando
al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sùbito e
spontaneamente qualche frutto; così il Conte di Virtù, all'intento di
migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a
piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che
impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.
Cominciò dal principe e dalla corte. — Impose a sè ed alla sua casa
una maggior parsimonia nelle spese: distribuì più equamente i vecchi
debiti: richiamò, in vigore l'esatta osservanza degli statuti,
l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volontà
sottopose all'impero della legge.
Per tal modo, potè sùbito far gustare al popolo il vantaggio della sua
amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza;
la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libertà.
Tornò utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva
accompagnato quello di suo padre. Galeazzo II succedendo al governo
popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libertà
perduta; e il Conte di Virtù, succedendo all'inventore della quaresima,
colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il più umano
dei prìncipi.
Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui
non v'ha miglior cosa dell'ordine[16]. Quest'ordine stabilì
meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E benchè ciascuno
di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed
uomini speciali, sicchè poteva agire colla necessaria indipendenza,
pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe
legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni,
di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della
patria. Se crediamo al citato storico, egli inventò o richiamò in
vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni
arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza
di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii,
quasi sempre desunti dalla volontà del principe o maligna per sè, o
male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano
il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene,
se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di
generosità, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che
il dare all'uno è togliere all'altro.
Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi
libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo
debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del
principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.
Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in
cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione.
E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che
tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese:
particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si
conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la
publica beneficenza; ma risultassero altresì le spese fatte pel
mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli,
delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo
minutamente i banchetti e le feste.
Tutto ciò che ai dì nostri è la prima e più ovvia applicazione dei
principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la
neve; perocchè i prìncipi solevano chiamare publica necessità ogni loro
individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario,
riputato inesauribile finchè rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei
soggetti.
Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un
sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza;
ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocchè solevasi
registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si
teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati
stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a
sè la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e
da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.
Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un
effetto di meschinità e grettezza, nasceva la generale disistima in che
era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello
di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato
della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva
nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza
publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzichè farlo
degno di lode per la sua popolarità, lo accusavano di inettezza e di
codardia.
Ben più grave censura si meritò da' suoi emuli, quando negli anni
seguenti, con umiltà affatto nuova, abrogò decreti e statuti da lui
stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del
sovrano suo arbitrio, ma giustificò col peggiore degli scandali,
ingenuamente confessando d'essersi ingannato.
Mentre in Milano i più sacri diritti soggiacevano all'incertezza
cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose
correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga
pace, la individuale libertà, la publica sicurezza, mentre tutto il
mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.
In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnabò.
La santa Sede tentò di intimorire il Visconti, scagliando contro
lui più volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando
popoli e prìncipi ad una crociata. È ben noto come Barnabò trattasse i
legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando fè loro scegliere
il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri
condannò al rogo, perchè avevano osato muovergli alcun rimprovero.[17]
Non rispettò nè amici, nè privilegi; si bruttò d'enormi delitti, di
violenze inaudite, ma combattè a oltranza quei pregiudizii, che oggi
ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da
fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.
Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra
i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non è facile a dirsi. —
Un'assoluta neutralità era impossibile dove era in gioco la coscienza;
accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno;
accostandosi a questo, tremava, a più forte ragione, per la salute
dell'anima.
All'incontro in Pavia, le due podestà agivano di buon accordo; per
cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure
dell'altra. — Si dovrà dire per ciò che Giangaleazzo fosse tanto pio,
quanto era empio Barnabò? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale
questione; molto più che bisognerebbe prima chiedere di qual pietà
vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppiò sempre colla più tetra
tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo II vanno all'infinito; nessun
altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno
più di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di pietà. Digiunava
una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di
un fiorino a tutti i _poverelli in Cristo, per la salute dell'anima
sua_. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci
vien riferita dal Giulini,[18] bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli
era l'inventore della famosa _quaresima_.
Il Conte di Virtù, meno pio del padre e assai più ossequioso dello
zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perciò fare grande
assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta
affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi
egli accarezzava i chierici, perchè nemici del suo vicino e futuri
alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnabò
ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza
avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante
volte egli, il più destro politico del suo secolo, confessava la
propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola,
s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla più efficace
delle ambizioni; quella che comanda a sè stessa gli indugi e la
temperanza.