XXXVI.

Il lettore, io spero, non si sarà lasciato cogliere al laccio dalle

parole alquanto raddolcite di Medicina. Egli conosce troppo e troppo

bene la vita di colui, per aver fede in un subitaneo ritorno a sensi

più umani. Volendo però giustificare tal mutamento, diremo che Medicina

questa volta cangiò di linguaggio, perchè colui che l'ascoltava aveva

cangiato d'aspetto.

Il conte fingeva d'ordinario di porgere una svogliata attenzione ai

racconti del suo messaggero: ascoltava come colui che è preoccupato

da altri più gravi pensieri; sapeva mostrarsi impassibile a ciò che

gli veniva svelato, fosse anche un mistero carpito con grande arte e

con pari pericolo da chi lo serviva. — Che l'opera di lui avesse in

gran conto, lo mostrava solo dalla liberalità de' suoi compensi: a tal

segno, che lo stesso Medicina, non facile di solito a provare sazietà

di denaro, soleva dire: che il conte pagava splendidamente la noja

d'ascoltarlo.

Ciò era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio però,

l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale

consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della

vita.

Ma lo scaltro aveva davanti a sè un tale non meno scaltro di lui.

Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare

l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro

i secreti della corte di Barnabò, quest'era il patto espresso; ma se ne

riserbava uno tacito per sè, quello di scovare alla sua volta i secreti

del castello di Pavia. Perciò, mentre il conte riannodava le svariate

relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di

quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi

ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi

dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo

possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente

s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.

Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo proverà

l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ciò egli

metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava,

per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del

secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.

Di costui si è detto più di quanto è necessario per rischiarare i

sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovrà tra

breve tornare a lui; ma non ci avverrà mai di dover mutare o correggere

il primo giudizio. — Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola

intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita.

Un'ordinata rassegna delle sue gesta verrà esposta nel séguito: basta

per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.

Si è già detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici

pronostici: dicemmo che nella sua gioventù egli si mostrò grande amico

e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prìncipi della sua

epoca, non faceva pompa di trarre dietro a sè un codazzo di piaggiatori

saccenti. — Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui

professata; ed onorava la scienza non perchè fosse una delicatura degna

degli agi di un principe; ma perchè da essa aspettava lume e guida per

sè. — Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio “che presentendo

egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che

reggesse la fortuna col consiglio[15].„

Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo

giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorníe de' servi, tutto

era principesco e magnifico.

Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanità; le giostre e i tornei, per

quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigoría delle membra,

sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto

abbandonò quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per

iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi è debole, egli

impugnava le armi a più nobile scopo; per difendere cioè il retaggio

de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.

La fortuna gli fu alcuna volta propizia, più spesso avversa. Dalla

vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito

guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de'

suoi grandi disegni. — Ma ben più proficua maestra gli fu la sventura;

perocchè niuna lezione è più salutare ai prìncipi, quanto quella che

gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti. — È bene che

l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla

quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque

imparò egli a vincere: — sul campo alcuna volta; in ogni caso sè

stesso.

Benchè non si inebriasse, come gli altri prìncipi della sua casa, al

fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, aderì

alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il _buono_:

onde illustrò il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della

contea di Virtù. Ma impalmò la sposa e la perdette entro breve tempo;

con nozze ed esequie sì splendide, che furono da prima la meraviglia,

poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalità con

insopportabili tributi.

Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso

lo stato con Barnabò, attese a migliorare l'interna condizione dello

stato. — Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto,

comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando

al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sùbito e

spontaneamente qualche frutto; così il Conte di Virtù, all'intento di

migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a

piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che

impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.

Cominciò dal principe e dalla corte. — Impose a sè ed alla sua casa

una maggior parsimonia nelle spese: distribuì più equamente i vecchi

debiti: richiamò, in vigore l'esatta osservanza degli statuti,

l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volontà

sottopose all'impero della legge.

Per tal modo, potè sùbito far gustare al popolo il vantaggio della sua

amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza;

la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libertà.

Tornò utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva

accompagnato quello di suo padre. Galeazzo II succedendo al governo

popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libertà

perduta; e il Conte di Virtù, succedendo all'inventore della quaresima,

colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il più umano

dei prìncipi.

Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui

non v'ha miglior cosa dell'ordine[16]. Quest'ordine stabilì

meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E benchè ciascuno

di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed

uomini speciali, sicchè poteva agire colla necessaria indipendenza,

pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe

legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni,

di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della

patria. Se crediamo al citato storico, egli inventò o richiamò in

vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni

arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza

di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii,

quasi sempre desunti dalla volontà del principe o maligna per sè, o

male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano

il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene,

se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di

generosità, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che

il dare all'uno è togliere all'altro.

Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi

libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo

debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del

principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.

Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in

cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione.

E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che

tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese:

particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si

conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la

publica beneficenza; ma risultassero altresì le spese fatte pel

mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli,

delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo

minutamente i banchetti e le feste.

Tutto ciò che ai dì nostri è la prima e più ovvia applicazione dei

principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la

neve; perocchè i prìncipi solevano chiamare publica necessità ogni loro

individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario,

riputato inesauribile finchè rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei

soggetti.

Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un

sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza;

ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocchè solevasi

registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si

teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati

stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a

sè la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e

da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.

Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un

effetto di meschinità e grettezza, nasceva la generale disistima in che

era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello

di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato

della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva

nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza

publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzichè farlo

degno di lode per la sua popolarità, lo accusavano di inettezza e di

codardia.

Ben più grave censura si meritò da' suoi emuli, quando negli anni

seguenti, con umiltà affatto nuova, abrogò decreti e statuti da lui

stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del

sovrano suo arbitrio, ma giustificò col peggiore degli scandali,

ingenuamente confessando d'essersi ingannato.

Mentre in Milano i più sacri diritti soggiacevano all'incertezza

cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose

correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga

pace, la individuale libertà, la publica sicurezza, mentre tutto il

mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.

In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnabò.

La santa Sede tentò di intimorire il Visconti, scagliando contro

lui più volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando

popoli e prìncipi ad una crociata. È ben noto come Barnabò trattasse i

legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando fè loro scegliere

il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri

condannò al rogo, perchè avevano osato muovergli alcun rimprovero.[17]

Non rispettò nè amici, nè privilegi; si bruttò d'enormi delitti, di

violenze inaudite, ma combattè a oltranza quei pregiudizii, che oggi

ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da

fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.

Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra

i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non è facile a dirsi. —

Un'assoluta neutralità era impossibile dove era in gioco la coscienza;

accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno;

accostandosi a questo, tremava, a più forte ragione, per la salute

dell'anima.

All'incontro in Pavia, le due podestà agivano di buon accordo; per

cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure

dell'altra. — Si dovrà dire per ciò che Giangaleazzo fosse tanto pio,

quanto era empio Barnabò? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale

questione; molto più che bisognerebbe prima chiedere di qual pietà

vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppiò sempre colla più tetra

tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo II vanno all'infinito; nessun

altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno

più di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di pietà. Digiunava

una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di

un fiorino a tutti i _poverelli in Cristo, per la salute dell'anima

sua_. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci

vien riferita dal Giulini,[18] bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli

era l'inventore della famosa _quaresima_.

Il Conte di Virtù, meno pio del padre e assai più ossequioso dello

zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perciò fare grande

assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta

affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi

egli accarezzava i chierici, perchè nemici del suo vicino e futuri

alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnabò

ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza

avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante

volte egli, il più destro politico del suo secolo, confessava la

propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola,

s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla più efficace

delle ambizioni; quella che comanda a sè stessa gli indugi e la

temperanza.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 52 / 111 题