Quella notte parve eterna al conte; più lunga e dolorosa di quelle
che dianzi aveva passato fra l'insonnia e la febre. L'annuncio del
ciurmatore gli aveva fitto nel cuore una spina, a togliere la quale non
valevano ragioni. Il silenzio e la solitudine che lo circondavano, non
erano i mezzi più acconci per dissipare un funesto presentimento. Egli
conosceva Maffiolo solo per nome e per fama; ma ne apprezzava altamente
la virtù. Ora cominciava a venerare in lui il padre d'Agnesina; tremava
per esso, e più ancora per la sorte dell'amata donzella.
Riandò colla mente ogni probabilità che Medicina si fosse ingannato
nell'udire o nel ripetere quel nome. — Posto anche che il nome fosse
vero, molti erano dello stesso casato in Milano; e riposava qualche
momento sulla speranza di un errore di persona. — Alla peggio, quando
fosse caduto il sospetto di Barnabò su Maffiolo, egli impiegherebbe
ogni suo mezzo per dissiparlo; tenterebbe ciò che non aveva mai osato
prima, i buoni officii, le speciali raccomandazioni, le preghiere;
purchè Agnesina non avesse a soffrire. — Ma gli effetti d'ogni ragione
consolante erano passaggieri. Tutto dipendeva dalla esatta conoscenza
dei fatti; l'incertezza è per sè sola un tormento, che avvelena anche
le cose liete. Se la pigliava quindi colla insufficienza di Medicina,
colla sua lentezza, coll'eterna durata di quella notte; implorava il
ritorno della luce, e più volte era disceso al balcone per vedere se
inalbava.
Medicina intanto, cacciando a viva forza le calcagna nel fianco del
cavallo, e flagellandolo ad ogni passo sulla groppa, era volato
a Milano. Ivi cercò e rinvenne; interrogò e seppe quanto gli era
necessario. La sua missione fu coronata d'un ampio successo. Egli
ritornava quindi colla stessa velocità a Campomorto, carico di
notizie raccolte dalla testimonianza di chi aveva trovato in casa dei
Mantegazzi, e confermato da uno scritto chiuso a sigillo e diretto ad
Agnese.
Quando Medicina pose il piede nella stanza del conte, era ancora
notte; la piccola lampada che ardeva, mandando una luce vacillante,
attestava la veglia del conte. Ma questi aveva abbandonato il letto;
e ravvolto in un'ampia guarnacca di velluto bruno, sedeva davanti ad
uno scrittojo, col capo tra le mani, fantasticando ed aspettando. Egli
aveva distinto ben da lontano il galoppo del cavallo, aveva udito il
cigolío dei perni del portone; teneva conto del tempo necessario per
scavalcare, per salire, per giungere alle sue stanze. — E quando udì
che alcuno bussava alla sua porta, non potè trattenersi dall'andargli
incontro.
“Ebbene?„ disse egli colla sua solita formola interrogativa.
“Grandi notizie, o mio signore...?„
“Dì presto: buone o grame...„
“Ciò dipende dagli interessi di chi le ascolta...„
“Parla: dimmi, che avviene di Maffiolo Mantegazza?„
“È al sicuro dalle ire di messer vostro zio: parola d'onore.„
“Fuggito forse?„
“Fuggito appunto, e per non ritornare mai più.„
“Ma dove, ma quando?...„
Medicina in vero esitava, non sapendo se la notizia che egli recava
sarebbe bene o male accetta. Ad ogni modo avrebbe voluto, che non
andasse sfruttato il merito dell'opera sua. Invano studiava il volto
del conte per indovinarne i desideri; su quella fisonomia non leggeva
altro che l'impazienza.
“Hai tu paura di dirmi tutta la verità? — ripigliò il Conte colla
amorevolezza propria di chi è lieto d'aspettarsi una buona nuova
— e che? credi tu forse che io goda del male altrui? Se Maffiolo
Mantegazza è fuggito, tanto meglio: Dio vegli su lui... e lo conduca a
salvamento.„
“Dio veglierà su lui, non ne dubitate„, soggiunse Medicina,
arrestandosi sulla frase, che lasciava sottintendere in certo modo la
nuda verità “Messer Maffiolo non è più in balía degli uomini. Egli....„
“Non è più in balía degli uomini!!„
“Si, o Messere, poichè egli è morto.„
“Maffiolo è morto?...„ sclamò il conte con accento di desolazione.
“Maffiolo è morto!...„ ripetè il ciurmatore, scomponendo la frase nelle
sue sillabe e pronunciandole con tuono patetico.
“Ma quando, e per mano di chi?„
“Jeri, e per mano propria.„
“Se ne conosce il motivo?„
“Vi è ogni ragione per credere ch'egli pigliasse l'unico disperato
partito che lo sottraeva ai fanti di giustizia, pronti a mettergli le
ugne addosso.„
Il conte si coperse il volto colle due mani, e con parole soffocate,
che niuno avrebbe potuto comprendere, susurrò tra sè. “Che avverrà mai
di sua figlia?... e lo amava tanto....! povera Agnesina....!„
Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilità così nuova, desiderava
mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.
“Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore„; prese egli a dire.
Si scosse a quelle parole il conte, e dimandò:
“Sai tu i particolari di quest'avvenimento?„
“Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarirà
l'arcano. Eccola:„; — e la consegnò al principe.
Pensava tra sè il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle
mani d'Agnesina, perchè fosse resa consapevole della sciagura dalle
stesse parole di suo padre. Ma ciò era forse quanto ucciderla. —
Assunse pertanto sopra di sè il carico di informarla, sperando che
l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole più proprie a così doloroso
officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli
occhi su Medicina, gli disse:
“Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto è a tua notizia.„
“Vi parlerò per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile
vedere — soggiunse Medicina con una voce sì commossa, che non sembrava
più quella del cantambanco. — Fino da jeri mattina alcuni ceffi
scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la
ronda lungo la via, dov'è la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo
non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i
birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere
l'avesse data a gambe. Così fosse stato! egli invece era rinchiuso nel
suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una
per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme. I fanti,
vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando
vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano,
attendevano la notte, per fare il colpo. — Dicesi ancora che Messer
Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela,
e che a ciò corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse
una scala già pronta, perchè potesse discendere da un finestruolo, e
per gli orti scantonare alla sorda. — Tutti sogni della buona gente,
che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare. Non v'era
nè soccorso, nè scala, nè tampoco un uomo; nessuno volle risicare la
propria per la pelle altrui. — Venne infine quella sciagurata notte.
Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attestò
che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al
suo stipo, scribacchiando come uno che ha più cose a dire, che tempo
per enumerarle. — Un servo tentò distoglierlo da quella occupazione,
rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito
chiedendo gli venisse portata una lampada, e tirò avanti nel far
correre la penna e nel rovistare le carte. — Quando fu bujo fitto, il
servo udì scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante
volte s'accostò ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide nè
udì.„
A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non
gli fosse prestata attenzione: perocchè il conte, appoggiata la testa
nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri.
Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo
con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande
interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso
di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi
ripigliò:
“Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte.
Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci
dar il segno del mattutino. — Faceva bujo come in gola del lupo: il
cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume
ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una
pedata che battesse il lastrico[13]. La vostra bella Milano, sì vivace
e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. — Durai fatica
a rintracciare la casa dei Mantegazzi, benchè mi fossi proposto di
recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre
dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia. Quando
misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere
la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava
un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. — Scavalcai
da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un
pilastrino; e avanti. — Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti
della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate.
Per verità, non era necessario usar tanta precauzione, perchè al di
fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto,
perchè il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della
cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del
vostro potente biscione. — Nell'interno della casa era un nugolo
di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne.
Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano
l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.
“Io mi avvicinai ad uno di loro, e chiesi: — Che avviene? — Un affare
di nulla, prese egli a dire; un pulcino da condurre a pollajo — Chi è
egli? — Messer Maffiolo Mantegazza — E il perchè?... Ne sappiam noi! ci
dicono di venir qui, di far la guardia, di catturare.... sanno forse
i vostri tomaj dove voi pensate di andare? — E il prigioniero ove
trovasi? — In quella camera, rispose il bravaccio additandola; colà il
capitano ed un giudice frugano e tasteggiano fra le carte, peggio che
se quei cenci fossero aste e pugnali. Ma c'è voluto del buono, vedete,
a penetrare là dentro; si dovette abbattere la porta, che messere non
volle aprire, ancorchè ne lo pregassimo con tutta civiltà.
“Il bravaccio mezzo brillo continuava a blaterare, quand'io già lontano
da lui tentava d'introdurmi nella stanza del prigioniero, — Alla
porta nuove difficoltà; il giudice aveva dato ordini severi. Io finsi
d'averne de' più severi de' suoi; fatt'è che entrai.
“Vostra Grazia[14] per certo pensa che io m'abbia un cuore di macigno,
eh! ella non va lontano dal vero. Ne ho vedute tante a questo mondo,
che ci ho fatto il callo. Eppure bisogna dire, che coll'andar avanti
negli anni si arrivi al tenerume, perchè questa volta anche senza i
soliti piagnistei, m'ebbi una stretta al cuore così nuova, che quasi
credetti fosse compassione.
“Vi degnate voi d'ascoltarmi? — Messer Maffiolo sedeva nel fondo della
camera col corpo addossato al leggío, e il capo sur un libro, che gli
faceva l'officio di capezzale. Io fissai quel volto; gli occhi erano
chiusi, ogni tratto rigido ed immobile: vi rimaneva solo un'impronta di
dolore, che la vita fuggendo non s'era tolto seco.
“Col consenso del curiale, che mi riconobbe, mi avvicinai a lui, e
lo scossi; non diè segno di vita; gli posi una mano sulla fronte,
era di marmo; una altra al cuore; mùtolo del tutto. — Constatata la
morte, il curiale fece insaccare quante carte credette appartenere
alla giustizia, ed il capitano affidò la custodia del cadavere a' suoi
sgherri. L'uno e l'altro dopo ciò se ne andarono.
“Io stava per partire con loro, allorchè, non so per qual ragione,
dovetti arrestarmi un momento; allora pensai che avrei potuto
conoscere, meglio che il curiale, qualcosa di quel garbuglio. — La
stanza era stata frugata, tramestata, sconvolta in ogni sua parte; io
la frugai di bel nuovo, e non invano; perchè in un canto scopersi una
coppa, probabilmente ivi riposta da poche ore. Benchè fosse vuota,
le sue pareti erano umide e crasse; e nel fondo stagnavano alcune
gocce di un liquido denso e verdognolo, che alla vista ed al fiuto
riconobbi subito per uno stillato di tossico. — Il curiale se n'era ito
coll'intima convinzione, che messer Mantegazza fosse morto di un colpo:
pover'uomo!
“Finalmente era per andarmene anch'io, contento di avere almeno
qualcosa di più positivo da aggiungere alle vaghe conclusioni della
giustizia, quando vidi a terra un non so che di bianco e riquadrato,
che mi sembrò essere ivi dimenticato o perduto. — Mi affrettai a
raccogliere quel nonnulla, e per tal modo giunsi a sottrarre alle
ugne degli sgherri quella lettera, che v'ho testè rimessa, perchè vi
degniate di consegnarla a madonna Agnese. — Quello scritto dirà ciò che
noi e la giustizia non giungeremmo mai a sapere.„.