Il Conte di Virtù, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il più mite
tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali
sarebbe sempre stato vinto da vicini più forti di lui, ebbe ricorso
a quelle arti, che più tardi il secretario fiorentino spiegava ai
regnanti dicendo che “loro è necessario saper usare la bestia e
l'uomo„, cioè la forza e la legge, e che “essendo a ciò necessitati,
debbano di quella pigliar la volpe ed il leone[12]„. Forte di questo
principio, che egli praticò prima che altri lo insegnasse, mirava
a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli,
fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era
oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati
vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i
disegni de' suoi avversari.
Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli
inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e
d'istruzioni secrete piene di astuzia. — Medicina, ne duole il dirlo,
poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo
diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e
di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose
gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed
ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli
i suoi favori a due mani.
Era ben naturale che il Conte di Virtù accogliesse súbito il suo
inviato; poichè s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordinò
quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava
profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul
letto, aperse con lui il dialogo.
“Notizie?„
“Le solite a un dipresso.„
“E il tuo padrone che fa?„
“Il mio padrone è il Conte di Virtù, che Dio conservi„, soggiunse
Medicina con accento ipocrito.
“Hai il solito rapporto in iscritto?„
“Sì illustrissimo„ — e in dir ciò trasse di sotto l'abito un
portafogli, che slacciò per cavarvi una carta. Nel porgerla al conte,
s'inchinò umilmente verso di lui, poi rialzatosi diè di piglio ad un
doppiere, fe' lume sullo scritto, e disse: “perdonerà Vostra Grazia,
se le presento degli uncini in cambio di caratteri. — Ma la fretta e la
paura...„
Il conte era tutt'occhi e leggeva la relazione seguente, che
trascriviamo colle stesse parole di Medicina:
“_Adì 30 Augusto hujus anni domni al hora XIV el domino Barnabove dixe
queste parole al suo famulo et vestro = Messer Johanne Galeacio non
se move dil suo palatio de Tesino per tema di noi: verum el prenzipe
de Mediolano quando se delectasse de videre et osculare il suo
dilectissimo nepote, no harria che a mouere puocchi fidi militi, et
currere ad Pavia; et cvm gran festa et clamore saria receputo da i boni
Pavesi = Et hoc dixit ridendo quasi ad lacrymas et cum malitiâ mvlta._
“_Deinde el che duoppo intervenne in Mediolano magna grameza per la
sententia de duoi citadini condemnati a la forcha: caussa el hauere
cazato nel bosco de Maregnano de proprietate del predicto Domino._
“_Item el camparo de Lambrate fu inguerzito cum uno spuntirolo roxo nel
ochio destero, per hauer passato ultra la stangha de la strada privata
del predicto Domino._
“_Item XII contadini furono mulctati et VII tirannice uerberati per
mala custodia de cani.... ad jussum Magistri canateri predicti Domini._
“_Item_....„
Ma qui sarà meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che
entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con
più evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben
farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.
Barnabò Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e
l'eredità del fratello Matteo, non tenendo in comune che la città di
Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote.
— Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo
tentativo non avea fallito; perchè Giangaleazzo mostrava di non aver
coraggio di metter piedi in Milano, benchè vi avesse una residenza
inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.
Se non che, Barnabò colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio
colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta
giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le città che
occupavano la parte settentrionale dello stato, stimò che nulla meglio
gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto
sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o città, ed
impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo
ad ogni istante.
Trattò a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio;
e ne stipulò la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro.
Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto;
scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al
nome di Barnabò, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare
il governo.
Checchè fosse, Reggio ed il suo distretto divennero proprietà della
casa Visconti; e Barnabò, per rassodare il suo dominio, non ignorando
che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti
pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la
resa, catturò Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' più caldi
nemici de' Visconti e il più potente fra i castellani di quella terra.
Benchè tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata
alcuna ruggine, Barnabò ritenne Francesco prigioniero di guerra,
come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere
perciò nel più squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo,
minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il
fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libertà che s'avesse
il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere
loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.
Barnabò, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorchè la finzione,
approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia;
perchè riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata
facoltà di opprimere; e perchè, in questo caso, valevasi della sua
vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi
voleri.
Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori
dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione
del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che
Barnabò non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. — Ma
intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.
La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le più imponenti;
l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni.
Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si unì parte del
popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se
ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi
pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.
Ma Barnabò sfidò il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo
sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudeltà, volle
ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.
Il giorno in cui Reggio vide il migliore de' suoi figli subire la
morte dei malfattori, la città ribelle parve domata. La storia, che
riferisce fedelmente le grida disperate di un popolo che impreca contro
la propria servitù, sarà sempre un eco debole ed infido di quel dolore
cupo ed arcano, che divora dignitosamente l'oltraggio, ed aspetta.
— Guai a colui che intollerante degli indugi, divora il seme, e non
aspetta ch'egli porti frutto. Nulla v'ha di più sapiente che il frenar
l'ira, per farne tesoro ai migliori momenti. — Forse il silenzio
a prima giunta può sembrare viltà: ma noi, che per trista sorte ne
fummo maestri, potremo insegnare, che esso non è soltanto la difesa
del debole, ma diviene vittoria quante volte elude le speranze della
tirannide; la quale sovente affretta un primo atto di crudeltà per
provocare i risentimenti dell'oppresso ed avere pretesto ad altri e più
gravi oltraggi.
Lo sgomento di Reggio si era diffuso fino a Milano. — Prima che vi
giungesse la notizia della morte di Francesco Fogliano, correvano per
la città voci sinistre sulla sorte di alcuni cittadini. Parlavasi di
una grande congiura scoperta, di gente condotta prigione, di un nuovo
e terribile processo, che doveva iniziarsi. Il primo annuncio di una
sciagura non è per solito al disotto del vero. Ognuno sulla fede di
tante crudeltà vedute, traduceva a suo modo, ma sempre con terribili
colori, il risultato di quell'avvenimento. Chi ne conosceva il filo
taceva; chi era ignaro dei fatti credeva scolparsi dichiarandolo, ma
non era perciò più tranquillo; tutti prevedevano nuovi tormenti e nuovi
tormentati.
Volgeva su questo argomento la relazione di Medicina, ed il Conte di
Virtù, che dallo scritto di lui non sapeva cavare quanto bastasse ad
appagare la sua curiosità, gli volgeva ad ogni istante la parola:
“Tu non mi accenni il nome di alcuna tra le vittime?„
“Messer no; la cosa è tanto recente; d'altronde sono parecchi, sono
molti, e m'ero serbato l'officio di nominarveli a voce.„
“Ebbene?„ prese a dire il conte con aria d'interrogazione e
d'impazienza.
“Le bujose dovrebbero essere già popolate — v'ha posto per un Biglia,
per Anselmo Borri, per due degli Osii, un Martin Lanzani, uno de'
Mantegazzi....„
“Un Mantegazza, e quale?„ chiese il conte meravigliato.
“Perdoni Vostra Grazia, non ve lo saprei dire — ve n'è più d'uno di
questo nome, ed io....„
“Messer Medicina, fate meglio il vostro mestiero, o vi rinunciate del
tutto — Questo servirmi a mezzo mi pone in sospetto — pensate ai casi
vostri.„
Medicina non sapeva comprendere la ragione di quella minaccia. Egli
non rammentava in quel momento d'essere in casa d'un Mantegazza; e
molto meno poteva conoscere che quel nome risuonava caro alle orecchie
del conte. — Attribuì quindi il rimprovero ad uno di que' ticchii dei
grandi signori, cui, per l'essere suo, era abituato da un pezzo. In
cuore non se ne curò punto; col viso finse d'essere commosso. Tutto
raumiliato si prostrò davanti al suo signore, con quel fare mansueto,
che sembra voler dir “batti„, e che perciò disarma.
“Signore, abbiate pietà del vostro più fedele servitore, sclamò
l'ipocrita: se non vi manca che una sua prova di zelo per convincervi
chi egli sia, comandategli di correre tosto a Milano a pigliar notizia
del fatto. Prima che spunti il giorno, Medicina, vivaddio, vi porterà
la risposta.„
“Allora partite: ma che nessuno sappia il motivo della vostra corsa;
che nessuno al mondo prima di me conosca ciò che voi avete veduto ed
udito.„
Medicina, senza aggiungere parola, si pose la destra sul petto in aria
di obedienza, e di promessa; fece un inchino ancora più profondo dei
consueti; ed escito fuori, chiese una cavalcatura su cui montò di un
salto, e partì di galoppo per Milano.