Medicina, che era stato creduto mortalmente ferito, guarì e troppo
presto, sì che potè ritornare in brev'ora alle antiche abitudini e
ripigliare il corso appena interrotto delle sue sceleratezze. — Spiantò
la bottega da cantambanco, che gli fruttava meschinissimo guadagno e
troppi pericoli; poichè il popolo, che aveva finalmente riconosciuto
chi egli fosse, tentò un giorno di scassinare a colpi di pietra la sua
baracca. Lo sfavore del publico gli mantenne e gli crebbe la fiducia
del signor di Pavia, che aspettandosi da lui altri servigi, lo chiamò
presso di sè ad un officio secreto.
Espertissimo nell'arte di impadronirsi de' fatti altrui, destro nel
fingere amicizia e nel provocare incaute confidenze, potè talora
scovare il vero o creare de' sospetti più o meno fondati: ma quando
intorno a lui ogni viso divenne impassibile ed ogni labro muto, ei
ricorse alle più strane supposizioni, alle misteriose e generiche
accuse: ottimo mezzo a tener viva nell'animo del suo padrone quella
paura, a cui stipendii egli traeva una vita dorata. E in ciò il
principe assecondava mirabilmente le intenzioni di colui; perocchè
ombroso e diffidente per indole, andava accattando tutto ciò che
cresceva i suoi sospetti.
L'arte moderna non è povera di veritiere rappresentazioni del vizio
nel suo più schifoso aspetto. Sollevato il velo ipocrita che ricopre
il lezzo della società, vi si mostrano il furto, l'assassinio, la
prostituzione in tutta la pompa della loro deformità. Ma la spia è
tale un mostro, che non ha ancora trovato la penna di fuoco che osi
ritrarlo.
Egli è peggiore dell'omicida, del ladro, del falsario, perchè tutti
i delitti di costoro stipendia ed adopera a' suoi fini. Egli uccide
nella vita e nella riputazione quello pria che altri, a cui stese la
mano d'amico. Vende la libertà e l'onore altrui, solo perchè non langua
il suo mestiero. Machiavelli disse che gli uomini si debbono spegnere
o vezzeggiare[11]; il delatore fa l'uno e l'altro, vezzeggia e spegne
ad un tempo. Non è egli di solito un'energumeno, ebro dallo spirito di
parte, che adoperi ogni suo mezzo ad indebolire una fazione avversa;
ma si fa carnefice de' suoi simili senza provar sdegno o passione;
nè come il carnefice porta il suo viso sul palco. — Talvolta sfugge
la piena luce, ed è invulnerabile perchè anonimo, tal'altra assume
l'inviolabilità di chi è rivestito di un publico officio, ed usufrutta
il braccio di un potente, di cui diviene l'árbitro. Il tiranno può
farvi grazia: la spia non mai. La folla, in mezzo alla quale si
nasconde un delatore, prova apprensione ed angoscia, come al dubio che
nel suo mezzo s'aggiri un idrofobo. Ognuno s'allontana, l'adunanza
si scioglie: meglio è l'essere prigioniero nella propria casa, dice
o pensa ciascuno, che affrontare il pericolo di un morso inavvertito,
che infonde il veleno, e prepara una morte certa e spaventevole. Vero
è che questo mostro, parto ibrido del dispotismo e della legge, vive
talvolta all'ombra della stessa materna potenza; ma ciò non lo sottrae
al marchio della publica infamia, alla esecrazione di tutti gli uomini,
a quella fin anco dei meno onesti.
Medicina continuò ad essere la spia di Galeazzo secondo; morto lui, il
Conte di Virtù, che aveva inaugurato il suo governo con leggi più miti,
nella certezza di non avere nemici fra' suoi soggetti, bandì dalla sua
corte quel sospetto collettore di accuse secrete.
Conobbe allora, che cacciato fuori dal castello e confuso tra la
feccia, verrebbe accolto come un verme, su cui corrono a gara i piedi
dei passanti per calpestarlo. Chiese, supplicò, in ginocchio, nella
polvere; ma il bando non fu revocato.
Siccome però la confidenza nelle proprie forze non si spingeva
tant'oltre in Giangaleazzo da fargli credere di non avere nemici o
rivali, e temendo anzi che la gelosia gliene creasse ogni giorno tra'
suoi vicini, così pensò il conte che la scaltrezza del ciurmatore
avrebbe potuto giovargli come un arma secreta a conoscerne le
intenzioni, ad isventarne le insidie.
Passò quindi Medicina dalla casa del Conte di Virtù a quella di Barnabò
Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come
dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla
corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare
di buoni augurj, acquistò credito a segno da far dimenticare i troppo
mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il più
celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.
Barnabò, che non credeva ad altri fuorchè a se stesso, e non accordava
a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perchè avrebbe
temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva
le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare
fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le
applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perchè
il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare
un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.
Medicina accumulava in sè i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso
del suo impiego nominale, Barnabò aggiungevagli qualche straordinaria
largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulità: ed
oltre ciò, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire
che la sua dottrina gli andava a sangue, perchè un dotto meno geloso
della dignità della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo
mai.
Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per
scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli
abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla città, e correva di
volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una
minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano,
venivano bene ricevute e meglio pagate. — Fu in una di queste corse
ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove
noi lo abbiamo lasciato.