XXXIII.

Medicina, che era stato creduto mortalmente ferito, guarì e troppo

presto, sì che potè ritornare in brev'ora alle antiche abitudini e

ripigliare il corso appena interrotto delle sue sceleratezze. — Spiantò

la bottega da cantambanco, che gli fruttava meschinissimo guadagno e

troppi pericoli; poichè il popolo, che aveva finalmente riconosciuto

chi egli fosse, tentò un giorno di scassinare a colpi di pietra la sua

baracca. Lo sfavore del publico gli mantenne e gli crebbe la fiducia

del signor di Pavia, che aspettandosi da lui altri servigi, lo chiamò

presso di sè ad un officio secreto.

Espertissimo nell'arte di impadronirsi de' fatti altrui, destro nel

fingere amicizia e nel provocare incaute confidenze, potè talora

scovare il vero o creare de' sospetti più o meno fondati: ma quando

intorno a lui ogni viso divenne impassibile ed ogni labro muto, ei

ricorse alle più strane supposizioni, alle misteriose e generiche

accuse: ottimo mezzo a tener viva nell'animo del suo padrone quella

paura, a cui stipendii egli traeva una vita dorata. E in ciò il

principe assecondava mirabilmente le intenzioni di colui; perocchè

ombroso e diffidente per indole, andava accattando tutto ciò che

cresceva i suoi sospetti.

L'arte moderna non è povera di veritiere rappresentazioni del vizio

nel suo più schifoso aspetto. Sollevato il velo ipocrita che ricopre

il lezzo della società, vi si mostrano il furto, l'assassinio, la

prostituzione in tutta la pompa della loro deformità. Ma la spia è

tale un mostro, che non ha ancora trovato la penna di fuoco che osi

ritrarlo.

Egli è peggiore dell'omicida, del ladro, del falsario, perchè tutti

i delitti di costoro stipendia ed adopera a' suoi fini. Egli uccide

nella vita e nella riputazione quello pria che altri, a cui stese la

mano d'amico. Vende la libertà e l'onore altrui, solo perchè non langua

il suo mestiero. Machiavelli disse che gli uomini si debbono spegnere

o vezzeggiare[11]; il delatore fa l'uno e l'altro, vezzeggia e spegne

ad un tempo. Non è egli di solito un'energumeno, ebro dallo spirito di

parte, che adoperi ogni suo mezzo ad indebolire una fazione avversa;

ma si fa carnefice de' suoi simili senza provar sdegno o passione;

nè come il carnefice porta il suo viso sul palco. — Talvolta sfugge

la piena luce, ed è invulnerabile perchè anonimo, tal'altra assume

l'inviolabilità di chi è rivestito di un publico officio, ed usufrutta

il braccio di un potente, di cui diviene l'árbitro. Il tiranno può

farvi grazia: la spia non mai. La folla, in mezzo alla quale si

nasconde un delatore, prova apprensione ed angoscia, come al dubio che

nel suo mezzo s'aggiri un idrofobo. Ognuno s'allontana, l'adunanza

si scioglie: meglio è l'essere prigioniero nella propria casa, dice

o pensa ciascuno, che affrontare il pericolo di un morso inavvertito,

che infonde il veleno, e prepara una morte certa e spaventevole. Vero

è che questo mostro, parto ibrido del dispotismo e della legge, vive

talvolta all'ombra della stessa materna potenza; ma ciò non lo sottrae

al marchio della publica infamia, alla esecrazione di tutti gli uomini,

a quella fin anco dei meno onesti.

Medicina continuò ad essere la spia di Galeazzo secondo; morto lui, il

Conte di Virtù, che aveva inaugurato il suo governo con leggi più miti,

nella certezza di non avere nemici fra' suoi soggetti, bandì dalla sua

corte quel sospetto collettore di accuse secrete.

Conobbe allora, che cacciato fuori dal castello e confuso tra la

feccia, verrebbe accolto come un verme, su cui corrono a gara i piedi

dei passanti per calpestarlo. Chiese, supplicò, in ginocchio, nella

polvere; ma il bando non fu revocato.

Siccome però la confidenza nelle proprie forze non si spingeva

tant'oltre in Giangaleazzo da fargli credere di non avere nemici o

rivali, e temendo anzi che la gelosia gliene creasse ogni giorno tra'

suoi vicini, così pensò il conte che la scaltrezza del ciurmatore

avrebbe potuto giovargli come un arma secreta a conoscerne le

intenzioni, ad isventarne le insidie.

Passò quindi Medicina dalla casa del Conte di Virtù a quella di Barnabò

Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come

dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla

corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare

di buoni augurj, acquistò credito a segno da far dimenticare i troppo

mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il più

celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.

Barnabò, che non credeva ad altri fuorchè a se stesso, e non accordava

a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perchè avrebbe

temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva

le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare

fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le

applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perchè

il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare

un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.

Medicina accumulava in sè i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso

del suo impiego nominale, Barnabò aggiungevagli qualche straordinaria

largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulità: ed

oltre ciò, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire

che la sua dottrina gli andava a sangue, perchè un dotto meno geloso

della dignità della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo

mai.

Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per

scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli

abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla città, e correva di

volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una

minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano,

venivano bene ricevute e meglio pagate. — Fu in una di queste corse

ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove

noi lo abbiamo lasciato.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 49 / 111 题