In mezzo a tante e sì opposte passioni, che avevano per altro comune
la sorgente da cui scaturivano, i progetti di Medicina, elaborati tra
le angosce delle sue veglie, rassomigliavano alle discussioni di certe
adunanze turbolente, in cui la tesi primitiva fatta a brani, per così
dire, dagli agitati oratori, devía dal suo punto di partenza, e, dopo
aver errato su di un terreno ignoto, decide alla fine ciò che non si
era nemmanco pensato di proporre.
La prima idea del ciurmatore era rivolta al possesso di Maria, ad
averla ad ogni patto, non escluso quello di farla sua per tutta la
vita, ne' modi onesti, dando cuore per cuore. Ma la conclusione, a cui
arrivava, dopo una lunga vicenda di tentativi e di sconfitte, dopo
mille progetti ed altretanti pentimenti, era affatto diversa, era
opposta. — Egli deliberava di ferirla nell'onore, di far strazio del
suo nome: il tramite, che congiungeva questi due disegni così disparati
fra loro, non deve essere un mistero per chi sa, come il delirio
dell'amore lo avesse condotto a quello della vendetta.
Ora lo scelerato poteva giungere al suo scopo per due vie. La prima,
che sodisfaceva in parte alle antiche idee, gli presentava qualche
difficoltà, ma gli prometteva un doppio compenso. Bisognava aspettare
il momento opportuno d'esserle vicino, affrettarlo, prepararlo
coll'astuzia, se era d'uopo; la brutale passione avrebbe poi fatto
il resto. — L'altra era più facile e sicura, tanto che la sfrontata
arditezza di quel malvagio quasi si vergognava di seguirla. Un racconto
qualunque, fosse pur fondato su di una lieve apparenza, o su di una
menzogna, bastava a dar vita alla più micidiale calunnia. — Spettava a
lui l'ordirla, a lui il fidarla alla loquace maldicenza delle comari;
ed in un sol giorno il vitupero di Maria sarebbe sparso a mille e mille
esemplari nel mondo. Ravviata la fiammella, non avrebbe poi mancato di
soffiarvi dentro, per tener vivo l'incendio. — Medicina ebbe ricorso
al primo dei due partiti, perchè in esso vi erano per di più tutti gli
elementi alla buona riuscita del secondo.
Un dì o, diremo meglio, una sera, perchè era bujo fitto, il ciurmatore
s'avviava, come di solito, alla taverna, giurando solennemente entrò
sè di mostrarsi altr'uomo da quello che era stato fino allora. — A
caso, in quel momento le due camere terrene, che formavano la sala e
la credenza del taverniere, erano stivate di gente. S'adombrò sulle
prime come alla vista d'altretanti testimoni della sua ribalderia; se
ne rallegrò poco dopo, vedendo che tutti avevano gli occhi sul proprio
desco; tutti erano infervorati ne' discorsi.
Quel ridotto aveva il più squallido aspetto. — Si discendeva in esso
per quattro gradini di mattoni collocati a coltello. Le muraglie
cosparse di macchie e di strisce, riflettevano qua e là le tracce
ora fosche or lucenti di un'umidità abituale. Il pavimento, coperto
di un pattume fangoso, era ingombro de' nauseanti rilievi delle
mense. Sfilavano all'ingiro i rozzi deschetti coperti da grossolane
tovaglie, su cui erano impresse le glorie dei pasti di una settimana.
Dalle lucerne rade e bisunte pioveva una luce sinistra più intensa
al basso, nella parte superiore offuscata da una nuvola di fumo, che
si svolgeva dai lucignoli negletti. — Era la più bella scena per
un pennello fiammingo; ma sarebbe stato ben più serio e svariato
tema per un filosofo, che volesse entrare nelle midolle di quella
riunione scioperata, e definirne uno per uno i sentimenti, i gusti, il
linguaggio.
Medicina al suo entrare, salutò le vecchie conoscenze, e senza
accostarsi ad alcuno, andò a sedere in un angolo della credenza, a
fianco della porta che metteva ad un corridojo ed alla cantina. —
Scelse quel posto, il meno ambito d'ogni altro, per isfuggire agli
occhi di tutti, e perchè o presto o tardi per quella porta sarebbe
passata Maria.
Per mettere in perfetta quiete ogni possibile apprensione di Bertolino,
comandò che gli fosse recato quanto aveva di più squisito, e chiese
non uno ma due fiaschetti; non la solita vernaccia, ma la più spumante
delle sue malvagíe.
Bertolino, a quell'ordine, metteva sossopra tutta la casa; perchè
avventori così splendidi gli fioccavano di rado. Spediva il garzone in
cantina, la figlia a cercare biancheria di bucato; ed egli accorreva ai
fornelli, dove in una pentolina di terra fumava un intingolo, che non
poteva temere confronti, perchè era l'unico.
Il ciurmatore non mangiò; aveva una gravezza sullo stomaco che gli
toglieva ogni appettito; ma pur, non volendo dare a conoscere che
qualcosa gli frullava pel capo, si finse a meraviglia il diluvione
delle altre sere, facendo scorrere a terra quanto aveva sul piatto, ed
invitando il cagnuolo della casa a cenare in sua vece. — Fe' miglior
viso ai due fiaschi. Il primo bicchiere gli aperse la via agli altri;
e con un po' di proposito, se non colla voglia consueta, diede fondo ad
entrambi. Però quella malvagía gli sembrava insipida; e se non l'avesse
riconosciuta agli effetti, quanto al gorguzzolo non sapeva giudicarla
migliore del solito agresto.
Brillava sul volto di lui il fuoco sinistro di quella mezza ebrietà,
che centuplica le forze, e lascia sopravivere quanto senno è necessario
a guidare un'impresa arrischiata e ribalda. Le sue guance, già di
solito colorite, erano ardenti come quelle di un febricitante; l'occhio
lucido ed injettato guizzava per ogni dove, codiando tutti e tutto.
Le labra imporporate dal vino, sciogliendosi di tratto in tratto dalle
strette, cui venivano assoggettate da un convulso digrignare dei denti,
mostravano il livido delle morsecchiature, e si atteggiavano in modo da
lasciar dubio se preparassero un sorriso od una bestemmia.
L'interno della bettola aveva intanto ripreso un aspetto più
tranquillo. Alle grida degli avventori succedevano le calme
discussioni. — Un gruppo s'occupava d'una importante sfida coi dadi.
I giocatori circondavano il tavoliere, muti se scuotevasi il bossolo,
vivi e loquaci al gittare le sorti. Chi non era della partita,
arrischiava di traverso una moneta, scommettendo per la fortuna
di questo o di quel dadajuolo. Bertolino era del numero; e, per
distoglierlo in quel momento dalla sua occupazione, non avrebbe forse
bastato un comando di Medicina. — Questi vedeva, e taceva aspettando
soltanto che la partita fosse ben bene impegnata.
Il garzone sedato sur una banca, abbandonate le braccia al tavolo ed
il capo tra le braccia, dormiva placidamente. — Solo Maria, che pure
avrebbe potuto starsene un po' tranquilla, attendeva a riordinare il
salotto, a rimettere gli utensili nell'armadio, ad ammucchiare le
stoviglie, a ripiegare le biancherie. — Quel darsi moto la faceva
essere più sicura; ella sfuggiva con quest'arte all'insistente
persecuzione di uno sguardo odioso. — Correva quindi dalla sala
alla credenza, da questa al corridojo, e ritornava sollecita per
ricominciare la stessa corsa; tutto ciò senza dir parola, senza far
strepito.
L'androne era perfettamente oscuro. — Quando Medicina pensò che fosse
venuto il momento di mandare ad affetto i suoi disegni, visto che Maria
vi si era inoltrata, le tenne dietro a passo leggiero coll'intendimento
di raggiungerla in capo ad esso. Quella febre fittizia, che commove
la volontà e rinvigorisce la mano, se l'era procurata ad arte, per
aver fermezza e coraggio all'opera; ma i piani di questa erano stati
concetti e maturati nel completo possesso della sua ragione.
Visitò giorni prima la stanza, l'uscio, l'andito attiguo, e non
risolvette di metter mano all'impresa se non quando ebbe la certezza
d'uscirne trionfante ed impunito. Entrando quindi nel corridojo, fu
sua prima cura di chiudere dietro a sè la porta che lo separava dalla
credenza. — Sapendo che il chiavaccio era unto, lo fece scorrere nelle
anella; certo che non avrebbero mandato cigolío. — Due passi più avanti
all'altezza di un uomo v'era una finestruola sguernita di grata, e
protetta solo da un'imposta sconnessa. Ei salì mettendo il piede al
sicuro, l'aperse, protese il capo all'infuori, e riconobbe, alla luce
delle stelle, che all'intorno non v'era anima viva.
Questa doppia precauzione aveva per iscopo di impedire che le grida di
Maria, ove questa gli usasse il mal garbo di alzar la voce, giungessero
fino alle orecchie della gente che era al di fuori. La finestra era
stata aperta allo stesso fine, perchè l'aria libera si portasse via
con sè ogni parola un po' calda, ogni gemito mal represso; ma più
ch'altro aveva avuto di mira di schiudersi alle spalle una ritirata
in caso di sorpresa. — Medicina conosceva perfettamente la situazione
della casipola; sapeva che quella finestra guardava in un orto; che
quell'orto, cinto da una siepaglia disfatta, metteva ad una delle più
deserte vie della città.
Tutto ciò non fu che l'affar di un momento: ma quel momento bastò alla
fanciulla perchè s'accorgesse di tutto. — Nella fitta oscurità, che
regnava in fonde dell'androne, ella aveva acquistato tanta sensibilità
delle pupille, che, alla fioca luce della finestruola, potè riconoscere
chi l'inseguiva. — Comprese e inorridì: comprese che la fuga era
impossibile, e che le grida erano vane. — Raccomandò a Dio non la sua
vita, ma l'onor suo; e rincantucciata in un angolo, più indignata della
sceleraggine altrui, che intimidita dal proprio pericolo, attese gli
eventi.
“Maria, prese a dire il ribaldo con un tuono sommesso ed ipocrito, che
vi ho mai fatto io perchè mi vogliate tanto male?„
“Vi giuro o Messere, soggiunse la fanciulla con calma dignitosa, che io
non risponderò ad alcuna delle vostre dimande, se non dopo che avrete
aperta quella porta.„
“Non volete che questo? l'aprirò quella porta a piacer vostro, fra un
istante, subito; ma ad un patto....„
“Aprite dunque;„ l'interruppe la fanciulla rafforzando la voce su quel
_dunque_ quanto illogico, altretanto solenne ed imperioso.
“Piano, piano; un momento, prese a dire Medicina, mutando stile, — se
l'ho chiusa non lo feci a casaccio....„
“Aprite, vi ripeto per l'ultima volta.... se no....„
“Minacce: e a chi e perchè?.. ben sapete che io non sono un fanciullo,
e che prima di operare ci penso due volte.... Se la pillola vi sembra
amara, meglio è per voi ingojarla di un tratto.... Ma che? soggiunse in
tuono di scherno, mi volete far credere che sulla gruccia della civetta
stia appollajata una colomba? — La modestina, la beatina! oh vè, la
fenice delle fantesche da cánova! Vergogna! Vi debbo apprendere io a
fare il vostro mestiere?.. Ah, ah.... ma avete anche voi i grilli...,
li abbiam tutti; anch'io ho i miei; non fosse altro quello di basire
dalla passione. In grazia vostra, vedete, me ne vo, tutto sciolto in
lacrimuzze, pel buco dell'acquajo.„
La povera fanciulla fremeva, all'udir quelle parole svergognate, ma non
fiatava. Il pericolo si faceva più grave, più imminente; ed ella non
aveva ancor trovato nè scampo nè ripiego. — Ma il coraggio non le era
per ciò venuto meno.
Quel tacere crebbe la parlantina e l'ardire del ribaldo. Egli, che
s'aspettava una salva d'ingiurie, credette leggere in quel silenzio il
principio di una rassegnazione mansueta.
“Non hai niente a ridire, o fanciulla. — Meglio così. — Già un giorno
o l'altro ti bisognerebbe cascare nelle unghie di qualche nibbiaccio. —
V'ha nella tua taverna d'assai peggio di me.„
E in dire queste ed altre parole, della cui impudenza la nostra penna
da qui in avanti non si vuol far complice, egli tentò avvicinarsi
a Maria. — Stendeva le braccia a caso, e le agitava a guisa di un
nuotatore inesperto. Mezzo brillo com'era, a quella luce semispenta
egli non giungeva a scorgere che cosa avvenisse davanti a sè. Ma il
luogo era ristretto, e Maria non poteva sfuggirgli. — Alla fine,
dopo una serie di tentativi inutili, alternando svenevolezze ed
imprecazioni, giunse a ghermirla per un braccio, e, tiratala a sè di
viva forza, la strinse alla cintura fra i suoi artigli di ferro.
Ma se l'uno impiegava membra maschie, rinvigorite in quel punto da
una passione selvaggia, l'altra, povera e debole donna, aveva per
sè l'agilità della prima gioventù, la prontezza dei movimenti, l'uso
completo di tutto il suo senno.
Con un moto inatteso e rapido, ruppe Maria la cerchia che la stringeva,
e, spinto lontano da sè lo sciagurato, corse a rimpiattarsi presso
alcuni ordigni accatastati nell'angolo del corridojo, perfettamente
dicontro ad una porta semichiusa, che mascherava la scala della
cantina.
Il candido fazzoletto, che le copriva le spalle, ripercosse la
scarsa luce di riflesso, che si effondeva dalla finestra, e svelò
al ciurmatore il posto, in cui s'era ricoverata la sua vittima. —
Tanto bastò perchè egli tornasse all'assalto. Inferocito nel vedersi
respinto, ed a quel modo e da una debole donnicciuola, corse a lei,
spiccando un salto simile a quello di una fiera, che assale la preda
al varco. — Covava egli nell'animo i più neri propositi; agitava in
pugno uno stiletto risoluto di far sangue e di ucciderla, dopo averla
straziata in ogni maniera.
Non sapremmo dire quanto durasse quest'ultima lotta; ogni minuto
doveva sembrare un secolo. Non ci è dato nemmanco di poter riferire
esattamente fin dove giungesse la temerità di quell'assassino. Ci
affretteremo però a rassicurare i nostri lettori, che Dio diede in
quel punto ad una povera creatura quanti mezzi bastarono a rimovere
l'instante pericolo, ed a farla vindice dell'oltraggio ricevuto.
Quando Medicina ritornava a' suoi tentativi, ormai sicuro del trionfo,
quando Maria era ridotta a tal stremo di forze da sentir dubio di
sè, l'assalitore agitavasi e combatteva sull'orlo di un precipizio. —
Bastò alla fanciulla, in quel momento, il men vigoroso de' suoi sforzi;
Medicina, malfermo sulle gambe e costretto ad indietreggiare, cercò
invano un punto stabile su cui riavere l'equilibrio. — Le sue calcagna,
scorrendo sullo spigolo del primo scaglione, scivolarono al basso;
tutto il corpo, deviato dal suo centro di gravità, cadde all'indietro;
la testa, urtando fortemente nelle imposte dell'uscio, le spalancò
e si aperse di sotto un precipizio. — Entr'esso ruzzolò capolevato
quell'immane corpaccio, battendo la nuca sulle soglie di pietra, e
lacerando le spalle e le membra sugli orli de' gradini; nè s'arrestò
che quando, con orrendo tonfo, giunse sul pavimento della cantina.
Maria era salva.