XXVIII.

Medicina era tra gli accreditati clienti di un certo Bertolino de'

Sisti pavese, che teneva osteria in una delle più deserte strade

della città. Ancorchè la professione costringesse l'oste a praticar

sempre con abbietti furfanti, egli s'era serbato onesto, servizievole,

discreto: insomma era una perla d'uomo.

Il ciurmatore, sparecchiato il suo palco ed insaccati i suoi

terzuolini, accorreva ogni sera a quella bettola, e vi faceva buon

fianco, gustando gli intingoli più ghiotti regalatigli da Messer

Bertolino, ed ingolando la sua posca, che gli sembrava fino siroppo,

quando gli era versata da Maria, la figlia dell'oste.

Le sue fermate colà s'andavano prolungando per più ragioni. —

Dimezzava ogni boccone per far tempo; perchè intanto, vigile sempre

sugli interessi altrui, provedeva ai proprj. A questo fine, teneva

conto d'ognuno che andasse o venisse; ammiccava le facce nuove con

quella penetrazione che di colpo indovina; e dalle vecchie conoscenze

succhiava novità e commenti. — Ma cadeva in un nuovo mondo quando

era al cospetto della bellissima Maria; per lei, obliata la sua bieca

taciturnità, veniva a paroline inzuccherate, con lei lodava perfino

la bevanda inacetita della sua cantina, e nel pagare lo scotto non

rivedeva il conto, anche quando v'era somma d'avanzo.

Quale fosse la cagione di questo repentino mutamento, ognuno

l'indovina; ed ognuno forse avrà già preveduto, che il germe di un

sentimento educatore caduto in animo tanto abbietto non doveva recar

buoni frutti. Anche il liquore più generoso e l'acqua più pura, deposti

in vaso immondo, s'intorbidano, si guastano, sanno di muffa.

Bertolino faceva il suo mestiero con zelo e con coscienza. — Sempre

attento a che nessuno osasse fare oltraggio alla sua cara figliuola,

non guardava poi tanto pel minuto agli svagati dileggini, se alcuna

volta si permettevano di esternare con parole, condite di un'equivoca

galanteria, la loro ammirazione. — “Fin qui, egli diceva, quelle

frasche non ripetono che una troppo chiara verità„. Maria, egualmente

bella che savia, viveva in quella tresca, senza che la sua bellezza,

e l'ingenuità del suo cuore, ne venissero meno. — Pareva che ella

evitasse il contatto d'ognuno; che quell'aria pregna di miasmi

inverecondi non ascendesse fino a lei. Accorreva sollecita a chiunque

la dimandasse; accudiva a tutto; tutti rendeva paghi; ma non alzava mai

gli occhi, e non diceva parola, che non fosse strettamente richiesta

dal suo mestiere.

Se fosse possibile rappresentare il demonio in atto d'adorare un

angelo, converrebbe ricorrere a questa imagine per dare un'idea precisa

della pietà tenera e compunta, che il ciurmatore provava ogni volta

s'incontrasse in Maria. Quello stesso contegno asciutto e riservato,

che la rendeva severa ad ogni parola dubia, fuggevole ad ogni superflua

chiamata, lo incapricciavano tanto più, in quanto che di solito in

que' convegni incontrava una loquacità, libera e sfrontata, sollecita

sempre, e troppo, a prevenire ogni suo desiderio.

Quel malvagio era dunque forzato ad inchinarsi davanti alla virtù

modesta, che non provoca per vincere, ma disarma per non combattere.

— Più e più volte egli era venuto colà col fermo proposito di smettere

tante insipide monellerie, tanti vuoti sospiri, e di andar per la via

più dritta: ed altretante volte aveva dovuto confessare a sè stesso

la propria impotenza. Fuori dell'osteria egli intavolava progetti

infallibili, nutriva fermi propositi, per la giornata, pel momento

stesso del suo arrivo; dentro di essa e sotto l'influenza di due

occhi, che non si volgevano su lui se non a caso, rimetteva tutto ad un

dimani, che non arrivava mai.

Ma a lungo andare, il genio del male doveva nutrire la speranza di

un trionfo. Gli eletti profumi della virtù, che comanda riverenza,

languivano inavvertiti, quelli della voluttà facevansi ogni dì più acri

ed inebrianti.

Per uscire alla fine da quella puerile riservatezza, che lo conteneva

sempre alle stesso posto, egli ripudiò l'improvida temperanza, che da

qualche tempo, in ossequio alla sua nuova passione, aveva adottata.

— Da frequenti e più laute libazioni aspettò ed ottenne la rabida

petulanza necessaria a spianargli la via. Chiese a Bertolino, e pagò

pronti contanti e senza stiracchiature, quanto aveva di meglio nella

sua cantina. Il dabben uomo, non vedendo in ciò che il lecito suo

guadagno, accorreva a servirlo; egli stesso toglieva la polvere alle

più venerande bottiglie, le sturava e mesceva al suo avventore l'oblío

d'ogni rispetto, preparando a sè ed alla sua casa una fatale esazione

d'attentati e di oltraggi.

Ben s'avvide Maria di quanto accadeva in suo danno. Ella aveva scoperto

già da tempo che le occhiate del ciurmatore non erano casuali ed

innocenti; aveva raccolto alla sfuggita le parole di lui, e benchè non

ne comprendesse bene il senso, perchè velate da plateali eufemismi, non

pertanto ignorava le procaci intenzioni di chi osava pronunciarle.

Dir tutto a suo padre fu il primo, il più spontaneo partito che le si

parò alla mente: e fu sul punto di farlo. — Ma la ragione, coll'esempio

d'altre simili procelle scongiurate dalla sola prudenza, ne la

sconsigliò; mostrandole l'inopportunità di muovere querela per vaghe

supposizioni, ed il pericolo di produrre uno scandalo, i cui effetti

ricadrebbero per intiero su lei e sulla sua casa.

Forte della propria virtù, certa che nè promessa nè minaccia avrebbero

mai potuto smoverla da' suoi propositi, vigorosa così di nervi come

d'animo, pensava di poter sfidare le indirette provocazioni di un uomo

rotto dalla crapula e destituito d'ogni attrattiva. Se le fosse stato

meno spregevole, avrebbe dubitato di sè; l'odio, in questo caso, era il

talismano della sua salvezza. — Nella sorda guerra, che le si moveva,

prese il partito di evitare gli scontri, e di lasciarsi vedere il meno

possibile.

Tacque pertanto, e riescì qualche tempo a meraviglia ne' suoi piani.

Solo, per maggior cautela, indusse suo padre ad associarle, negli

officii di famiglio, un garzoncello; dicendogli, che il suo negozio

andava prosperando, che ella non bastava alle chiamate di tanti

avventori, che dalle sue lentezze forse taluno avrebbe potuto pigliar

disgusto e sviarsi, e cose simili. Il padre, cieco d'amore per sua

figlia, benchè non vedesse altra novità nella sua taverna fuor quella

che messer Medicina beveva vernaccia e non più vin da torchio, aderì di

buon grado alla dimanda; assoldò un vivace giovinetto, e lo pose sotto

gli ordini di sua figlia.

Medicina, che ormai non aveva più alcun dubio sui sentimenti di lei,

indovinò sùbito che fosse quella novità; e, se da principio l'accolse

con stizza mal repressa, l'accarezzò più tardi come una tacita sfida,

come un insulto, che dimandava vendetta.

Da quel giorno non aspettò che Maria s'avvicinasse al suo deschetto per

affrontarla co' suoi motti svergognati. Egli stesso, ogni volta che ne

ebbe occasione, sopratutto se il padre era lontano od occupato d'altre

faccende, moveva in traccia di lei, talora cercando impietosirla colla

preghiera, tal altra investendola col sarcasmo e colla minaccia.

Quanto durasse questa vergognosa lotta, non lo sapremmo dire. Certo

è che dei due contendenti, il più saldo era Maria. — Ferma sempre

ne' buoni propositi, ella non aveva d'uopo di fare appello alle sue

forze, per trovare armi a custodire le proprie virtù. — Medicina

invece, infiacchito da una passione brutale, non sapeva rendersi

conto se più valesse l'odio o l'amore per lei. Avrebbe voluto vederla

morta; ma prima saperla disonorata. — E se egli non giungeva ad essere

l'assassino del suo onore, ch'altri almanco lo fosse; purchè ella

cessasse di portare in trionfo una virtù balda ed invulnerata. — Nelle

sue notti insonni egli accarezzava visioni di sangue. Il pugnale,

immancabile ministro delle sue vendette, riposava da gran tempo nella

guaina; perchè da gran tempo non aveva provato un inferno simile a

quello, in che era sospinto da una donnicciuola. “Ucciderla, egli

pensava tra sè, e poi uccidermi... Ma a qual pro?„ gli gridava in cuore

una voce codarda, per avvertirlo che i patti di una simile vittoria

erano troppo gravi.

Spaventato del suo stesso furore, rinveniva a più mite consiglio; ma

solo perchè il suo cuore riposasse quanto era d'uopo a riaver lena e ad

erompere nei suoi vagheggiati delirj.

“Ucciderla sì, urlava poco dopo, scannarla; ma io vivere per maledire

la memoria della sua vantata virtù; vivere non più per lei, ma contro

di lei, perchè la vendetta non si estingua colla debole vita di una

feminetta, ma continui su quanti l'hanno amata...„

Col riapparire del giorno, quegli accessi di follia si acquetavano

alquanto. Medicina non disconosceva l'importanza e la probabile

necessità de' suoi progetti di sangue; ma avrebbe voluto tentare di

giungere, per altra via e con minori pericoli, allo stesso scopo.

“Non hai mai veduto, diceva egli a sè stesso una mattina dopo una

veglia d'inferno, una bella parete, su cui sia steso di fresco

un bianchissimo getto lisciato colla nettatoja? Il più meschino

furfantello, a cui quel liscio e quel pulito non garba, dà egli fuoco

alla casa per sì poco? — Mai no; ei lo sfregia e lo deforma in men che

io non lo dica. Imita il baroncio, o Medicina; insudicia quel biancore,

che ti fa specchietto, e metti in disparte il pugnale.„

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 43 / 111 题