Il ciurmatore fu tratto a stento da quel trabocchetto, e ne usci
più morto che vivo. Quanti erano accorsi ad ajutarlo, attribuivano
l'accaduto ai fumi del vino: nè allora nè poi nacque sospetto sulla
vera sua cagione.
Medicina, certo che la fanciulla non avrebbe toccata quella corda,
avvalorò della sua asserzione la comune diceria; e confessando d'avere
a fare una grossa penitenza, sopportò rassegnato alcuni giorni di
malattia, che gli lasciarono tutta la libertà di provedere ai casi
suoi. Quando tornò alle sue abitudini, egli era ancora l'uomo di prima;
se non che, mostrando d'avere imparato ad essere sobrio, s'accontentava
di beverne qualche rara volta una mezzetta, e giurava che non avrebbe
passato i termini nè pure a nozze. — Del resto, egli era sempre
grande amico di Bertolino; e pareva che gli si mostrasse ancora più
affezionato, dopo le sollecite cure che gli si prodigarono in casa sua.
Il contegno di lui con Maria era irreprensibile, — Non cercava di
incontrarla nè da solo nè in faccia ad altri; ma se il caso gliela
conduceva dinanzi, e se il fuggirla poteva sembrare villania, egli era
sempre l'uomo socievole, e non mancava di salutarla e di indirizzarle
qualche parola cortese: di quelle però, che si attagliano a tutto, e
che, sotto il velo d'un complimento comunale, possono, fra persone che
s'intendono, nascondere il veleno dell'ironia.
La fanciulla ben s'avvedeva di ciò; ma perdonando al suo seduttore un
po' di stizza per lo smacco ricevuto, persuasa che il tempo vi avrebbe
posto rimedio, finiva per chiamarsi sodisfatta di lui, dicendo tra sè:
che quella crollata gli aveva rotto il capo, ma racconcio il cervello.
Ella s'ingannava. — Medicina si ritraeva solo quanto era necessario
per ricominciare da capo. Faceva come il pilota, che per trarsi dagli
scogli, che gli impediscono il passo, indietreggia, e scandaglia
con prudenza, finchè trova la via sicura, a cui abbandonare tutte le
vele. — Il caso gli presentò ben presto questa via; e la perversità
dell'animo suo ve lo sospinse fino alla meta.
A Bertolino de' Sisti veniva un giorno presentato un ordine sovrano,
in forza del quale la signoria pigliava possesso di un suo poderetto
confinante col parco de' Visconti. — Quest'atto era del tutto
arbitrario; il modo con cui veniva messo ad esecuzione non aveva
ragione legale. Nondimeno bisognava piegare la fronte. L'insaziabile
cupidigia del potente signore, traeva seco tutte le conseguenze della
necessità che non ha legge.
Figuratevi il dolore del dabben uomo, che in quelle poche zolle aveva
ogni ben suo, e se le teneva care perchè erano la sorgente della sua
modesta agiatezza, e l'orgoglio avito della sua famiglia, illustrata
già pel corso di un secolo da quel possesso allodiale. Figuratevi la
sua disperazione quando s'accorse che quella non era nè vendita nè
permuta; ma una cessione a tutta perdita, perocchè, come egli diceva,
non gli veniva fatta nè dimanda nè proposta, ma gli si portava via la
roba sua, senza dire “guarda„; e dovea chiamarsi fortunato se gli si
dava un cencio di carta che almeno salvasse a' suoi figli il nome, se
non il possesso, di quel poco ben di Dio; anzi bisognava dir grazie
se il fisco non mandava alle forche e lui e la figlia, e tutto il
parentado, per divenire l'erede dei Sisti, e tenersi il fatto loro in
buona coscienza.
Però di questo bolli bolli non faceva parola con tutti, sapendo,
che la giustizia (quale giustizia!) gli teneva gli occhi addosso.
Il consigliere, il testimonio della sua passione, il depositario de'
suoi secreti era Medicina; egli, che previde forse un tale momento, se
pur non l'affrettò co' suoi maneggi, alimentava in lui qualche debole
speranza, impiegando le più belle frasi, che dir possa un amico.
Ma non era soltanto il balsamo delle parole, che egli versava con
affettata sollecitudine sulla piaga del povero taverniere: a tempo e
luogo dava libero corso agli sdegni, che, a dir suo, gli invelenivano
la vita; assumeva la parte dell'offeso, mandando imprecazioni contro
l'autore di quelle ribalderie; ripeteva, che era tempo di mettere fine
a tanti soprusi; che la giustizia, quando non si può ottenerla, bisogna
farsela da sè, e chiudeva il suo dire con una reticenza, che aveva
tutta l'aria di una minaccia.
Bertolino che, a quel poco che n'abbiam detto, ognuno riconosce per
l'uomo il più mansueto del mondo, all'udire quelle parole risorgeva
alquanto dal suo abbattimento, e si sentiva nascere in cuore un non so
quale ardore guerriero fino allora sconosciuto. — In que' colloquj,
tenuti in istrettissima confidenza, egli concludeva sempre, essere
nelle disgrazie che si riconoscono gli amici; — e stringeva la mano a
Medicina!
Un giorno costui, dopo le solite tirate, gli lasciò travedere, che
la cosa non era poi affatto disperata, — che non si lasciasse andar
tanto di spirito. Il giorno seguente fece un passo avanti, insistette
sulla necessità di ottenere giustizia; disse che, per ottenerla,
bisognava cercarla. Al terzo dì, entrando nella taverna con un viso
più accigliato del solito e mettendo maggior riserbo nelle parole,
gli si fece vicino, e gli disse piano all'orecchio: “ho a dirvi cosa
importante; ma che nemmeno l'aria ci ascolti.„
Bertolino meravigliato di questo invito, e nello stesso tempo
confortato dalla speranza di potere finalmente udire qualcosa di
decisivo, avrebbe voluto chiarir sùbito il mistero. — Medicina nol
volle. Si stabilì che il colloquio avrebbe avuto luogo dopo la chiusura
dell'osteria: e così fu.
“Amico mio, — gli disse il ciurmatore, poichè furono soli, versando
da bere a Bertolino, che in quel momento sembrava l'avventore e non
l'oste, — cosa servono tanti accoramenti, tanti piati? che ve ne viene
in scarsella? Quando avrete pianto gli occhi, a conti fatti, restate
ancora il poveretto di prima, e peggio.„
“Avete ragione, disse l'altro, e intanto sospirava, ma.... l'è grossa,
vedete, e non la mi vuol passare....„
“Non la vuol passare? — soggiunse con una certa leggerezza
disinvolta il falso amico, quasi volesse fargli scendere nell'animo
inavvertitamente la cosa che stava per dirgli. — Io ne' panni vostri
non mi starei lì da quasi un mese a rodermi inutilmente le viscere. Ma
non capite, che vi vogliono far crepare; per ridere poscia di voi?„
“Cosa fareste voi che la sapete lunga? sentiamo...„ disse l'oste, a cui
non erasi data invano l'imbeccata....
La cosa che stava per aggiungere il ciurmatore era assai grave, e
voleva essere amministrata a piccole dosi, onde non producesse un
effetto contrario a quello che se ne aspettava. — Egli dunque la pigliò
alla lontana.
“Vi sono de' nostri che pensano fare grandi cose a pro di noi tutti
— gente, che ha sangue nelle vene e ducati in scarsella. Quell'affare
di Voghera, voi lo credete finito? ed a quel modo? Finito, perchè nè
in piazza nè qui nella vostra bettola udite parlarne. — Le zucche,
Bertolino mio! Ne vedremo delle belle, se Dio ci dà la vita. Guardate
— e in dir questo colmò la caraffa del compagno e poi la sua — io
ho tanta fede in quella buona gente, che voglio bere alla salute di
loro ed alla nostra, poi alle vendette di Voghera, e infine alla
vostra fortuna„.... E in dir ciò, Medicina di proposito, l'altro
macchinalmente, vuotarono le tazze.
L'oste, soprafatto ma non istrutto da quelle parole, non vedeva più
chiaro; ma cominciava a provar diletto di quella mezza oscurità, che
gli poneva dinanzi agli occhi qualche visione lusinghiera.
“Alle corte — continuò a dire Medicina quando vide che le sue parole
non cadevano in fallo — bisogna venir fuori da questo viluppo, poichè
vi ci siamo cacciati. Già il cielo ne dice: ajutati che ti ajuterò.„
“Dunque?„
“Non mi fate il broncio, figliuol mio, se per oggi vi lascio tutta
la vostra curiosità. Risponderò dimani, quando anch'io avrò chiesto a
chi si deve, e fiutato ben bene, dove.... il dove lo so io.... Andate
intanto a dormire; ed a rivederci dimani, alla istessa ora, e davanti a
un fiasco simile a questo.„
Detto ciò, se ne andava, dandosi una fregatína di mano e dicendo: “gli
è una buona pasta d'uomo costui; un po' testardo; ma non monta. Tanto
torna la gatta al lardo, che ella vi lascia la zampa.„