La pena non deve essere vendetta; è il rimedio che la società
amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di
migliorarli. — Ma come poteva raggiungere sì nobile scopo la legge
d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo,
non lo guarisce; è il palliativo che tempera il sintomo, e lascia
vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in
quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della
mente e perversità di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del
male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo.
I più scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno
colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice
bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel
contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento
vitale un'aria satura di veleni.
Benvenuto entrò in carcere cattivo; ne uscì pessimo. — Nella vergognosa
scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio
una seconda natura; prelibò le lubriche teorie del libertinaggio,
vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il
vizio è tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. — Con queste
idee riguardò nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto
l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e
dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. — Una volta con
tai mezzi ingannò i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla
fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scampò al patibolo
vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.
Saltando a piè pari una gioventù piena d'avventure e d'ignominie,
arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturità, in cui
egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce
il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile
l'indovinare la strada intermedia che si è percorsa.
Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli
viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma
perchè si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro
i limiti di quella cauta malvagità, che la legge non giunge a colpire.
Colla giovinezza, passò in lui la sfrenata prodigalità. Voleva essere
economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a
nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.
Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti più rigidi
che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo
fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto
era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo
vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo
rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine
concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte
floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e
libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro.
Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate
nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a
poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano
le luride cavità di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo
del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne
di satana vestito di forma d'uomo. — I capelli, radi a' due lati sulle
tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano
rilievo a questa apparenza. — La voce era non più simpatica dello
sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava
sì basso, da non essere inteso; sempre però senza inflessione de' suoni
e senz'armonia.
Sulla piazza più frequentata della città, da una impalcatura di legno
abbellita all'ingiro delle più stravaganti pitture, Benvenuto, in
abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle
scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa
potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti,
filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere
sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza.
— Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene
figure. — Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi,
stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo
da esaminare. — Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente
delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici
case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e
quale influsso avessero sulla vita e sulla felicità dei mortali. Il suo
uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cessò d'essere
chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il
sopranome di Medicina.
Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte
ambiguo e misterioso; onde, checchè avvenisse, il profeta avesse sempre
ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde
che è gran diletto del vulgo l'assistere a ciò che non comprende. Gli
bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati.
— Ei gliene prodigava a bizzeffe.
Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che
accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi
piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o
prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi
del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni
dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta
di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo
egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava
con essi un altro ben più pingue commercio.
Consisteva questo nel dare a mutuo somme più o meno rilevanti, a chi
stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla
importunità. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli
diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad
ajutare chicchessia, appena il potesse. — E questo “appena il potesse„
era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.
Non cercava mutuatarj, perchè la gente accorreva da lui, preferendo
lasciarsi dar la corda da un tristo, anzichè, togliendo a prestito con
tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.
Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva
la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito
a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e
semplicissima: quella cioè che i patti del mutuo fossero stesi da lui.
L'usura soleva essere una e modica per tutti: dimodochè il chirografo,
irreprensibile sotto ogni aspetto, sembrava un atto scritto davanti
a notajo. — Ma la mangeria stava per tutti in un punto; vale a dire
nella cifra del capitale mutuato, che subiva una addizione più o meno
importante a norma dei casi; e nella data fittizia del mutuo, che, allo
stringere del contratto, stabiliva un credito precedente, in favore del
mutuante; credito che di fatto non poteva esistere.
A tali durissime leggi piegavano la fronte con più o meno cruccio, ma
colla rassegnazione della necessità, coloro che, avvolti in negozii
spallati, chiamavano fortuna il ritardare, fosse anche di un giorno,
l'inevitabile ruina. — Vi si adattavano di buon grado, quasi senza
nemmanco curarne le conseguenze, i giovinastri scioperati, che,
occhieggiando un'eredità, non attraversata che da un fil di vita di
qualche vecchio parente, amavano darsi buon tempo, e far de' brindisi
alle future grandezze. — Vi accorrevano infine altri imbroglioni,
suoi pari, falliti od affamati a segno, che tutto che offrisse loro da
vivere un giorno, era un gran favore della providenza.
Oltre ciò, Medicina col suo genio negli intrighi, col suo essere con
tutti e dapertutto, col fiutar sempre egli interessi degli altri,
sapeva fornirsi a dovizia di una merce, che egli poi rivendeva a peso
d'oro. Era questa la promessa del secreto.
Fervevano a que' tempi in Pavia le ire di parte suscitate dal mal
governo di Galeazzo Visconti e dalla memoria rinverdita del più
tollerabile dominio de' Beccaria. In varie città dello stato, a Voghera
anzitutto, già si manifestavano i prodromi della rivolta; e varie
famiglie pavesi, legate coi malcontenti, ne favorivano lo sviluppo.
— La trama de' vogheresi fu scoperta e soffocata ne' supplicj. Il
castellano di Voghera e suo figlio, erano mandati alle forche, e
sessanta cittadini creduti rei di quella congiura non fallivano alla
delira investigazione de' giudici, confessando la loro complicità
fra gli strazii della tortura. — Tremavano gli scontenti di Pavia;
ed avevano il capo basso e l'aria compunta, per non dar nell'occhio
agli inquisitori. — Ma l'avveduto Medicina, che sapeva dar di naso
dapertutto, li conosceva ad uno ad uno; e quando incontrava questo o
quello, a quattr'occhi e con un'aria di mistero, come se fosse tutto
cuore, chiedeva conto de' fatti loro, dei pericoli scampati, di quelli
che ancora li minacciavano: e, per tal modo, finiva d'impadronirsi d'un
secreto, il cui deposito doveva costar gli occhi del capo agli incauti.
Eppure colui, che in cima ad ogni pensiero poneva il culto de' suoi
più vili interessi, in qualche rarissima circostanza ed in via di
semplice eccezione, aveva saputo transigere colla insaziabile sua
voracità di denaro. — Forse che egli provasse alcuna volta gli inviti
della coscienza, o che cedesse alle attrattive della virtù? Mai no. Ciò
avveniva quando un'altra passione, più imperiosa ma non più nobile, lo
inebriava colle visioni d'altri lusinghieri allettamenti. — Eccone un
esempio.