Dopo tre ore di un errare affannoso ed incerto, dopo aver cento volte
data la traccia ai cacciatori, ed altretante avergliela fatta smarrire,
Atalanta scovata ed inseguita da un subisso di cani, cadde in un gruppo
di armati, che le si precipitarono a dosso e l'uccisero. Ognuno di quei
prodi, che ritrasse il ferro sanguinoso e lardato, credette avere il
merito dell'impresa: ma i colpi erano troppi, l'onore della vittoria,
divisa fra tanti ed ottenuta a troppo tenue prezzo, riducevasi ad una
gloriuzza di niun conto.
Ben più diede a pensare Egeone. — All'estremo settentrionale del parco
esisteva un bosco di querce vetuste fasciate di musco e di edera, i
cui rami consociati gittavano un'ombra fitta sur una grillaja soda ed
arsiccia, lasciando tra fusto e fusto lo spazio sufficiente a potervi
circolare uomini e cavalli. Ivi si fece alto, e si suonò a raccolta:
quella doveva essere l'ultima prova, non potendosi credere, che la
fiera uscisse di là, stretta per un lato dai cacciatori, per l'altra
dal ricinto.
La foresta era attraversata da un fosso, che serviva di scolatojo
alla vicina campagna. Nella stagione piovosa travolgeva esso fuori del
parco, per un ampio squarcio protetto da una grata di ferro, la piena
delle acque; ne' mesi asciutti mostrava il suo alveo brecciato di bigi
ciottoloni, interrotto di tratto in tratto da pozze verdognole e da
fanghiglia. Le sponde ora erte e ristrette, ora espanse e corrose, qua
e là guernite di pruni e scopeti, offrivano alla fiera inseguita un
momentaneo nascondiglio, un punto di difesa e di resistenza.
Il conte erasi collocato sulla riva destra di quel rigagnolo: gli altri
distribuiti a' suoi fianchi in una schiera semicircolare, discosti tra
loro non più che un mezzo trarre di balestra, dovevano ad un segnale
convenuto avanzarsi, battendo la via diritta e stringendosi gli uni
agli altri fino all'angolo del ricinto, ove il bosco era più folto,
ed il rigagnolo usciva dal parco. I cani intanto guidati da boscajuoli
avrebbero stanata la fiera, cercando di ridurla al centro della selva
ed all'agguato.
Un frastuono indescrivibile prodotto dal succedersi di pedate sorde
e concitate, che pestavano fruscoli e foglie, dal latrare o dal
guajre de' cani, dal rantolo asmatico del cinghiale, pose in avviso
la brigata; e rapido come un lampo fu il commuoversi de' cacciatori,
l'accorrere de' boscajuoli, l'apprestar l'armi e il battere de' cuori.
— Ma chi l'avrebbe mai preveduto? Egeone, dopo aver stancato i cani con
un correre vago, tortuoso e talora perfino retrogrado, scese nel cavo,
e percorrendolo in tutta la sua lunghezza con una celerità prodigiosa,
si lanciò, con quanta era la forza del suo grugno, contro l'inferriata,
la fracassò ed usci all'aperta; intanto che i cacciatori, vedendo
allontanarsi troppo i cani e credendoli sbandati, davano il segnale del
richiamo.
La maggior parte rispose al comando, e si raccolse; tre soli meno
docili o più coraggiosi, correndo sulle orme della fiera, uscirono
fuori con essa. Il cinghiale, fatto accorto del vantaggio ottenuto,
riprese lena, e, volgendosi ai pochi che l'inseguivano, col sangue
freddo di un gigante che castiga una mano di ragazzacci temerarii, fe'
capitombolare il primo con un colpo di zanne, diè un morso all'altro,
e soffocò sotto il peso delle sue enormi zampe il terzo più avventato,
che osò porre il dente nelle sue carni. — Libero dai nemici, cercò con
più calma un nascondiglio.
Ma il guajolare prolungato degli alani porse avviso dell'accaduto;
e il conte, licenziando chi non avesse animo di seguirlo, ripigliò
la marcia, risoluto d'escire dal parco, di scorrere i campi e di non
arrestarsi finchè avesse rintracciata ed uccisa la fiera.
Una parte della comitiva accettò di buon grado la proposta, e si
rimase; l'altra, punta dal desiderio di vedere la fine della partita ed
animata dall'esempio del principe, mosse con lui alla più vicina escita
del parco, e di là si sparse nella campagna. I valletti intanto colla
voce rabbonivano i cani; ed i capi della caccia meditavano un nuovo
piano di attacco.
Dall'uno all'altro campo, da questa a quella foresta corse la comitiva
per molte miglia, lasciando dietro a sè casali, borghi, castella, senza
venir a capo di nulla, finchè toccò la terra di Campomorto, nel luogo,
ove, come si è detto, fu veduta dalla bella castellana.
La cavalcata, docile da principio ai comandi nella speranza di un
incontro, e nell'interesse di un buon esito, percorreva poscia quelle
vaste e verdeggianti praterie sciolta, sbandata, divisa per gruppi
a due a tre, che ragionavano di tutt'altro, che di caccia. Discorsi
leggieri e piccanti, su questo o su quel argomento, tenevano luogo dei
frustrati diletti: ma non andò molto che frasi languide e comunali, un
dialogare frammezzato da lunghi silenzii, o meglio un silenzio assoluto
appena interrotto da parole insignificanti, davano a vedere, che la
lena era sfiancata, e che in sua vece andava crescendo la noja del
correre senza scopo e senza frutto.
Anche le grida de' canattieri e l'abbajare de' cani, e i lazzi
buffoneschi del servidorame, cedevano una seconda volta al generale
silenzio: l'unica protesta possibile a quella turba; perocchè nessuno
avrebbe in altro modo osato dire al suo signore essere tempo di
smettere un'impresa, ormai riconosciuta vana. — Ed anche tale protesta
veniva sfruttata dalla momentanea lontananza del conte, che a caso o
ad arte, per capriccio o per dimenticanza di sè, errava chi sa dove,
lontano da' suoi, in balía de' suoi pensieri e dell'instancabile suo
leardo.
“E il conte? dove è il conte?.... è avanti? è rimasto indietro? se
n'è ito? ci ha piantato?„. — Tali erano le parole che corsero sulle
labra di tutti, appena fu avvertita la mancanza di lui. Era questa per
taluni una semplice interrogazione, per altri un logico argomento a
conchiudere, non esservi più nulla a tare, e potersene ognuno ritornare
pe' fatti proprii.
“Sarebbe bella, prese a dire un tale, a cui la docilità cortigianesca
non aveva fatto dimenticare l'abitudine tanto accarezzata degli agi
consueti: sarebbe bella che, dopo aver corso invano sulle peste del
selvaggiume, ora dovessimo affannarci a cercare i cacciatori.„
“Sua Signoria, soggiunse un altro, ponendo prontamente un correttivo
su quelle parole, che racchiudevano un confronto poco rispettoso, non
può essere lontana da noi: e la fosse, è dover nostro di stargli ai
fianchi.„
“Si suoni a raccolta, interruppe il primo per tagliar la questione; Sua
Signoria ritroverà sùbito il cammino smarrito.„
“Che Dio ci guardi da una simile sconvenienza! volete che egli si
disturbi a cercare de' suoi servi? tocca a noi ad andargli incontro.
Non più indugi, che l'ora è già tarda. — Voi (ed indicava un gruppo di
cacciatori) pigliate la destra; voi (e ne accennava un altro) battete a
manca: il rimanente pel bosco; animo, messeri, si tratta del principe.„
E la comitiva, scomposta a brigatelle, s'avviò senza aggiungere parola,
sulle vie designate.
Il cortigiano poltrone trovò il da fare anche per se: “È necessario,
osservò egli, che qualcuno s'arresti sul luogo, _caso mai_, il
principe passasse di qua.„ Ed egli e qualche altro fannullone pari
suo si tolsero il difficile incarico di rimaner al rezzo, aspettando
l'occasione poco probabile d'avere qualcosa a fare.
“Vedete, cavalier mio, soggiunse uno de' cortigiani al suo vicino,
correndogli sulle orme e pronunciando a spizzico le parole come lo
comandava il sussulto dell'ambiadura, quel messer Santagio se ne sta
colle mani in mano; e poi gli udremo dire, che senza di lui...„
“Pur troppo, ripetè l'altro non senza un po' di stizza, sempre il primo
a farsi avanti per accattare; sempre l'ultimo quando vien l'ora di
snighittirsi...„
“Dio gli perdoni la sua sfacciata poltroneria: quel che mi rode è il
vedere come egli giunga a farsi credere il più zelante, il più destro
tra noi — egli, che quando ha il corpo satollo, ha l'anima consolata. —
Oh vorrei vederlo pentito d'essere rimasto colà! — Spenderei un occhio,
perchè mentre noi andiamo in traccia del conte, il cinghiale venisse a
cercar di lui.„
“Ah, ah, interruppe l'altro gavazzando, che bel spettacolo il vederlo,
messer Santagio, appollajato su un albero!.. „
Ma non appena ebbe dette queste parole, egli si pentì di godere del
male altrui. Represse quella risata come una bestemmia escitagli in
fallo, e soffermandosi di colpo, fissando in viso il compagno, riprese
con un tuono sommesso e piagnoloso:
“Ma se quel brutto incontro toccasse invece a noi: a noi sì scarsi e sì
sprovisti....„
“Impossibile....„
“Impossibile! non vi comprendo.„
“Il conte ci precede, n'è vero? state certo che fin dove si spinge il
conte non vi è, nè vi può essere nemmanco il più lontano sospetto di un
pericolo.„
“Manco male, conchiuse l'altro rasserenandosi. Il conte è uomo prudente
„ — ed, appoggiando sulla parola, amiccò il compagno con un fare, che
voleva dire: se egli non ha paura la dobbiamo aver noi?
Queste parole insulse scambiate fra due insulsi individui, non dovevano
sfuggirci, perchè feconde di una doppia osservazione.
La prima affatto generale ci fa conoscere, che la greggia de'
parassiti, cresciuta all'ombra delle sommità sociali, fu, è, e
probabilmente sarà in ogni tempo, eguale a sè stessa. — Mansueta
fino alla pecoraggine in faccia ad un padrone, ha artigli e zanne
per dilaniare un suo pari. — Vile dicontro al pericolo, trova nel
fondo dell'anima tutto il coraggio del livore e dell'odio nei momenti
di tregua. — Trista ed astiosa, essa fa guerra agli inferiori colla
superbia, agli eguali colla maldicenza, a chi le sta al di sopra
coll'ingratitudine.
L'altra tutta speciale al caso nostro ci guida a conchiudere che
Giangaleazzo era riescito a meraviglia a trarre in inganno sul suo
conto coloro che lo spiavano da vicino. Il giudizio sfavorevole
pronunciato da quelli stessi, che strisciando nella polvere gli
giuravano sul viso ossequio, per poi metterlo in canzone dietro le
spalle, varcava indiscretamente le soglie della corte, e addormentava
i prìncipi emuli o rivali nella placida confidenza, che nulla avevasi a
paventare da lui, tutto da lui si poteva ottenere.