La comitiva dileguossi a briglia sciolta pe' campi. I più abili
cavalieri facevano prodezze sulle loro cavalcature, ora reprimendone
i salti e le corvette colle trinciate, ora lanciandoli, colla voce e
collo sprone, a saltar fossi e sbarre, ed a raggiungere pei primi e di
tutta carriera una meta fissa. — Più tranquilli dietro loro procedevano
in ragione d'anni e di prudenza i personaggi gravi e i vecchi
cortigiani. Montati su mansuete chinee, e più o meno bene seduti in
arcione, si tenevano all'ambio, e s'avanzavano di conserva ragionando
fra loro del tempo e dei tempi, plaudendo alle nobili gare della
gioventù, deplorando la mancanza delle dame, e facendo eco alle parole
del principe ogni qual volta accorreva in mezzo a loro, e risvegliava
le morose cavalcature collo scalpitare del suo destriero. — Non s'era
mai veduto Giangaleazzo tanto ilare come in quel dì. La sua fronte era
spianata; aveva il sorriso sulle labra; motti e cortesie per tutti.
Giunto il principe nel luogo più opportuno alla caccia, si suonò
a raccolta; ed i drappelli dispersi risposero alla chiamata in un
istante. — Scavalcarono i più, affidando le briglie a' scudieri, poi
ruppero in brigatelle, camminando per ischiere lungo la campagna. —
Tolti i guinzagli ai cani, si distribuirono i falchi. Se vi fossero
state dame, nulla di più cortese e di più conforme all'uso dei tempi
che il presentare ad esso i migliori. Tra' cavalieri, ognuno a caso o
secondo il proprio gusto scieglievasi il suo. Que' di Norvegia bianchi
come colombe, ed adorni di giojelli al collo ed agli sproni, erano
serbati pei personaggi più distinti: gli spennacchiati e dormigliosi,
poco più destri degli allocchi, si regalavano ai giovialoni, per farne
argomento di risa. — I superbi animali ergevano la testa, sparnazzando
e battendo il becco di sotto al cappuccio, che si faceva scender loro
sugli occhi onde renderli più avidi di luce e di preda. — Chi voleva
dar prova d'intendersi di caccia, pigliava il falco sull'indice della
destra, e lo rivolgeva contro il corso dell'aria; se esso, rialzandosi
forte sul petto, sapeva star saldo al posto, v'era ogni ragione per
crederlo ottimo predatore.
I cani erravano qua e là pel piano, per le fratte, cercando, frugando,
seguendo al fiuto le peste del selvaggiume. Quando s'arrestavano
d'improviso coll'occhio fisso, e coll'orecchio teso dando indizio di
vicina preda, “in guardia, — sclamavano i più vicini — Atteone punta,
Diana dimena la coda, mira come que' bravi distendono il corpo, come
fissano ed accennano il covo„. Allora era un leva leva tra' cacciatori;
il dar comando ai cani di scovar la preda, il togliere cappuccio e
correggiuolo a un falco, erano un punto solo. Questo, in men che io
nol dica, pigliava il volo, raggiungeva il selvaggiume, e ghermitolo
piombava, o cadeva con esso a terra, “Bravo, bene, che superbo colpo!„
gridavasi da ogni parte, se il predatore era stato pronto a ghermire
ed a rendere la preda, e sopratutto se la cedeva intatta. Quando,
compito il dover suo, ritornava alla mano del padrone, e rassegnavasi
al cappuccio ed al geto, lo si regalava d'una imbeccata; se era stato
indocile o vorace, lo si puniva, con un tuffo nell'acqua fredda.
Tali vicende, con un corredo di mille episodi serii e burlevoli,
durarono tutto il mattino. I carnajuoli dei cacciatori erano il più bel
trofeo della giornata. Di tratto in tratto si vuotavano per appendere
su di un carro costrutto all'uopo starne, beccacce, gallinelle,
pernici, lepri e lontre ed altri animali, che favoriti dalla legge e
dalla natura del suolo, non emigravano dai nostri paesi come oggidì.
Ma la lena de' cacciatori pel caldo e pel lungo camminare erasi
rallentata non poco. I cani marciavano raccolti, col muso basso,
colle lingue arse e penzoloni; qua e là i cacciatori, ove appena lo
permettesse l'ordine della marcia, sedevano all'ombra, ad aspettare i
compagni.
Al varcar la proda di un bosco, tornò gradito a tutti il vedere levata
in mezzo ai campi una tenda, sotto cui era imbandita una sontuosa
mensa. I paggi destinarono i posti, e diedero l'acqua odorosa alle
mani de' cavalieri; questi poi s'affrettarono a far onore alla tavola,
sparecchiando. — Il rapido succedersi di ghiottornie, d'intingoli, di
frutti d'ogni paese, d'ogni genere, la vaghezza delle vivande o sparse
di sapori colorati o ricoperte di foglie d'oro e d'argento, e più
ch'altro la copia e la generosità de' vini, che, con frase consacrata,
potevano chiamarsi topazi o rubini fusi in coppe di cristallo,
ridonarono ben presto ai commensali la perduta vigoria, e ristabilirono
il primiero buon umore.
Intanto i valletti ed i cacciatori, ritirati i falchi ed appajate
le mute stanche, apprestavano cani ed armi proprie ad altra caccia
più importante. Era ordine del Conte, che il dì inanzi si aprisse lo
steccato delle fiere, e si mettessero in libertà i due più grossi e
feroci cinghiali. — I boscajuoli armati di puntoni dovevano aizzarli, e
metterli in fuga; studiarne poscia le peste e riferire al mattino, dove
press'a poco, si fossero annidati.
Ciò fu eseguito appuntino — Tolte le mense, ogni cavaliere riprese la
propria cavalcatura, al cui pettorale era stato affibbiato un mantello
svolazzante, cautela di uso onde difenderne le gambe dai morsi della
fiera. I cani destinati a scovarle ed a metterle al corso, fossero
segugi o bracchi da séguito, portavano collare a sonagli; gli alani,
istrutti ad arrestarla ed a combatterla, l'avevano ferrato e guernito
di punte acute.
“Da qual parte?„ — chiesero i cavalieri poichè furono in sella ed
ebbero impugnato un'asta colla cocca di finissimo acciajo.
“Dal lato della fornace,„ — rispondevano i valletti, segnandone colla
mano la direzione. — I più esperti sfilavano di trotto; i prudenti si
dimenavano in sella cercandovi l'appiombo, e pigliando pretesto d'ogni
cosa per lasciare ad altri il vanto ed i pericoli dell'antiguardo.
“I signori si tengano vicini gli uni agli altri; disse loro il capo
della caccia, — perchè i vecchi scaltri fanno talora il sornione, se ne
stanno appiattati, e rimontano cheti cheti la via.„
All'apparato, alle armi, alle parole de' cacciatori, che vantando le
gesta del mestiere non ne dissimulavano i pericoli e le difficoltà,
alcuno tra que' signori, quelli precisamente che avevano spiegato il
maggior valore a tavola, sentirono inagrirsi sullo stomaco le delizie
di essa.
Partirono essi pure per ischiera, ma alla retroguardia; solo uno, il
più prudente, uno di coloro che nella folla de' cortigiani sogliono
essere tollerati quando giovano a riempire una lacuna, chiamato a
sè un cacciatore, quello che gli aveva mostrato un poco di pietà
nell'ajutarlo a salire in sella, gli disse:
“Informatemi ben bene di quanto è a fare, perchè io di simili cose, non
m'intendo... e, a quel che pare, non è affar tanto netto... cotesto.„
“Non temete, o messere, quando sappiate maneggiar l'arma da quel
cavaliero che siete, Egeone ed Atalanta...
“Egeone ed Atalanta?„ interruppe l'altro, meravigliato all'udire questi
nomi.
“Sono costoro i due più badiali, i due più feroci grugni del serraglio:
ma non temete, vi replico: avranno di grazia il chinar la gnucca sotto
la punta del vostro spiedo — Un tantino di destrezza, un poco di sangue
freddo, occhio al ceffo dell'animale, e poi a tempo giusto... taffe,
una stoccata solenne sul ceppo delle corna e buona notte.„ L'istruttore
stava per andarsene, parendogli d'aver svelato tutti i misteri
dell'arte sua; ma poi, fatto accorto di aver dimenticato un salutare
avviso, ripigliò:
“Sopratutto badate, o Messere, a non ferir mai un cinghiale da quella
parte ove siete voi stesso. — La fiera volta il grugno dove sente il
dolore, e se non può morder l'assalitore, strazia e morde ogni cosa
vicina. — Ecco dunque che cosa vi convien fare; date di sprone al
cavallo, o sciogliete la briglia perchè non s'impenni; poi, supposto
che abbiate la fiera a sinistra, appoggiate tutto il corpo sulla staffa
manca, e stendetevi tanto all'infuori che possiate percuoterla pure
alla sua sinistra parte. Vibrato il colpo, rilevate l'asta e avanti;
l'animale non vi seguirà, ne do parola; cercherà chi lo ha ferito al
lato opposto, dove voi non siete, e digrignerà invano il dente. — I
cani faranno il resto, se pur non vi garba d'avere tutto il vanto della
vittoria, e di ritornare alle prese. — Il cinghiale ferito soffia e
grugnisce a far paura; se non può fuggire, si difende colle zampe, si
getta a terra, si vòltola nella polvere, si rialza, e spicca salti come
un capriuolo. — Giù da cavallo, date di piglio al coltello pugnale, e
fatelo finito con un colpo nel collo o tra le costole; e se si avventa
contro di voi, tanto meglio, ei vi mostrerà una golaccia svivagnata;
vibrate il pugnale là dentro piegando l'arma all'insù. Ferito al cielo
della bocca, egli è bello e spacciato.„
La lezione era semplice e presto compresa, ma racchiudeva una evidente
petizione di principio; perchè infin de' conti voleva dire: abbiate
coraggio, e la vostra paura si dileguerà. — È dunque ben naturale che
colui se ne restasse indietro a coglier pratelline.