XVI.

Al lato opposto della foresta, lontano dal luogo su cui si separavano

que' gentiluomini, il terreno presentava un profondo avvallamento,

vecchio lavoro delle acque che, nello imperversare delle stagioni, ivi

affluivano copiose ed irrompenti.

Non erano radi in allora gli esempi d'inondazioni parziali e

disastrose; perocchè le acque dell'alto piano non defluivano

dapertutto, come oggi, con sistemata misura e per numerosi canali; nè

si usufruttavano con tanta economia a fecondare le nostre campagne.

Tal fiata in quel burrone travolgevano esse con tremendo rovinío

alberi poderosi, frantumi d'abituri o suppellettili; ma, non appena il

cielo si faceva sereno, tornavano a correre pure e placide sul fondo

dell'alveo. — Ne' tempi calmi non rimaneva altro testimonio della

potenza loro, fuorchè la riva scoscesa, dimagrita dalle corrosioni, fin

sul vivo della ghiaja, qua e là collegata da una rete di radici, che ne

facevano una diga inespugnabile. Contr'esse si sfogava tutta l'ira del

torrente squassandole e torcendole talvolta come fuscelli; gli sterpi,

invece, ed i fruttici, cresciuti su più dolce pendio, sopravivevano

alla burrasca, rilevati quasi ed inorgogliti dalla superata fortuna.

A conti fatti, era quel rigagnolo un gran beneficio per gli abitanti

del contado, che perciò solevano chiamarlo la _providenza_. Infatti,

dove era rapido, per mezzo di gore, metteva in moto le macine; dove

l'alveo era più espanso, serviva ad abbeverare i bestiami, a trarre

acque per gli usi domestici, a spurgar lini o masserizie.

Un giorno, quel giorno della caccia, sulla bassa ora scendeva una

contadina da un sentiero a scaglioni al guazzatojo per lavarvi le

sue misere biancherie. — Camminava essa lentamente, come glielo

consentivano il peso del paniere che reggeva da una parte, e l'agitarsi

d'una vispa e paffuta creatura, che si portava in collo dall'altra.

La poveretta non aveva altro bene al mondo, che quel suo bambino;

nè l'indulgenza materna la rendeva cieca, poichè per verità egli era

sì bello e vivace da far superba a buon dritto una donna più di lei

fortunata. — Ma quella esistenza parassita e già sì robusta logorava

le forze della buona madre. La faccia sbattuta di costei portava nelle

rughe premature le tracce non dubie del suo diuturno deperimento; una

serietà languida e macilenta teneva quel posto, su cui, solo pochi anni

addietro, brillava il franco sorriso della gioventù. Una certa quale

avvenenza traspariva sotto quei guasti, come i pregi di un dipinto

attraverso le ingiurie del tarlo e dei corrosivi.

Vero è che gli affetti non la rendevano accorta di quegli stenti: vero

è che non s'era mai fissata nello specchio, e che l'unico specchio

della sua materna felicità era la faccia rubiconda e sorridente del

suo bimbo. — Ma il sacrificio non cessa d'aver merito, perchè la virtù

sa cangiarlo in diletto — non è meno apprezzabile la forza, quando è

sostenuta e raddoppiata dal coraggio.

Povera donna! povere sopratutto le madri del contado!

Avrete ben veduto le cento volte i loro mariti godersi in pace

un'ora di requie, e dormire placidamente all'aria e all'ombra? Avrete

osservato, che l'opera loro non subisce sindacato o censura; che in

seno alla famiglia essi godono ogni preferenza, ed hanno posto d'onore

al desco e accanto al fuoco. I dì festivi sono, a rigor di parola,

giorni di riposo per essi: anche i più sobrj si danno buon tempo;

e l'allegria, o nata spontanea dalle forze ristorate, o nutrita da

qualche insolita libazione, non è straniera a' loro crocchj. — Provida

spensieratezza in vero, che facendoli per brev'ora liberi di sè e

dimentichi degli stenti abituali, prepara alle fatiche del dimani un

braccio più vigoroso.

Ma alle donne di solito e alle madri sempre è interdetto ogni

ricreamento. Dopo d'aver diviso cogli operai d'altro sesso, non

in ragione delle forze, i lavori della campagna, esse ritornano al

casolare per ritrovarvi nuove e non men penose fatiche. Il governo

di fatto della famiglia è esclusivamente affar loro; esse provedono

al nutrimento di tutti; a tutti rattoppano i logori panni; sono le

infermiere de' vecchi, le governanti de' bambini, le serve della casa.

I lavori dell'ago e del fuso sono ozio e riposo per esse. — Fortunate

se non sono costrette a vegliare la notte al giaciglio dell'infermo,

ed alla culla del bimbo insonne. — In chiesa soltanto le poverette

riposano davvero; perchè ivi la fede ricorda loro, che ogni sofferenza,

per quanto grave, è il seme invisibile, che, a suo tempo, le farà

ricche di inestimabili frutti.

Eppure (sarò io peritoso nel dire ciò che ho veduto?) non è

infrequente il caso che anche quest'unico e supremo conforto del

povero venga amareggiato dall'incauta severità di chi ha il mandato

da Dio di rialzare i pusilli e di consolare gli afflitti. — Vidi,

più di una volta, anime elette, sotto il martello di troppo austere

dottrine, smarrire nella ricerca d'una impossibile perfezione la

coscienza della propria rettitudine; e dubiose di lasciare i più

sacri doveri insodisfatti, e sconfortate nel non avere forza a troppo

difficile cómpito, dimenticare ogni affetto, ogni legame domestico e

divenire gravi a sè, alla famiglia ed alla società. — Oh se a queste

timide creature s'insegnasse che il _giogo del Signore è soave_,

rinascerebbero a nuova vita, forti abbastanza per operare miracoli di

carità!

La nostra donna non era di questo numero; essa amava la vita, perchè

amava il suo caro angioletto. — Giunta che fu al margine del ruscello

depose il paniero; poi, colla mano resa libera, accarezzò la testa e

le spalle del bimbo, e se lo strinse amorevolmente sul seno, intanto

che coll'occhio cercava dove collocarlo vicino a sè, al sicuro d'ogni

pericolo.

A due o tre passi da quella sponda, su cui una schiera di pietre bigie

fissava il posto ad altretante predelline per le lavatrici, il terreno

dolcemente declive era sparso di zolle verdeggianti. Là presso, dove

uno spiazzo d'erba ricinto dai polloni recentissimi di un albero

apprestava la più morbida cuna, pensò la madre di collocare il suo caro

bambolo. Ma prima, lo palleggiò, lo fece sorridere, gli prodigò tutti

que' vezzosi peggiorativi, che nel linguaggio della tenerezza materna

hanno un sì eloquente significato. — Lo depose poscia, lo coperse de'

panni e lo ricoperse, quante volte il bambino con maliziosa insistenza

rimoveva da sè ogni cosa ghignazzando: e non sarebbe stata la prima a

stancarsi di quel trastullo se la bisogna non l'avesse richiamata al

lavatojo. — Gli porse quindi non so qual vezzo, e, dopo averlo ravvolto

ben bene ne' lini, se ne andò, senza perderlo di vista. — Il piccolo

derelitto fece sulle prime la ciera imbambolata; ma si rasserenò tosto

che s'avvide, di poter far rivolta contro la tirannia delle fasce. —

Scioltosi da tutti gli impacci, a piacer suo distendeva le picciole

membra; e cinguettava in un linguaggio che nemmeno la madre sapeva

comprendere. In fine velò l'occhio, e s'addormentò.

La donna intanto, con tutta la solerzia di una esperta massaja,

stendeva sulla pietra que' suoi cenci, li diguazzava una o due volte,

e, dopo averli ben battuti e contorti, li sommergeva di nuovo; per

tornar da capo colle stesse operazioni, finchè ne uscissero non

candidi, ma forse un po' meno sudici e certo assai più lisi.

Ad un tratto, scossa da un insolito agitarsi di foglie, senza levare il

capo ed interrompere il lavoro, stette in attenzione. “È un soffio di

vento, pensò tra sè, che non giunge fin qui al basso. Ma no, soggiunse

poi girando lo sguardo, le piante vicine sono immobili; lo sono perfino

le foglie delle tremule che mi stanno di faccia.„ — Cessò dal lavoro e

si rialzò sui ginocchi, volendo ascoltar meglio, e sperando di ridere

del suo inganno. — Quel fruscío tra fratta e fratta durava non solo, ma

pareva avvicinarsi. — Fu allora in piedi d'un salto, l'orecchio teso,

l'occhio spalancato: e vide che là, donde veniva lo strepito, le cime

degli arbusti ondeggiavano, come se alcun che di gagliardo le rimovesse

per farsi strada. Colla scorta della ragione, quand'essa fosse sempre

l'àrbitra de' nostri sentimenti, era facile trovare più di una causa

del tutto innocente a spiegar que' fatti. Ma il cuore, e sopratutto il

cuore di una madre, è troppo spesso profeta di malanni; le sue ubbíe

sono così subitanee e profonde, che il dominarle d'un tratto, non è

piccola vittoria. — Esse non danno tempo a far riscontro tra le opposte

probabilità; colgono all'improviso e di fronte, vestono le forme vaghe

del presentimento, l'aspetto terribile di un fantasma.

Dire quanti e quali pensieri balenassero ad un istante in quella mente,

non è cosa agevole; bisognerebbe sapere dipingere i sogni proteiformi

di chi ha la febre, fare la storia di tutte le strane superstizioni di

quei poveri tempi.

La troppo fedele memoria colla prestezza del lampo le schierò sotto

agli occhi la possibile realtà delle mille ed una fiabe, di cui

s'accendono le vive fantasie dei contadini negli oziosi convegni de'

presepi; vide spettri, ombre, tregende, fattucchieríe. La ragione

faceva capolino tra quella pressa d'errori, come un raggio di sole

attraverso a un temporale, e gridava alto alla sua volta finchè il

cuore l'intese.

“Non potrebbe essere un uomo, diceva, che passi a caso e pei fatti suoi

la foresta? — È di pien giorno; sono queste le terre del Signore di

Campomorto. — I malviventi non fanno guerra che alle legna del padrone;

e v'hanno de' guardaboschi per loro. Chiunque sia, non vorrà far male a

una povera donna, meno ancora ad un bambino.„

Così, banditi per un momento i terrori vaghi e puerili, pareva

camminare a gonfie vele e colla scorta della ragione alla scoperta

della verità. — Ma la verità, o ciò che ne aveva l'aspetto, le fuggiva

dinanzi come il fuoco fatuo sospinto da un'aura incostante.

“Un uomo..., pensava tra sè, insospettita. — Ma se è un uomo dovrà

pur rispondere — conviene che io l'interroghi.... Olà, chiunque siate,

galantuomo, gridava a tutta voce, cercate la strada maestra?... siete

fuor di via. Olà, rispondete....„ — e fece silenzio, attendendo.

Ma non una parola, non un segno di vita.

“Non può essere, continuò ella che il più innocuo animale smarrito

da qualche mandriano erri pel bosco? io, io tremerò perchè esso

non mi risponde? Pazza che io sono.„ — Ed impadronendosi di questa

ipotesi colla ostinata tenacità di chi sommerso nell'acqua abbranca un

virgulto, sentì rinascersi in cuore la fiducia, anzi la certezza del

proprio salvamento.

Ma il conforto non durò che pochi istanti; quanto ancora durava

l'ignoranza della causa vera di quel trambusto. Il cuor suo aveva

providamente goduto quel po' di tregua per prepararsi ad una scossa più

forte.

Infatti una pedata pesante, un fiatar greve, un rantolo profondo

precedevano la comparsa dell'essere misterioso. — Le fronde e gli

arbusti s'aprivano al suo passaggio. Già ne esciva un orribile teschio,

un grugno nero, lurido, zannuto: il grugno d'Egeone.

La donna a quella vista credette gettare un grido e chiamar soccorso;

ma le sue fauci strozzate da uno spasimo convulso non mandarono che un

debole lagno. Volle correre, volare su quella china, e le sue gambe

irrigidite non marcavano che passi lenti ed incerti. — L'istinto

materno la chiamava a proteggere il suo bambino, od a dividere il

pericolo con esso lui; ma una mano di ferro la tratteneva inerte al suo

posto.

“O Madonna santissima, ajutatemi voi! sclamò la poveretta, giungendo le

mani in atto di preghiera — O me tapina! la mia creatura! Gesummaria,

Gesummaria!„

La sua situazione divenne ancora più deplorabile, da che le si aggiunse

lo sgomento d'essere a un filo di perdere i sensi. Già s'accorgeva

che le sue membra non le obbedivano. Mentre la tenerezza materna

metteva nell'animo suo quella febre, che centuplica il coraggio, era

pur doloroso l'accorgersi, che le forze venivan meno, che essa forse

sarebbe stata spettatrice inerte di una scena di sangue.

Pure ne' momenti gravissimi, un estremo comando della volontà può

operare prodigi, e vincere anche le leggi della natura. — Il perchè

ella giunse a dominare sè stessa, e non svenne; un calore nuovo

ravvivò, come per prodigio, il suo sangue aggrumato, e lo diffuse

per tutte le membra! — Potè quindi rialzarsi, tentar alcuni passi,

correre difilata sul pendio. Già non era lontana dal bambino, che uno

stendere delle braccia, quando, ahi poveretta! un passo falso la fece

traboccare, nel momento appunto, in cui l'orribile belva s'arrestava a

fiutare il corpo del piccolo dormente.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 29 / 111 题