Sull'albeggiare di quel dì, in cui Agnesina trovavasi sola a
Campomorto, una sfucinata di falconieri, di canattieri, di paratori
muniti d'aste, di schidoni o di randelli, tenendo falchi montati sulle
grucce o cani a lassa, stavano aspettando il signor di Pavia alla
porta del castello. Nella corte d'onore scudieri e valletti divisati
s'affaccendavano ad insellare i palafreni, ad allestire e a caricare
sulle bestie da soma il bisognevole per una numerosa e splendida
comitiva, che, per invito del principe, disponevasi ad una giornata di
caccia nel vicino parco.
Giangaleazzo, figlio ed erede di quel Visconti, che aveva eretto
il castello di Pavia, e vedovo di Isabella di Francia, che il fece
conte di Virtù, non era fra i cavalieri de' suoi tempi il più amante
di tale esercizio. — Di carattere mite e pensieroso, egli non soleva
compiacersi di mostrare, più che non conviene, il lusso e lo spreco
che tanto offende la miseria del popolo, e che tanto lo abbaglia.
— Preferiva starsene tranquillo nel suo palazzo fingendo di leggere
negli astri, o meglio studiando nella storia e ne' consigli de' saggi;
l'arte di governare. — L'opinione publica, giudicando i procedimenti
de' suoi tre primi anni di regno, non vi aveva ravvisato alcun tratto
che la guidasse a pronunciare un giudizio netto sul conto di lui. Chi
lo diceva pio e mitissimo; chi quella stessa mansuetudine tassava di
pochezza ed insipienza. — Nessuno avrebbe osato chiamarlo un genio,
un novatore, un guerriero. Il conte, ne' suoi interessi, favoriva
l'opinione dei più; e ben di buon grado frenava le improntitudini
giovanili, ogni qualvolta il far mostra di una studiata apatìa lo
faceva padrone di spender tutta la vita ne' suoi progetti, lentamente
avviati ad una gran meta.
Quando poi un troppo lungo silenzio cresceva fede a qualche ciarla
grossolana, quasi che il principe fosse fuggito o infermo, o consumasse
tutto il dì in preghiere, ei dava una smentita a tutti cavalcando in
publico a qualche rassegna d'armati o ad una splendida caccia. — Ma
non andava tant'oltre da vincere affatto l'errore universale. — Esciva
circondato sempre da una poderosa scorta di cortigiani e d'uomini
d'armi, non tanto per impaurire la plebe e temerla in rispetto, quanto
per mantenere credito alla generale convinzione, ch'ei fosse timido
e malfidente, e che, ben lungi dall'occhieggiare il fatto altrui, si
tenesse pago di conservare, quanto meglio potesse, il fatto proprio.
V'erano taluni, pochissimi però, che, vivendo da anni alla corte, ed
avendolo conosciuto fanciullo e giovinetto, non dividevano il comune
pregiudizio. Costoro avviluppando il loro pensamento in una reticenza,
spesso giudicata come espressione di una servilità che ammutisce quando
non può in niun conto adulare, s'accontentavano di crollare il capo,
dicendo “vedrete a suo tempo:„ e costretti a spiegarsi più chiaramente
soggiungevano: “colui sa pelar la gazza senza farla stridere.„ Questa
sentenza s'appoggiava a poche ma abbastanza valide ragioni antecedenti.
All'anno cui risale il nostro racconto, Giangaleazzo varcava il quinto
lustro. Solo poco tempo prima, quando viveva suo padre, essendo
da lui rivestito dei diritti sovrani sopra una parte dello stato,
si era mostrato generoso e sprezzante d'ogni pericolo, armeggiando
contro Ottone marchese di Monferrato e contro gli Inglesi capitanati
da Hawkwood; ma la fortuna, negandogli la meritata, vittoria, aveva
cancellato dalla mente del popolo, che giudica sempre dal successo,
la ricordanza delle sue prove di valore. Quelli, che non s'erano
dimenticati come fino dall'adolescenza si mostrasse amicissimo dei
dotti e fautore de' buoni studj, asserivano non potersi chiamare uomo
da poco colui che dettava di ragione civile con Baldo e Fulgoso, che
discuteva di filosofia con Ugo Sanese, d'astrologia giudiziaria con
Biagio Pelacane, di belle lettere con quel Piero Filargo, da Candia,
grecista riputatissimo, che s'acquistò più tardi la tiara sotto il nome
di Alessandro V. — Ma vantar studii e cultura con un popolo ignorante
era, ed è, come parlare di bei colori a un cieco nato.
I pochi suoi ammiratori, salendo a ritroso il corso della sua vita, vi
rilevavano fino dai primi anni alcuno di que' tratti che non lascian
dubio d'ingegno svegliato e di ferma volontà. Fra i molti che non
sfuggirono alla penna de' cronisti, trascrivo il primo, che richiamò
l'attenzione di tutti sulla puerizia di lui, e fece concepire a suo
riguardo le più belle speranze.
Dicesi che essendo egli fanciullo di soli cinque anni, si spingesse un
dì per curiosità nella gran sala ove sedevano a consiglio i ministri di
suo padre. Interrogato da costui quale fra que' grandi riputasse il più
saggio, il fanciullo, girato lo sguardo, ed esaminato il viso d'ognuno,
additò il Petrarca. Della qual scelta essendo grandemente lodato dal
padre e dai cortigiani, prese coraggio, e, fattosi incontro al poeta
con molto garbo e con fanciullesca ingenuità, gli stese la mano e lo
condusse a sedere sul trono del principe.[8]
Questo ed altri simili fatti, il suo amore agli studj ed il suo valore
sul campo, non avevano perduto ogni prestigio sull'animo di alcuni; ma
i più, dimentichi de' vecchi racconti, o non curandoli, o valutandoli
col proverbio, che i frutti primaticci uccidono la pianta, guardavano
al presente sbiadito e vuoto, e giudicavano il conte colla più ovvia
delle ragioni — l'attualità de' fatti.
Giangaleazzo, l'abbiam detto, aveva il suo perchè nel lasciar che il
mondo non s'occupasse di lui.