XIII.

Sull'albeggiare di quel dì, in cui Agnesina trovavasi sola a

Campomorto, una sfucinata di falconieri, di canattieri, di paratori

muniti d'aste, di schidoni o di randelli, tenendo falchi montati sulle

grucce o cani a lassa, stavano aspettando il signor di Pavia alla

porta del castello. Nella corte d'onore scudieri e valletti divisati

s'affaccendavano ad insellare i palafreni, ad allestire e a caricare

sulle bestie da soma il bisognevole per una numerosa e splendida

comitiva, che, per invito del principe, disponevasi ad una giornata di

caccia nel vicino parco.

Giangaleazzo, figlio ed erede di quel Visconti, che aveva eretto

il castello di Pavia, e vedovo di Isabella di Francia, che il fece

conte di Virtù, non era fra i cavalieri de' suoi tempi il più amante

di tale esercizio. — Di carattere mite e pensieroso, egli non soleva

compiacersi di mostrare, più che non conviene, il lusso e lo spreco

che tanto offende la miseria del popolo, e che tanto lo abbaglia.

— Preferiva starsene tranquillo nel suo palazzo fingendo di leggere

negli astri, o meglio studiando nella storia e ne' consigli de' saggi;

l'arte di governare. — L'opinione publica, giudicando i procedimenti

de' suoi tre primi anni di regno, non vi aveva ravvisato alcun tratto

che la guidasse a pronunciare un giudizio netto sul conto di lui. Chi

lo diceva pio e mitissimo; chi quella stessa mansuetudine tassava di

pochezza ed insipienza. — Nessuno avrebbe osato chiamarlo un genio,

un novatore, un guerriero. Il conte, ne' suoi interessi, favoriva

l'opinione dei più; e ben di buon grado frenava le improntitudini

giovanili, ogni qualvolta il far mostra di una studiata apatìa lo

faceva padrone di spender tutta la vita ne' suoi progetti, lentamente

avviati ad una gran meta.

Quando poi un troppo lungo silenzio cresceva fede a qualche ciarla

grossolana, quasi che il principe fosse fuggito o infermo, o consumasse

tutto il dì in preghiere, ei dava una smentita a tutti cavalcando in

publico a qualche rassegna d'armati o ad una splendida caccia. — Ma

non andava tant'oltre da vincere affatto l'errore universale. — Esciva

circondato sempre da una poderosa scorta di cortigiani e d'uomini

d'armi, non tanto per impaurire la plebe e temerla in rispetto, quanto

per mantenere credito alla generale convinzione, ch'ei fosse timido

e malfidente, e che, ben lungi dall'occhieggiare il fatto altrui, si

tenesse pago di conservare, quanto meglio potesse, il fatto proprio.

V'erano taluni, pochissimi però, che, vivendo da anni alla corte, ed

avendolo conosciuto fanciullo e giovinetto, non dividevano il comune

pregiudizio. Costoro avviluppando il loro pensamento in una reticenza,

spesso giudicata come espressione di una servilità che ammutisce quando

non può in niun conto adulare, s'accontentavano di crollare il capo,

dicendo “vedrete a suo tempo:„ e costretti a spiegarsi più chiaramente

soggiungevano: “colui sa pelar la gazza senza farla stridere.„ Questa

sentenza s'appoggiava a poche ma abbastanza valide ragioni antecedenti.

All'anno cui risale il nostro racconto, Giangaleazzo varcava il quinto

lustro. Solo poco tempo prima, quando viveva suo padre, essendo

da lui rivestito dei diritti sovrani sopra una parte dello stato,

si era mostrato generoso e sprezzante d'ogni pericolo, armeggiando

contro Ottone marchese di Monferrato e contro gli Inglesi capitanati

da Hawkwood; ma la fortuna, negandogli la meritata, vittoria, aveva

cancellato dalla mente del popolo, che giudica sempre dal successo,

la ricordanza delle sue prove di valore. Quelli, che non s'erano

dimenticati come fino dall'adolescenza si mostrasse amicissimo dei

dotti e fautore de' buoni studj, asserivano non potersi chiamare uomo

da poco colui che dettava di ragione civile con Baldo e Fulgoso, che

discuteva di filosofia con Ugo Sanese, d'astrologia giudiziaria con

Biagio Pelacane, di belle lettere con quel Piero Filargo, da Candia,

grecista riputatissimo, che s'acquistò più tardi la tiara sotto il nome

di Alessandro V. — Ma vantar studii e cultura con un popolo ignorante

era, ed è, come parlare di bei colori a un cieco nato.

I pochi suoi ammiratori, salendo a ritroso il corso della sua vita, vi

rilevavano fino dai primi anni alcuno di que' tratti che non lascian

dubio d'ingegno svegliato e di ferma volontà. Fra i molti che non

sfuggirono alla penna de' cronisti, trascrivo il primo, che richiamò

l'attenzione di tutti sulla puerizia di lui, e fece concepire a suo

riguardo le più belle speranze.

Dicesi che essendo egli fanciullo di soli cinque anni, si spingesse un

dì per curiosità nella gran sala ove sedevano a consiglio i ministri di

suo padre. Interrogato da costui quale fra que' grandi riputasse il più

saggio, il fanciullo, girato lo sguardo, ed esaminato il viso d'ognuno,

additò il Petrarca. Della qual scelta essendo grandemente lodato dal

padre e dai cortigiani, prese coraggio, e, fattosi incontro al poeta

con molto garbo e con fanciullesca ingenuità, gli stese la mano e lo

condusse a sedere sul trono del principe.[8]

Questo ed altri simili fatti, il suo amore agli studj ed il suo valore

sul campo, non avevano perduto ogni prestigio sull'animo di alcuni; ma

i più, dimentichi de' vecchi racconti, o non curandoli, o valutandoli

col proverbio, che i frutti primaticci uccidono la pianta, guardavano

al presente sbiadito e vuoto, e giudicavano il conte colla più ovvia

delle ragioni — l'attualità de' fatti.

Giangaleazzo, l'abbiam detto, aveva il suo perchè nel lasciar che il

mondo non s'occupasse di lui.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 26 / 111 题