Nella divisione dello stato di Milano fra' tre fratelli figli di
Stefano Visconti, e nipoti dell'arcivescovo Giovanni, era toccata a
Galeazzo II Pavia col suo territorio e le città del dominio poste a
mezzodì ed a ponente. — Milano, proprietà comune fra lui, Barnabò e
Matteo, ripartivasi in tre quartieri, ognuno dei quali aveva un signore
proprio ed un palazzo di sua speciale residenza.
Poichè fu morto Matteo (di veleno, s'intende, per essersi lasciato
sfuggire di bocca, che quel condominio non gli andava a sangue) il
fratello Galeazzo, reso cauto dalla lezione, pensò d'abbandonare la
sua mezza Milano alla insaziabile ingordigia di Barnabò, e ritirossi a
Pavia, dove fece costruire quel castello che ancora si vede, e che fu
a' suoi tempi la più magnifica e la più forte reggia di un principe:
onde il Petrarca, abilissimo lodatore, ebbe a dire che, se Galeazzo
con altre opere aveva superato i più potenti principi d'Europa, con
questo incomparabile edificio aveva vinto se stesso. Dominava esso
verso mezzodì la città, e dal lato di levante accedeva ad un grandioso
parco ricinto, che stendevasi lungo la riva sinistra del Ticino e
del Po, ed occupava un'ampia zona di terreno per venticinque miglia
quadrati tra Mirabello e Belgiojoso[7]. Il castello di questo borgo,
già delizia de' Visconti, ove sì spesso accorreva Luchino a nascondere
le sue vergognose tresche, faceva parte di quella signoria. Il
suolo non del tutto spoglio di qualche naturale amenità, perchè reso
variamente declive dalle sponde dei due fiumi, era coltivato a praterie
ed a boschi, a quando a quando interrotto da casolari di un'apparenza
rustica, ma non priva di eleganza. E dove la natura era stata più avara
suppliva l'arte, coltivando poggi e macchie, aprendo stagni è canali,
fingendo delizie ed orrori, che parevano opera del caso.
Nell'artificioso assetto di quel podere, s'ebbe riguardo a favorire
specialmente la custodia e l'incremento della selvaggina; essendo la
caccia, come prima e poi fu sempre, il più gradito spasso de' prìncipi.
Niente infatto meglio di essa traduceva in un leggier passatempo le
gravi difficoltà della guerra: per essa la codarda prepotenza godeva di
aver vittorie sempre facili e certe; e la sete di sangue si sbramava in
un numero indefinito di vittime più o meno mansuete.
Nel parco de' Visconti, raccoglievasi dunque gran copia di selvaggina,
ed a seconda della stagione si davano cacce d'ogni maniera. — Venivano
a ciò con gran cura allevati levrieri e bracchi, incrociandone le
razze, educandoli ad uno ad uno a puntare, ad inseguire, a rendere
la preda. Si nutrivano falchi ed astori di Norvegia, di Germania,
d'Africa. A luoghi opportuni tese e paretai uccellavano i volatili
nostrali o quei di passo. Si custodivano in ricinti cervi e daini: ne'
serragli cinghiali. Ed a determinate epoche dell'anno i canattieri e i
boscajuoli mettevano alle prove i loro allievi, e davan conto de' fatti
loro.
Buon per essi se i signori ritornavano dalla partita, paghi di una
lunga carneficina e ringalluzziti dalla vanità di tante più o meno
facili conquiste, abilmente apprestate dai cortigiani. Guai, se
accadeva il contrario. Guai a colui che osasse turbare in qualsiasi
modo il divertimento de' prìncipi, o se di nascosto avesse ardito, per
ghiottoneria o per naturale difesa, usufruttarne i rilievi. — Le leggi
contro costoro erano severissime e senza misura brutali. Chi non ha
letto od udito, come un contadino convinto d'aver colto un lepre, fosse
costretto da Barnabò a mangiarlo crudo e non scuojato? che un giovine
fu messo a morte perchè narrò d'aver sognato d'uccidere un cinghiale? E
quando al signor di Milano venne in pensiero di distribuire in custodia
ai vassalli i suoi 25 mila cani, quanti furono puniti con battiture
e con taglie gravissime, perchè quegli animali nelle rassegne erano
giudicati troppo asciutti o pingui troppo, o non abbastanza tersi di
pelo!
La caccia, il primo esercizio dell'uomo, la sua prima fonte di alimento
e di vita, era qui ed altrove fatta privilegio de' signori ed elevata
al grado di diritto regio ed esclusivo. Gli emblemi di quest'arte
venivano considerati come segni di grande onore; per ciò non di rado
gli alti personaggi erano effigiati sulle medaglie e sui tumuli con
un falco in pugno. Di questa mondana grandezza erano vaghi gli stessi
monaci. Gli abati di Francia ne facevano il più gradito passatempo;
ond'è fama che per consuetudine o per privilegio, posassero il loro
falco allato dell'altare, mentre vi celebravano i divini officii.
Federico II quello stesso che fu re di Sicilia, soleva trar seco alla
guerra gran corteggio di falconieri, affine di avvicendare i pericoli
delle battaglie colle piacevoli emozioni della caccia. Essendo egli
letterato compose un libro sugli usi di essa, e suo figlio Manfredo
vi aggiunse delle note. — Carlo Magno proibì la caccia ai servi sotto
pena di morte. — Celebre è la legge dei re di Borgogna che condannava
il possessore furtivo di un falco a dover prestare all'animale rubato
sei once della propria carne; e, se crediamo a Froissard, il sultano
Bajazet, irritato dalla lentezza d'uno de' suoi sparvieri, condannò a
morte tutti i suoi guardacaccia — due mila persone all'incirca.
Per tal modo tradivasi il voto della natura in una delle sue primitive
e più semplici leggi, facendo scopo della vita quanto non dovrebbe
esserne che mezzo. Il potente dilettavasi di questo fittizio travaglio,
quasi volesse fuggire la noia degli agi consueti. La preda, caduta
nella ragna o tra gli artigli o contro un'arma, era per sè cosa vile,
ma valeva il sangue di un uomo come occasione di mostrare un effimera
valentía, e di dar pascolo all'innata voluttà di tutto ciò che sa di
violento.