In una bella giornata sul principiar del settembre 1382, Agnesina
trovavasi al castello di suo padre, dove le frescure anticipate
dell'autunno e la cara libertà della campagna la facevano àrbitra di
consacrare tutto il suo tempo alle più gradite occupazioni.
Suo padre in quel giorno era assente. Egli accorreva non di rado a
Milano per accudire a' suoi interessi o per vedere e consultare amici.
— In tali occasioni, la donzella soleva comandare che non s'aprissero i
battenti del castello a chicchessia; e, più per naturale riserbatezza,
che per avviso del padre o della indulgente Canziana, non metteva piedi
fuori di esso; supplendo il vasto giardino al suo istintivo bisogno di
respirar aria libera e di darsi moto.
La più gran parte della mattina aveva ella divisa fra le sue consuete
occupazioni; un po' coi libri, il resto coll'ago. — Scendeva poscia
a percorrere in lungo e in largo l'ampiezza della sua volontaria
clausura, a visitare il colombajo, l'ovile, le arnie, e dopo aver
governato ed innaffiato i suoi fiori, pieno il grembiale di una fresca
raccolta, si ritirava sulla bassa ora, per tesserne una ghirlanda,
nelle sue camere situate nella parte più alta del castello.
Ivi da un terrazzino a poggiuolo assai sporgente godeva ella tutto
il largo di un'amena veduta, spingendosi collo sguardo, dove non lo
impedivano le macchie d'alberi disseminati nelle vicine campagne, fino
all'orizzonte conterminato dalle montagne liguri. — Aveva sott'occhi
il suo bel giardino; a prati ed ajuole simmetricamente disposte e
assiepate da mortella; i primi lussureggianti di una verdura opaca, le
altre screziate di mille colori. — Nel mezzo, ove le viuzze imbianchite
da fina arena s'incrocicchiavano, eravi un'ampia vasca, dominata
da un gruppo di tritoni e di nereidi assai poveramente scolpiti, e
ammantati di musco e d'alghe spontanee, in mezzo alle quali sgorgava
un misterioso velo d'acqua, agitando la superficie crassa e verdognola
della piscina. Fuori del ricinto, nell'aperta campagna vedeva i
contadini affaccendati nello stendere, sovvolgere, ammontare il fien
grumereccio; udiva cantare a tutta gola le giovani villanelle, che
in un male arnese, proprio a dar rilievo a forme tonde e robuste,
s'affaticavano nella ricolta; non belle, non vispe come ci vengono
dipinte negli idillj, ma dimentiche di sè e prodighe di una lena che
vince gli stenti e la fatica.
Agnesina, a tal vista, faceva anch'essa quel confronto, sì spontaneo a
chiunque viva alla campagna, tra l'allegria operosa del povero, che non
pensa al dimani, e l'accigliata taciturnità del ricco, che non vive per
l'oggi, e si agita e spende ogni sua forza nel tentare di sciogliere il
problema dell'avvenire; pensava come sieno felici coloro, cui un lavoro
adequato alle forze offre una mercede adequata ai bisogni. — Meditava,
come ognuno di noi avrà fatto mille volte, che bene e male, ricchezza e
povertà, gioja e dolore non sono sempre cose assolute: onde la casuale
strettezza di un ricco sarebbe dovizia sfondolata per chi provò la
fame; e infine concludeva, che la vera ricchezza è in noi, se lungi dal
voler costringere il destino a piegarsi ai nostri desideri, sappiamo
piegar i desideri all'impero di quello. — Cose tutte, che da che è
il mondo, sembrano ovvie e piane a chi le dice o le consiglia; e che
diventano dure ed incomprensibili per chi ha la mala sorte di doverle
ascoltare e mettere in pratica.
Vagando così colla mente da cosa a cosa, da pensiero a pensiero, la
fanciulla aveva condotto a termine un'odorosa e leggiadra ghirlanda:
stesala sul parapetto del terrazzino, e scossi dal vestito e dal
grembiale i ritagli di fogliuzze e di steli, chiamava a sè Canziana,
onde que' fiori fossero, come al solito, deposti nella chiesuola sulla
lapide venerata; quando in alzar gli occhi un'ultima volta sul bel
quadro, che le stava davanti, vide levarsi lontan lontano un denso
polverío, in mezzo al quale si agitava una turba indistinta, che
sembrava avviata verso il castello. — Per veder meglio si fè visiera
colla destra, ed aguzzando lo sguardo ravvisò, che era una numerosa
comitiva di cavalieri e di pedoni.
Se Agnesina fosse stata timida, un certo quale sgomento doveva
essere il primo e più naturale effetto di una comparsa così strana ed
inattesa. — L'aspetto di quella turba era tutto guerriero: sebbene
lontana e ravvolta nella polvere, le punte scintillanti delle aste
l'attestavano fuor d'ogni dubio. — Nè quelli erano tempi, in cui
il passaggio, o l'arrivo d'armati movessero soltanto la tranquilla
curiosità della gente. Le milizie serbavano la disciplina finchè erano
sotto gli occhi de' loro signori; lungi da questi, fuori delle città
o sviate dalle strade principali, esse dimenticavano ogni legge, e
quando pure non fossero dirette ad operare in nome de' capi qualche
ribalderia, approfittavano d'ogni occasione per scorazzare e far guerra
al minuto. — Per ciò le ville de' conti e dei feudatarii, munite di
quanto potesse renderle deliziose al di dentro, possedevano il corredo
esterno d'agguerrite castella; avevano fosse, ponti, torri, vedette e
tutti quegli argomenti che bastassero a togliere il ruzzo del capo alle
bande temerarie: ed i vassalli, al martellare della campana feudale,
smettevano le marre, e s'armavano di lance e stocchi a difesa del loro
padrone.
Senza arrestarci ad esaminare quanto la donzella fosse piacevolmente
sorpresa da quella apparizione, e perchè invece Canziana se ne
adombrasse a segno da porre in esame l'opportunità di chiudere e
sbarrare le porte, effetti opposti procedenti da troppo chiare ragioni,
diciamo che fosse quella comitiva, d'onde ed a quale scopo venisse da
quelle parti.