VIII.

Fra i libri (per non parlar de' classici greci e latini, che s'andavano

moltiplicando nelle biblioteche de' monasteri, e tacendo de' pochi che

per ridonar vita alle scienze, raccoglievano i briccioli sconnessi

dell'antica filosofia) fra i libri, dico, non v'era gran cosa a

scegliere: ancorchè la lingua vulgare avesse già raggiunto la pienezza

della sua vita, e fosse divenuta, come ne dice l'Alighieri, la favella

“non esclusiva d'alcun paese, propria di tutti i dotti d'Italia„[2].

Già esistevano la divina commedia, e il canzoniere; ma queste sublimi

creazioni, che gittavano le basi tanto solide e benaugurate della

nostra letteratura, mancavano di mezzi per diffondersi e rendersi

popolari. Le scarse e scorrette copie bastavano ai pochi educati a

comprenderle: anzi l'alimento spirituale soverchiava lo svogliato

appetito degli intelletti. Tanto è ciò vero, che del poema di Dante,

per buon numero d'anni, non si conobbe che la prima parte: il resto

aspettava chiosatori, copisti, e, più che altro, menti idonee alla

lettura, capaci di interpretarne il senso.

Anche prima di quest'epoca però, la parola, se non esercitava tutto

il suo impero sulle menti e sul cuore d'un popolo inselvatichito,

lo conservava almanco sui sensi; perocchè dove il cielo è splendido

e la natura ridente, l'uomo, anche fuor d'ogni educazione, apprende

a gustare il bello, e s'avvia grado grado, quasi per istinto, al

culto delle arti. La soavità del provenzale e del rustico romano,

l'intercalato ricorrere delle rime; la temprata misura del verso

lasciavano freddo il cuore, ma allettavano l'orecchio. Le attonite

plebi, adescate da melodie incomprese, accerchiavano volonterose i

reduci di Francia o di terra santa, che cantavano nelle _trovate_ gli

amori e le imprese de' cavalieri.

I legami sociali, in que' secoli, erano allentati in ragione appunto

della poca civiltà; (se pure è vero, che la civiltà giunga sempre al

suo scopo di unificare la famiglia umana, stringendone i rapporti ed

accomunandone gli interessi). Ben più certo si è che in niun'epoca

come in quella, si vide l'arte della parola, divenir l'opera di lavori

associati, come avviene delle industrie della mano.

I primi poeti, che creavano una favella ed una letteratura senza pure

saperlo, non elaboravano frasi e parole nel secreto del loro telonio,

curvi ad uno stipo, col capo nel palmo di una mano, carteggiando

coll'altra i codici della lingua; ma sfringuellavano per lo più

all'aperto, inspirati dall'aria libera e dal sole, e in mezzo ad una

folla di emuli; quasi che gli sforzi de' singoli, raccolti in uno,

riuscissero a dare un miglior sviluppo all'impresa.

Questo accomunarsi aveva un'altra ragione. — Quando si vede uno stormo

di passeri piombiare all'improviso sul piano, ognuno asserisce, che

là vi deve essere l'aja o il seminato. — Per una pari induzione, ne'

secoli scorsi, l'assembrarsi de' trovatori lasciava indovinar vicina

una corte bandita. Il giullare, se ha fame, canta; ma ben pasciuto

gorgheggia a ricisa; egli non è mai avaro di sè. — Infatti, allorchè

Raimondo principe di Linguadoca si mostrò liberale verso i trovatori,

questi convennero in folla alla sua corte, e lo pagarono a mille doppii

della lena, che la regale munificenza loro aveva ridonata. Riuscirono

pertanto a fondare presso di lui la prima academia di dotti, ove

i discepoli della _gaja scienza_ gareggiarono nell'illustrare con

soavissimi canti un eterno paradiso d'amori, di feste, d'imbandigioni.

Farà meraviglia il sapere che le poetiche fole non riescissero a

noja dello stesso Federico Barbarossa, allorchè si dava gran pensiero

d'assestare, come ognun sa, le cose d'Italia. Poteva allora ripetersi

ciò che Orazio disse della Grecia, “che la terra vinta domò il suo

feroce vincitore„.

Giovati dalla loro mitezza, e più benemeriti delle lettere italiane,

furono i re di Sicilia Federico e Manfredi. Questi incoraggiarono le

palestre erudite, e tennero splendide corti d'amore; talora ricreandosi

allo sfoggio de' più carezzevoli concettini, tal altra tentando essi

pure l'arduo sentiero d'Elicona. Sull'esempio dei grandi principi gli

stessi tirannelli si diedero a blandire la genía de' trovatori, per

esserne alla loro volta blanditi. Nominiamo fra questi gli Estensi,

e per non parlar d'altri, quella fiera insaziabile di Ezzelino, che

mentre decimava col patibolo le popolazioni, rinveniva dal suo furore,

e sorrideva al patetico canto di Sordello, come Saulle all'udir l'arpa

di Davide.

Per tal modo, le aule de' principi erano, se ci è lecito il dirlo,

le grandi officine, ove si perfezionava quella lingua perciò detta

_aulica o cortigiana_[3] ed i trovatori gli operai, che la elaboravano;

mentre i _menestrelli_, più degeneri adepti delle muse, la spacciavano

al minuto pel popolo. Il cantar versi era dunque un mestiere; e qual

mestiere! giacchè, per dir tutto, scese ad essere non altro che una

squallida forma della mendicità. Sulle soglie de' palagi o tutt'al più

nel tinello, sui mercati o nel trivio, si vedevano rapsodi cenciosi ed

affamati, che strimpellando note sulle tremule corde, cantavano questo

o quel brano di poesia, movendo a pietà i passaggeri, e accattando

il pane. — Povere lettere, la lira d'Euterpe, in mano a costoro, era

divenuta l'ignobile colascione del paltoniere! Ma intanto i primi

vagiti della nostra letteratura mercè loro si diffondevano per tutta

Italia: e i poveri cultori di essa, che per aggiungere qualcosa

del proprio alla merce altrui, s'ingegnavano di spiegarne il senso

con chiose e racconti, e d'imprimerli nella memoria degli uditori,

sposando la parola al ritmo delle melodie popolari, erano i più solerti

propagatori di quella soavissima favella, che allora nasceva a tante

splendide glorie. — La fame che aguzza l'ingegno, faceva per tal modo

anticipatamente i buoni officii della stampa.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 21 / 111 题