Vuoi tu scoprire la virtù vera, ed imparare a conoscerne le gradazioni
infinite? Studia l'uomo colpito dalla sventura: il campo, fatalmente,
non sarà sterile alle tue ricerche. — La sventura rassomiglia al
crogiuolo sottoposto all'azione del fuoco: questo scompone la materia,
respinge le particelle vili o superflue, ritiene le nobili: quella,
scuotendo ogni fibra, ed elaborando i più nascosi sentimenti, fa che
brilli in piena evidenza, libero e scevro da pregiudizj, ogni riposto
àtomo di tolleranza, di generosità, di rassegnazione. — Dietro un tale
procedimento, quante volte la più gretta esistenza si rialza bella
di un sublime eroismo? quant'altre volte per esso troviamo l'orpello
in cambio dell'oro, e la virtù dei tempi felici ridotta a ciurmeria
da scena? — Il dolore è quaggiù l'aureola del giusto; e, mercè la
sua proprietà depuratrice, diviene spesso la redenzione dell'uomo
colpevole.
Maffiolo subì una terribile prova; più terribile per lui, perocchè la
sventura si versava sul suo capo, mentre sognava allegrezze. — Pure ne
uscì degno della sua antica virtù; quel dì, in cui esultò al dolcissimo
annunzio che era divenuto padre, segnava l'ultimo periodo di vita
dell'amata sua donna. Un malore violento ed indomabile la riduceva in
pochi giorni alla tomba.
Dipingere gli spasimi di Maffiolo sarebbe impresa più che ardua,
temeraria. — Non creder sempre a quel dolore, che erompe in istrida
e contorcimenti. La ferita da cui geme il sangue in abbondanza non è
di solito la più dolorosa; quella invece, che non mostra nè cicatrice
nè grumo, sanguina nelle cavità, e cagiona strazii senza misura. —
Maffiolo, dopo un primo istante di gioja, previde a qual patto il cielo
aveva appagato le sue brame. L'avvenire era oscuro; la speranza in vero
vi mesceva qualche conforto; ma colla speranza era il dubio, col dubio
l'angoscia.
Lo stato di Gabriella si fece tosto assai grave; e l'infelice sposo,
che non l'ignorava, sapeva mostrarsi calmo e confidente in faccia
all'inferma, per non aggravarla del suo dolore. — Preparato ad una
probabile separazione, fece tesoro di quegli ultimi giorni; non si
staccò mai dal letto dell'ammalata; e le prodigò cure e conforti
coll'intelligente solerzia delle donne, che hanno il privilegio della
pietà operosa verso chi soffre. Le ore passavano lente; ma i progressi
del male erano rapidissimi. — Al quindicesimo giorno Gabriella era in
fin di vita. — Consapevole del doloroso sacrificio ma rassegnata al
volere di Dio, ella invocava, spirando, ogni benedizione sul capo delle
amate creature, che era costretta ad abbandonare.
Un cupo e disperato dolore pingevasi sul volto di quanti le stavano
intorno; quello della morta era calmo e sorridente. Il pallore
diafano delle sue carni e le candide pieghe dei lini circostanti la
rassomigliavano ad una statua di marmo coricata leggiadramente sopra un
sarcofago.
Maffiolo non abbandonò la spoglia della sua cara donna alla pietà
venale dei piagnoni. Egli volle ornarla degli abiti di sposa e cingerla
sulle tempia di una corona di sempiterni; egli stesso la depose
nella bara; poi la seguì alla chiesa, e l'accompagnò alla terra di
Campomorto, dove scese con lei a visitare la stanza mortuaria de' suoi
maggiori. Muto, affranto, privo del conforto di una lacrima, volle
compiere fino all'ultimo il doloroso officio: e gli bastarono le forze.
— Quando vide scendere il feretro allato a quello di suo padre, ruppe
il silenzio per comandare, che fra le due bare si lasciasse uno spazio
capace di una terza. Poveretto! egli sperava di raggiunger presto i
suoi cari.
Ma non appena rivide la sua diletta creatura, ripudiò ogni idea
funesta, e si pentì d'aver disamata la vita. Le sembianze della
bambina, per una privilegiata intuizione dell'amore, gli ricordavano
quelle della perduta compagna. Davanti ad esse il suo dolore aveva
finalmente ottenuto uno sfogo; per vederla bisognava vivere: egli tornò
ad amare la vita.
L'infanzia d'Agnesina (tale era il nome della fanciulla) fu, come
spesso, una serie di giorni sereni colle rade vicende di lievi
rabbuffi, inseparabili da una educazione amorosa e severa ad un tempo.
— Suo padre, benchè inclinato all'indulgenza, non spingeva la tenerezza
fino al punto di divenir cieco sui difetti della bambina. Egli poneva
tutto il suo amore a svolgere nel cuore e nella mente di lei le virtù
materne.
Agnesina era bellissima; guardandola pel minuto rassomigliava molto
alla madre; gli occhi avevano la stessa forma, la stessa tinta; era
simile il contorno del volto, pari la soavità del sorriso. — Ma la
bellezza di costei aveva qualcosa d'essenzialmente proprio. — Le gote
assai colorite e lo sguardo sicuro e penetrante le davano un'aria
alcun poco maschile. Un non so che d'avventato e di fiero rivelava un
carattere forte ed una volontà decisa. — Non mentivano gli amici di
Maffiolo quando gli dicevano, che Agnese riuniva in sè i pregi dei
due sessi. E infatti il presagio s'andava ogni anno confermando. La
fanciulla aggiungeva ad una beltà sempre crescente una prontezza di
spirito ed una vigoria di membra non comuni al suo sesso. Sfuggiva
volontieri alla vigilanza della sua governante: ne' giochi non
isdegnava associarsi ai fanciulli coetanei; onde, spregiate le bambole,
sovente pigliava spasso alle infantili finzioni di opere vigorose
ed ardite. In ogni esercizio del corpo, essa non era meno snella
nè meno audace de' suoi compagni. Le gonne non le davano impaccio a
correre ed a saltare; seguiva sempre i più audaci, e faceva coraggio
ai più timidi. Se qualche volta la sua storditaggine le fruttava una
caduta, oppure qualche graffiatura o ferita, sapeva nascondere a tutti
l'inconsideratezza e il castigo, e dissimulava il dolore ed il sangue
con una forza d'animo superiore alla sua età.
Quando poi era sola o rifinita di forze, piuttosto che rimettersi in
balía della governante, amava introdursi nello studio del padre ed
assistere alle sue letture. Ci è lecito dubitare che ne comprendesse
per intero il senso: forse le bastava di connetterlo a modo suo dietro
qualche frase o parola meglio intesa; forse anche si compiaceva
soltanto di gustare la tuonante magniloquenza de' dialettici, o
l'armonia dei poeti provenzali.
Ma quando poi udiva ripetere in iscorrevole vulgare le storie di
magnanime gesta, d'imprese generose, oh con quant'anima ella vi
pigliava parte! Come era commossa al sentir narrare le sciagure della
gente virtuosa; come s'irritava alla consueta tirannia de' potenti; con
quanta sospensione d'animo attendeva lo scioglimento del racconto; e se
vedeva premiato il buono, e punito il malvagio, oh come le sgorgavano
libere e soavi le lacrime!..
Questo ritorno alla squisitezza de' sentimenti muliebri non era frutto
soltanto di una fantasia fervida e subitanea. — Le impressioni ricevute
dalla lettura o dai racconti duravano in lei il tempo necessario a
toglierle il riposo, ad interdirle le solite ricreazioni, a renderla,
lunghe ore, intieri giorni, impensierita e silenziosa. Gli accessi di
sensibilità non si restringevano ad un cruccio intimo ed infecondo di
buone opere; poichè a temprare lo strazio, cagionatole dal male altrui,
usava dell'unico ed infallibile rimedio: quello d'alleviarli con quanti
mezzi fossero in poter suo. E siccome non sempre giungeva a recar
consolazione a chi le aveva cagionato dolore, pagava il suo debito di
carità verso la sventura ovunque ella fosse, dove prima l'incontrasse.
— La fanciulletta aveva, nell'ingenuo suo linguaggio, parole di
conforto per tutti: la sua era l'eloquenza, che conosce le vie del
cuore; quella che tempera i mali altrui col dar certezza d'averli
almanco compresi, col ridestare la speranza in chi soffre; alla peggio,
coll'associarsi a lui nella preghiera e nel pianto. Alla miseria
positiva e materiale soleva offrire più facile ed adequato soccorso;
si spogliava con spensierata prodigalità di quanto era suo proprio,
per fino de' più cari oggetti, de' più vagheggiati giojelli; taciamo
delle molte volte, che divideva col povero, non veduta da alcuno, la
refezione ed il pane.
Queste erano le sue gioje delle ore tranquille. — La solita pompa di
trastulli, d'ornamenti, di vezzi, le tante inezie, sì care all'età sua
ed al suo sesso, non erano cose per lei. — Ristorato l'animo con una
buona azione, Agnesina tornava ad essere la storditella di prima.
Poco o nulla aveva ad operare l'educazione sul suo cuore, poichè esso
era ottimo; ed ogni studio doveva riporsi a conservarlo tale. Quanto
a domare alcun poco l'inconsideratezza del suo carattere, meglio
ch'altro, valeva il crescere nell'età. Sui dieci anni, infatti, ella
aveva perduto pressochè interamente quel fare baldo ed irrequieto, sì
disdicevole ad una fanciulla; ai dodici, era divenuta tanto composta e
riservata da essere modello alle compagne. — Ma il suo cuore era sempre
lo stesso: anzi quell'imbrigliare ogni sua libera manifestazione, non
faceva che infervorarne vieppiù i sentimenti, e renderne più validi e
durevoli gli slanci.
Meno facilmente essa giungeva a contenere, entro gli angusti confini
della feminile cultura di que' poveri tempi, la sua sete di cognizioni;
la quale era in lei fatta più imperiosa dal non comune accoppiamento
di un intelletto maschio, e di una fantasia vaporosa ed effrenata.
— La smania di vivere fuori del mondo reale, nelle vicende vere o
sognate degli eroi e de' cavalieri, aveva fino ad una certa età trovato
pascolo nelle narrative delle fantesche; ma ben presto il loro corredo
di panzane s'era esaurito, ed i racconti riescivano stucchevoli e
scolorate ripetizioni.
Per servire al suo ardente desiderio, con una rara prontezza si fece
esperta nel leggere, dote rara a que' tempi, nelle donne sopratutto;
l'intelletto suo, senza gravi studj, le aperse la via a comprendere le
fatte letture, e la feminile astuzia le insegnò l'arte di procurarsi
un pascolo allo spirito, anche fuor di quello che il padre con rigida
parsimonia, dopo aver scelto e vagliato, le concedeva per passatempo.