Agnesina, sempre pietosa verso i poverelli, poteva forse non esserla
con questi miseri rivenduglioli di dotte inezie, ogni qual volta, a
caso od attirati dalla fama delle sue beneficenze, si presentavano
al castello di Campomorto, preludiando qualche canto d'amore? La
fanciulla invero li prediligeva; ma la sua pietà non era scevra
affatto d'interesse; da loro aveva conosciuto ed appreso molte canzoni
provenzali; e, siccome l'ospitalità di Campomorto era passata in
proverbio, i menestrelli s'ingegnavano di rendersi sempre più accetti
alla bella protettrice, facendo raccolta di cose nuove per poi cantarle
al suo cospetto, o traducendo in iscritto le vecchie e più celebri
canzoni, ed offrendole, ginocchio a terra, alla nobile castellana.
A questo modo Agnesina aveva conosciuto le poesie di Piero delle Vigne,
edite alla corte di Sicilia un secolo avanti quelle dell'Alighieri, e
condite di così soave dolcezza, che non sembran primizie, per solito
agresti, ma frutti colti a perfetta maturanza. Conosceva per tal mezzo
le flebili querimonie di Nina poetessa sicula e di Dante da Majano,
che amoreggiarono sconosciuti di persona; quella dimorando in Palermo,
questi a Firenze; d'altro non nutrendo i loro affetti, che di rime
e d'aspirazioni. Possedeva a memoria i versi di Guido Guinicelli
bolognese, che fu padre e maestro di quanti
“Rime d'amore usâr dolci e leggiadre„[4]
e le amorose canzoni di Cino da Pistoja, indirizzate alla bellissima
Selvaggia, e quelle più ancora gentili del Petrarca alla tanto celebre
Avignonese.
Ma troppo non si dilettava di quella poesia leziosa e ciarliera, che
ha soltanto per iscopo di far vibrare le corde sonore di una lingua
armonica, non lasciando del resto in fondo al cuore di chi legge, che
un senso di mesta vacuità, che toglie ogni nerbo, ed esala in inutili
sospiri. — Aveva letto il _Dittamondo_ di Fazio
degli Uberti, non tanto per ammirare l'ingegno dell'autore, quanto per
accusarlo di plagio e di fallito scopo; e più ancora per deplorare la
bassa adulazione, con che lisciava le nequizie de' grandi, vendendo
la sua penna alla vigliacca protezione di un mecenate. Piacevale
all'incontro Fra Guittone d'Arezzo, l'inventore della scala diatonica,
ancorchè dai critici fosse tassato d'aver fatto uso d'uno stile
barbaro, perchè ravvisava in lui l'uom dotto, cui la poesia non è
gioco di parole, ma espressione libera ed ardita di nobili sentimenti;
e ricordando come egli deponesse il pacifico sajo per imbrandire
la spada, ammirava più che altro quelle franche parole, colle quali
il frate guerriero commendava una disciplina, che non vuol digiuni,
cilicii e povertà, ma impone a' suoi discepoli di “odiare e fuggire
il vizio, di amare e seguire la virtù; e di rendersi degno di quella
nobiltà nemica del far villania ad alcuno, amica del valore, della
verità e della sapienza[5]„.
Le opere di questi eletti ingegni la ricreavano; ma la trilogia
dell'Alighieri la riempiva d'una ammirazione e d'un estasi, che a
quando a quando assumeva la forza di un terrore grave e religioso.
Sollevandosi collo spirito nelle regioni sconosciute, dove si svolge
il gran mistero della vita futura, trovava il più gradito alimento
alla fantasia ed al cuore: quella ardentissima di cose meravigliose
e terribili, questo temprato a' vigorosi sentimenti, a gentili
corrispondenze d'affetto, al più nobile sdegno d'ogni vile azione. —
In quel mistico pellegrinaggio correva una via d'orrori e di dolcezze
sempre ed egualmente sublimi. Fremeva alla terribile vista delle bolge:
s'inteneriva alle patetiche note di Francesca, d'Ugolino, di Sordello;
e si sentiva inondata da un'ineffabile serenità, levandosi fra i cori
delle anime elette, che beveano l'immortale beatitudine in un oceano di
luce, fino a vedere il sorriso di Beatrice,
.... che si facea corona
Riflettendo da sè gli eterni rai.[6]
Agnesina, non estranea alle dotte chiose de' contemporanei, esperta dei
dolori e delle speranze onde fu tessuta la esistenza dell'altissimo
poeta, potè in parte penetrare e comprendere il mistico senso delle
sue parole. — Sentiva pertanto come fossero nobili e giusti i suoi
sdegni, e trovava nella storia della sua vita la ragione evidente
d'ogni sua querela. — Porgeva quindi un tributo d'ammirazione al grande
poeta italiano; ma non ammirava meno in lui il soldato di Campaldino
e di Pisa, l'orrevole ambasciatore di Firenze, e l'esule minacciato
del rogo, che, dopo aver provato come sa di sale il pane altrui,
muore lontano dalla sua città, ucciso ma non vinto dalle sciagure. Di
fanciulle però, che come Agnesina giungessero a tanto, non ve n'erano
molte. — Abbiamo noi ragione di credere, che oggidì coll'attuale
civiltà, ve ne sia un numero maggiore?
Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna?
Quella sì arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarità
colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le più deboli
intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per
cieca ammirazione di quanto è antico, meno ancora per vaghezza di
professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato
buono. — Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il
campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e
l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza. — Oggi la mente di chi
studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda,
li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a
scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicità delle sue operazioni,
spesso è costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le
apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione
del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani
ingegni, che spinge i più arditi a far guerra a quello appunto che
men si conosce. — L'educazione è pertanto una corsa alla sfuggita. Si
può conoscere un paese, poichè se ne attraversarono colla rapidità del
fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone
e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco
visitato a dovere.
Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare
l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla
alla nostra generazione, quasi fonte di moralità, come pretendesi da
alcuni. Ancorchè tale argomento sia del tutto estraneo al proposito,
poichè vi ci sono ingolfato senza saperlo, dirò che ogni uomo ha il
dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto
di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di
offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha
il suo più alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perchè
il genio vi può essere nascosto, ed una scoperta fortunata può pagare
mille e mille inutili ricerche. L'oro ed il diamante s'occulterebbero
eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi,
rimovendo il limo e la terra. — Solo mi pare, che in quest'epoca, in
cui le più profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni
forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire,
che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie,
a danno de' frutti, che con più savia cultura potrebbero offrire a
tempo opportuno ed a vantaggio universale.