IX.

Agnesina, sempre pietosa verso i poverelli, poteva forse non esserla

con questi miseri rivenduglioli di dotte inezie, ogni qual volta, a

caso od attirati dalla fama delle sue beneficenze, si presentavano

al castello di Campomorto, preludiando qualche canto d'amore? La

fanciulla invero li prediligeva; ma la sua pietà non era scevra

affatto d'interesse; da loro aveva conosciuto ed appreso molte canzoni

provenzali; e, siccome l'ospitalità di Campomorto era passata in

proverbio, i menestrelli s'ingegnavano di rendersi sempre più accetti

alla bella protettrice, facendo raccolta di cose nuove per poi cantarle

al suo cospetto, o traducendo in iscritto le vecchie e più celebri

canzoni, ed offrendole, ginocchio a terra, alla nobile castellana.

A questo modo Agnesina aveva conosciuto le poesie di Piero delle Vigne,

edite alla corte di Sicilia un secolo avanti quelle dell'Alighieri, e

condite di così soave dolcezza, che non sembran primizie, per solito

agresti, ma frutti colti a perfetta maturanza. Conosceva per tal mezzo

le flebili querimonie di Nina poetessa sicula e di Dante da Majano,

che amoreggiarono sconosciuti di persona; quella dimorando in Palermo,

questi a Firenze; d'altro non nutrendo i loro affetti, che di rime

e d'aspirazioni. Possedeva a memoria i versi di Guido Guinicelli

bolognese, che fu padre e maestro di quanti

“Rime d'amore usâr dolci e leggiadre„[4]

e le amorose canzoni di Cino da Pistoja, indirizzate alla bellissima

Selvaggia, e quelle più ancora gentili del Petrarca alla tanto celebre

Avignonese.

Ma troppo non si dilettava di quella poesia leziosa e ciarliera, che

ha soltanto per iscopo di far vibrare le corde sonore di una lingua

armonica, non lasciando del resto in fondo al cuore di chi legge, che

un senso di mesta vacuità, che toglie ogni nerbo, ed esala in inutili

sospiri. — Aveva letto il _Dittamondo_ di Fazio

degli Uberti, non tanto per ammirare l'ingegno dell'autore, quanto per

accusarlo di plagio e di fallito scopo; e più ancora per deplorare la

bassa adulazione, con che lisciava le nequizie de' grandi, vendendo

la sua penna alla vigliacca protezione di un mecenate. Piacevale

all'incontro Fra Guittone d'Arezzo, l'inventore della scala diatonica,

ancorchè dai critici fosse tassato d'aver fatto uso d'uno stile

barbaro, perchè ravvisava in lui l'uom dotto, cui la poesia non è

gioco di parole, ma espressione libera ed ardita di nobili sentimenti;

e ricordando come egli deponesse il pacifico sajo per imbrandire

la spada, ammirava più che altro quelle franche parole, colle quali

il frate guerriero commendava una disciplina, che non vuol digiuni,

cilicii e povertà, ma impone a' suoi discepoli di “odiare e fuggire

il vizio, di amare e seguire la virtù; e di rendersi degno di quella

nobiltà nemica del far villania ad alcuno, amica del valore, della

verità e della sapienza[5]„.

Le opere di questi eletti ingegni la ricreavano; ma la trilogia

dell'Alighieri la riempiva d'una ammirazione e d'un estasi, che a

quando a quando assumeva la forza di un terrore grave e religioso.

Sollevandosi collo spirito nelle regioni sconosciute, dove si svolge

il gran mistero della vita futura, trovava il più gradito alimento

alla fantasia ed al cuore: quella ardentissima di cose meravigliose

e terribili, questo temprato a' vigorosi sentimenti, a gentili

corrispondenze d'affetto, al più nobile sdegno d'ogni vile azione. —

In quel mistico pellegrinaggio correva una via d'orrori e di dolcezze

sempre ed egualmente sublimi. Fremeva alla terribile vista delle bolge:

s'inteneriva alle patetiche note di Francesca, d'Ugolino, di Sordello;

e si sentiva inondata da un'ineffabile serenità, levandosi fra i cori

delle anime elette, che beveano l'immortale beatitudine in un oceano di

luce, fino a vedere il sorriso di Beatrice,

.... che si facea corona

Riflettendo da sè gli eterni rai.[6]

Agnesina, non estranea alle dotte chiose de' contemporanei, esperta dei

dolori e delle speranze onde fu tessuta la esistenza dell'altissimo

poeta, potè in parte penetrare e comprendere il mistico senso delle

sue parole. — Sentiva pertanto come fossero nobili e giusti i suoi

sdegni, e trovava nella storia della sua vita la ragione evidente

d'ogni sua querela. — Porgeva quindi un tributo d'ammirazione al grande

poeta italiano; ma non ammirava meno in lui il soldato di Campaldino

e di Pisa, l'orrevole ambasciatore di Firenze, e l'esule minacciato

del rogo, che, dopo aver provato come sa di sale il pane altrui,

muore lontano dalla sua città, ucciso ma non vinto dalle sciagure. Di

fanciulle però, che come Agnesina giungessero a tanto, non ve n'erano

molte. — Abbiamo noi ragione di credere, che oggidì coll'attuale

civiltà, ve ne sia un numero maggiore?

Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna?

Quella sì arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarità

colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le più deboli

intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per

cieca ammirazione di quanto è antico, meno ancora per vaghezza di

professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato

buono. — Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il

campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e

l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza. — Oggi la mente di chi

studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda,

li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a

scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicità delle sue operazioni,

spesso è costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le

apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione

del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani

ingegni, che spinge i più arditi a far guerra a quello appunto che

men si conosce. — L'educazione è pertanto una corsa alla sfuggita. Si

può conoscere un paese, poichè se ne attraversarono colla rapidità del

fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone

e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco

visitato a dovere.

Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare

l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla

alla nostra generazione, quasi fonte di moralità, come pretendesi da

alcuni. Ancorchè tale argomento sia del tutto estraneo al proposito,

poichè vi ci sono ingolfato senza saperlo, dirò che ogni uomo ha il

dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto

di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di

offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha

il suo più alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perchè

il genio vi può essere nascosto, ed una scoperta fortunata può pagare

mille e mille inutili ricerche. L'oro ed il diamante s'occulterebbero

eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi,

rimovendo il limo e la terra. — Solo mi pare, che in quest'epoca, in

cui le più profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni

forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire,

che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie,

a danno de' frutti, che con più savia cultura potrebbero offrire a

tempo opportuno ed a vantaggio universale.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 22 / 111 题