Anche in mezzo al trambusto delle fazioni e fra l'attrito di una vita
civile esercitata in publico ed allo scoperto, il governo del Comune
milanese, mite e provido rispetto ai tempi, attendeva all'ordinamento
delle sue leggi.
Fino al secolo duodecimo erano leggi le consuetudini patrie sancite
dalla sapienza de' nostri maggiori, convalidate dal tempo e dall'uso,
ed aventi forza obligatoria per tutti. A questo modo l'autorità della
legge era fondata sul vero spirito di essa, potendosi dire, a rigor di
parola, essere la volontà dei più l'árbitra della republica.
Legislatori erano i capi di famiglia. — La pratica di un'arte,
l'onorato esercizio di un'industria, e financo, quale testimonio di
matura esperienza, la sola canizie quand'essa è incontaminata, erano
titoli ad eleggere, o ad essere eletti rappresentanti del popolo. La
_malliola_, tavola metallica somigliante allo scudo dei Celti, che
percosso da un martello rendeva un suono stridente, li chiamava a
raccolta; poichè in allora le campane erano un oggetto di lusso, e le
lettere d'avviso non sarebbero state comprese da quella buona gente, la
più parte illetterata.
La publica piazza, di cui talvolta un lato soleva coltivarsi ad ajuole
(come lo attesta il nome di broletto), era il luogo di convegno; ed
uno sgabello ricinto da una balaustra costituiva la _parlera_, ossia la
tribuna degli oratori.
Ma la legislazione, che emanava da un tale sistema, semplice nel
suo concetto come gli uomini d'allora, diveniva nella applicazione
farraginosa e poco maneggevole: perocchè mancando le disposizioni
generali e sommarie, che provedono al più gran numero di casi,
reggevansi i singoli a norma dei tempi e delle circostanze. Erano miste
colle buone consuetudini le meno buone; alcune venivano esautorate
da un condannevole disuso; altre, perdurando ancorchè inutili,
paralizzavano e rendevano inefficaci le necessarie. — Vero è, che
quella grande famiglia viveva in una specie di stazionarietà morale;
ma questa era più apparente che reale. Il mondo a passi lentissimi,
compiva pur sempre nelle indispensabili sue fluttuazioni un piccolo
movimento verso la civiltà, la quale, proscrivendo a lungo andare le
viete costumanze, creava nuovi bisogni. Infine tutte queste leggi,
le necessarie come le superflue, le stabili e le transitorie, le
politiche e le economiche erano sparse e confuse; taluna scritta fuor
d'ordine, tal altra perfino non registrata in alcun documento publico,
e raccomandata soltanto alla memoria di chi doveva farla osservare.
Non è a dire che in quella mole di decreti e di leggi non vi fosse
del buono; ve n'era e molto, fatta ragione ai tempi: ma quel tanto
andava confuso tra il superfluo e l'improvido, non come il grano prima
di essere svestito e vagliato, che pur sempre è grano; ma come l'oro
natío ammalgamato col terriccio, che pare materia vile, finchè non è
sottoposto agli argomenti dell'assaggiatore.
Il novarese Brunasio Porca, assunto alla podesteria di Milano nel
1216, fu il primo che avvisasse a raccogliere le consuetudini del
Comune in un corpo di leggi. Chiamò egli a sè alcuni fra i più discreti
personaggi della città, e li invitò ad occuparsi con giurato zelo
di tale officio. — La compilazione fu condotta a termine con grande
studio: ma solo molti anni più tardi la città nostra ebbe il primo
suo codice, diviso in 18 rubriche e riconosciuto sotto il nome di
_Statuti_. Per essi fu determinato la spettanza di ciascun magistrato.
Il podestà, investito del potere esecutivo, doveva vegliare all'esatto
adempimento delle leggi; ma non poteva nè alterarle, nè in caso di
dubio applicarle senza l'approvazione delle _credenze_. Stabilivasi di
quali membri, e di quanti, doveva comporsi ogni credenza, variandone
il numero e l'importanza a seconda della questione cui era chiamata a
definire. Affidavasi infine ad una speciale magistratura il sindacato
della gestione dei podestà, de' Consigli e degli officiali della
republica. — La prima promulgazione degli Statuti fu fatta solennemente
dalla loggia degli Osii nel 1251, essendo podestà Giovan Enrico da
Ripa.
Ma le leggi non possono essere immutabili in una società, che
s'avvia al suo incivilimento. Gli statuti perciò apparvero ben presto
incompleti; nuove leggi si dovettero emanare, onde riempirne le lacune;
e intanto queste aggiunte, volute dalla necessità, ingrossavano ad ogni
istante, e creavano gli antichi imbarazzi.
Solo un secolo dopo, nel 1348, Luchino Visconti affidò ad un collegio
di sapienti la nuova compilazione degli statuti. — Componevasi quel
collegio di _giurisperiti_ e di _morum periti_: dotti i primi, gli
altri gente onesta ed esperta. Appartenevano ai primi, per dir di
alcuno, un Leone Dugnani ed un Manfredo Serizoni, personaggi già
cospicui per avere onorevolmente trattata la pace fra i milanesi e la
corte d'Avignone; gli altri erano cittadini estranei alle cavillazioni
del foro, ma in quella vece esperti degli usi del paese e bene accetti
ad ogni ordine di persone.
Con poche varianti furono gli statuti riordinati e messi in pieno
vigore nel 1396 durante il governo del primo duca, e ressero inalterati
il nostro paese finchè divenne provincia di Spagna. — La Spagna,
che imprese a civilizzare il nuovo mondo col ferro, riportò da esso,
co' tanti milioni in oro ed argento, una tristissima esperienza di
governare i soggetti. Ripudiate le antiche violenze, che cangiano i
popoli conquistati in altretanti nemici e tengono vive le speranze
della rivincita, divisò d'abbatterli, spegnendo in essi ogni sentimento
patrio, ogni coscienza de' proprj diritti. Arrivò a questa meta per
varie vie, e con diverse arti; nè ultima tra esse fu per noi quella
d'infirmare e d'abolire gli statuti patrii, per sostituirvi le sue
_nuove costituzioni_, ammasso incóndito di leggi strane ed improvide,
che partorirono forse più funesti effetti delle catene e dei supplizj.
Ho fatto cenno dell'origine della nostra legislazione come per
incidente, condotto a ciò dalla circostanza che nelle varie fasi di
essa ebbe sempre parte alcuno della famiglia, di cui è discorso. —
Ne valga un esempio. — Nell'elenco de' più cospicui personaggi di
Milano fatto nell'anno 1277 da Marco de' Ciocchi, cancelliere della
curia, onde sottoporre alla scelta dell'arcivescovo tutte le persone
degne d'essere elette a rivedere e correggere gli statuti, troviamo
registrato il nome de' Mantegazzi.
Successivamente, in epoche prossime a quella cui risale la narrazione,
parecchi di questo casato ebbero posto distinto nella storia patria. Ne
citerò alcuni a compimento delle poche notizie, che ho raccolto intorno
ad esso.
Antoniolo Mantegazza fu tra i dodici questori l'anno 1409. Bertone
congiurò coi Baggi e coi Del-Maino contro il duca Giovanni Maria
Visconti, e lo ferì mentre attraversava i suoi appartamenti per
recarsi alla chiesa di S. Gottardo il giorno 16 maggio 1412. Giovanni
fu difensore della libertà del popolo l'anno 1447, durante la breve
e fortunosa republica ambrosiana. Nel 1518 quando Isidoro Isolani
pronunciò innanzi al Senato, agli ambasciatori ed al Lautrecht,
legato di Francesco I, un ampolloso discorso intorno alle vicende del
ducato di Milano, e ne portò alle stelle le glorie e gli eroi, nominò
tra questi i Mantegazzi. Altri di tal nome spettarono più tardi a
quell'insigne collegio di sapienti, di cui disse il Crescenzi. “Non
uscirono dalle academie d'Atene tanti filosofi legislatori, quanti
dal milanese collegio eminenti dottori; che se non hanno dato legge
agli imperi, hanno almen dato legge co' loro sensi alle leggi degli
imperatori[1]„.
Si dirà che queste notizie ci fanno deviar troppo dall'argomento. —
È vero; ma, nel chiederne scusa a chi legge, l'avvisiamo fin d'ora,
che quante volte ci verrà dato di scordare le private e minute vicende
per risalire alle publiche e più importanti, non mancheremo di farlo;
persuasi che il benevolo lettore, invece di accusarci d'aver violate
le leggi dell'arte, ci saprà grado d'avere per un momento posposto
l'accessorio al principale, il racconto alla storia.