Quando nacque Agnesina, la famiglia sua viveva affatto privatamente
in Milano. Tale abbandono delle publiche cure durava spontaneo da più
anni; dall'epoca, in cui l'avo della fanciulla (Boschino egli pure
di nome) aveva colle armi alla mano spento un resto di vitalità della
fazione torriana, suggellando col sangue de' suoi concittadini e col
suo il termine delle discordie intestine. — Questo fatto gli ebbe
aggiunto tale autorità, che incontrando egli un dì le soldatesche
imperiali ostilmente atteggiate presso la curia (Cordusio) le costrinse
a ringuainare le spade, già pronte a ferire gli inermi, colla sola sua
presenza e al patriotico grido di viva Galeazzo Visconti.
Ma dato giù il bollore di quella vittoria, alla stretta dei conti, ben
s'avvide che il frutto di essa era scarso ed amaro. — Pungevalo anzi
tutto il pensiero d'avere coll'opera sua cresciuta di troppo la potenza
dei Visconti a danno della libertà, e più ancora s'inaspriva all'idea
che gli amici cangiati in padroni erangli divenuti ingrati. — E in cuor
suo la sconoscenza di coloro, pe' quali aveva speso il sangue de' suoi
fratelli, era una piaga, che non aveva rimedio.
Ripose le armi, e abbandonò la città, giurando che egli e il figlio
suo non le avrebbero mai più imbrandite. Ritiratosi nella sua terra
di Campomorto, pose ogni studio a rassodarne il suolo, da lunga mano
intristito e selvatico; e, colla scorta delle dottrine agricole, edite
appunto allora ne' dodici libri di Piero de' Crescenzi bolognese, fece
rifiorire i campi, migliorò lo stato de' suoi coloni, e risvegliò
l'emulazione de' vicini. — Spedì il figlio Maffiolo all'Università
di Bologna, che allora era già in fiore; poi a Firenze; indi a Pisa,
dove erasi inaugurata una cattedra di commenti alla divina Comedia;
lo richiamò infine a Pavia, quando i dotti d'Insubria ivi convenuti
preconizzavano le glorie di quell'Università, che pochi anni dopo
veniva fondata ed arricchita dal secondo Galeazzo.
Maffiolo entrò nei disegni del padre, e li assecondò religiosamente.
Consacrandosi allo studio delle lettere e cooperando al loro
risorgimento, riescì utile alla patria, anche senza pigliar parte
alle troppo frequenti sue lotte. — Cercò ed ebbe cara l'amicizia dei
dotti; e, fissatosi di nuovo in Milano dopo la morte del padre, usò
famigliarmente col Petrarca, che alternava la sua dimora fra la città
ed il suburbano Linterno. Guidato da sì grande maestro, ripigliò con
maggior calore lo studio de' classici. Per avviso di lui, e colla sua
scorta, frugò nelle polverose pergamene de' chiostri, lesse, decifrò
gli antichi codici, e se non ebbe la fortuna di diseppellir tesori,
potè almeno vantarsi d'aver avuto parte nell'illustrare un brano delle
_questioni tusculane_, le quali, al dire del maestro, erano state sì
maltrattate dagli scrivani, da credere che riescirebbero cosa nuova
allo stesso loro autore. Fra i cinquanta copisti, che esistevano
a' suoi tempi in Milano, ei potè a buon dritto vantarsi d'essere il
principe, e ne diede prova riproducendo il Tesoro di Brunetto Latini
su candidi fogli usciti dalla cartiera di Pace da Fabiano, che poco
prima aveva tratto dalla Germania l'arte di fabricar carta di lini. Il
suo lavoro fu condotto a tal grado di correttezza e di perfezione da
svergognarne il Crotto da Bergamo, l'Aldo de' suoi tempi.
Maffiolo possedeva quanto può rendere felice un uomo. — In quel secolo
di continue violenze, di gare e di lotte incessanti, egli, tra i pochi
privilegiati, godeva la vera pace del cuore; non la pace noncurante
ed egoistica, che vive di sè, e si fa scudo co' proprj interessi alla
pietà de' mali altrui; ma quella vigile ed operosa, che scongiura il
male prevenendolo, che fa ravvisare le cose di quaggiù dal lato meno
tristo, che guida ad accomodarvisi senza pompa di rassegnazione. — Egli
era ricco: e, per la sobrietà de' suoi costumi più ricco de' suoi pari,
tesoreggiava su quanto altri chiamano necessità della vita, per essere
largo coi bisognosi. — La sua stessa dottrina riesciva tanto più atta
a crescergli stima, in quanto che era una potenza nuova e superiore:
e il vulgo ammira e venera ciò appunto che meno comprende. — Nè il
suo elevarsi fra i pochi dotati di una più vasta cultura di spirito,
lo rendeva schivo e difficile colla folla degli ignoranti; anzi,
rifuggendo dalle vuote dottrine, che evaporano in cavilli e scilomi,
cercava quella, che ha una pratica applicazione, e che lo rendeva utile
di consigli e d'opera a coloro, che ricorrevano a lui. — Lo studio dei
classici era la parte più riposata della sua esistenza; il nerbo di
essa consacrava a definire private querele, a comporle, a ravviare le
imprese più ardue, a proteggere gli oppressi ed i pusilli. — E, cosa
rara, seminando beneficii a piene mani, non si doleva (come avviene per
solito) di raccogliere ingratitudine; forse perchè soleva trattare con
tal classe che non isdegna riconoscere l'altrui superiorità; e, senza
forse, perchè, condotta a termine una buona azione, si gittava tosto e
tutto cuore in un'altra, senza aspettare o pretendere mercede qualunque
delle compiute.
Il cielo lo aveva giustamente premiato accordandogli la più bella, la
più saggia compagna in Gabriella degli Omodei, fanciulla milanese, che
accoppiava alla più squisita leggiadria del corpo quell'eletto profumo
di virtù, che si rassoda cogli anni, e prepara un largo compenso alle
fuggevoli attrattive della giovinezza. Troppo lungo e difficile sarebbe
il porgere un ritratto fedele di questa duplice beltà; quando essa
raggiunge l'ideale della perfezione, meglio è lasciarla indovinare,
che tentare di descriverla. — La virtù modesta non vuol troppa luce;
e l'inestimabile tesoro di dolcezze, che una sposa bella e virtuosa
reca in mezzo alla sua famiglia, è cosa che, se è ben compresa dagli
animi gentili, riesce sempre, a dispetto di ogni magistero di parole,
un enigma per chi incrudì il suo cuore nell'attrito delle passioni
vulgari, ed apprese a dubitare di ogni cosa, e sopra tutto d'ogni cosa
buona.
La prima fase di così felice unione fu, come l'aprile dei poeti,
fiori e speranze. — Entrambi facevano mille progetti per l'avvenire:
discutevano intorno alla sorte de' loro figli, come se ne avessero già
un subbisso: facevano i più dorati sogni sull'ineffabile felicità di
vedere ringiovinito e perpetuato il loro amore nell'amore della prole.
Ma ogni anno traeva seco una speranza delusa; e, benchè la privazione
non rallentasse menomamente i legami d'amore, il dubio fatale della
solitudine lasciava loro nel fondo del cuore un vuoto, che niun altro
affetto poteva riempire.
Passarono due lustri senza alcun mutamento. Maffiolo, nella speranza di
rendersi più propizio il cielo, ritrattò il voto, forse troppo severo,
di suo padre, e promise solennemente, che se avesse avuto un figlio
maschio, lo consacrerebbe alle armi. — Passato il governo di Milano
nella signoria de' Visconti, giurò di scordare gli antichi livori,
e di difendere la patria nella potenza de' suoi signori con quanto
avrebbe di più caro, la vita del proprio figliuolo. — E Gabriella?...
Stempravasi, poverina, in preci, in pie offerte, in ardere ceri
benedetti; nè tralasciava di consultare empirici ed indovini, per aver
rimedi e scongiuri contro la fatale sua sterilità.
Correva l'undecimo anno di matrimonio. Gabriella non era più la
giovane donna, dalle gote color di rosa, dalle labra sempre sorridenti,
dalle forme esili e pieghevoli. La leggiadria della sposa cedeva alla
bellezza della matrona; bellezza più maestosa e severa, quantunque
alcun poco sbattuta dal languore proprio alle donne defraudate delle
gioje materne. — Maffiolo non aveva contratto dall'assueta convivenza
la fatale freddezza sì facile in chi gode, di pieno diritto e
senz'ombre, un tesoro. — Egli trovava nella sua sposa gli stessi pregi;
anzi parevagli che la mansueta rassegnazione, a cui da qualche tempo
era composto il suo viso, gli crescesse soavità ed avvenenza.
Sedeva egli un giorno nel suo studio davanti ad uno stipo, e tutto
curvo sullo scannello, s'occupava a colorire il frontispizio di un
elegante libro liturgico ad imitazione di quelli, che aveva ammirato
presso i frati minori di Firenze, insigni in quest'arte. Era un
ricchissimo esemplare di caratteri gotici estremamente smilzi, dipinti
a varii colori e ripartiti con elegante artificio sur un lucido
foglio di cartapecora. La riga superiore, più majuscola e quadrata,
era colorita di vivacissimo minio, ed ogni contorno chiudevasi da
minute pagliette d'oro. Le altre variavano di tinte e di forma; l'una
pavonazza e d'argento, l'altra di schietto oltremare, l'ultima tutta
d'oro. A legare insieme quel quadro correvano in ogni senso i più
bizzarri ghirigori, che parevano gittati giù a caso; alcuni di essi,
appena visibili, legavano l'una lettera all'altra, altri gonfii e
sfogliati lasciavano sbucciare qua e là fiori e frutta di squisitissimo
lavoro. Una cornice, miniata alla stessa foggia, correva in giro alla
pagina; e ciascuno de' suoi membretti rinchiudeva differenti meandri
coloriti con pari vivezza ed armonia. Solo ai quattro angoli v'erano
spazii liberi, entro cui bamboleggiavano puttini, e svolazzavano bende
di vario colore in campo dorato. — Tutti questi ornamenti segnati
con alquanta aridezza mancavano di rotondità e rilievo; ma in cambio
brillavano per la soavità del disegno: scopo unico, a cui miravano a
que' giorni i ristoratori dell'arte.
Maffiolo, tutto occupato nell'imprimere un sorriso sul volto di
uno di quegli angioletti, e nello staccare l'oro arsiccio delle
chiome da quello del fondo, non s'accorse di una sorpresa, che gli
veniva preparata dietro le spalle. Gabriella a passi misurati e
leggieri entrava inavvertita nel gabinetto; e giunta fin presso allo
stipo, tendendo le braccia sopra la spalliera della sedia, imponeva
leggermente le mani sugli omeri dello sposo, mentre si curvava su di
lui, tanto che il suo volto gli giungesse all'orecchio, e gli impedisse
di volgersi e ravvisarla. — In questa postura gli sussurrava intanto
con voce sommessa alcune parole, che, per un tratto squisito di pudore,
non soffriva gli fossero lette in viso.
“Oh mille volte benedetto il Signore, sclamò Maffiolo, levandosi da
sedere, e sciogliendosi da quella stretta, per abbracciare alla sua
volta chi le annunciava la buona novella. Sposa mia, mia dolcissima
Gabriella, soggiungeva, compendiando in questo affettuoso vocativo
tutta la piena della sua tenerezza: tu dici il vero? il cielo ci ha
dunque esauditi? Non saremo più soli: non morrà il nostro nome con
noi?„ Poi staccandosi alcun poco da lei, e ponendole una mano sotto
il mento, tentava di fissarla negli occhi. Ma con ingenua ritrosìa
Gabriella facevagli violenza, evitando di incontrare i suoi sguardi,
vergognosa forse di non sapere esprimere la propria commozione
altrimenti che colle lacrime: quindi ella pure esclamava: “Oh
benedetto, mille volte benedetto il Signore.„
Il manoscritto, imaginatelo, non riescì a quella perfezione, cui pareva
avviato. Da quel dì, e per una lunga serie di giorni, invano si sforzò
Maffiolo di incatenare la sua mente sui consueti lavori. — La fantasia
correva sfrenata in un campo d'ipotesi l'una più ridente dell'altra;
il dabben uomo aveva obliato ogni sua diletta abitudine, fuor una: —
quella di far del bene quanto e a quanti poteva.