VI.

Quando nacque Agnesina, la famiglia sua viveva affatto privatamente

in Milano. Tale abbandono delle publiche cure durava spontaneo da più

anni; dall'epoca, in cui l'avo della fanciulla (Boschino egli pure

di nome) aveva colle armi alla mano spento un resto di vitalità della

fazione torriana, suggellando col sangue de' suoi concittadini e col

suo il termine delle discordie intestine. — Questo fatto gli ebbe

aggiunto tale autorità, che incontrando egli un dì le soldatesche

imperiali ostilmente atteggiate presso la curia (Cordusio) le costrinse

a ringuainare le spade, già pronte a ferire gli inermi, colla sola sua

presenza e al patriotico grido di viva Galeazzo Visconti.

Ma dato giù il bollore di quella vittoria, alla stretta dei conti, ben

s'avvide che il frutto di essa era scarso ed amaro. — Pungevalo anzi

tutto il pensiero d'avere coll'opera sua cresciuta di troppo la potenza

dei Visconti a danno della libertà, e più ancora s'inaspriva all'idea

che gli amici cangiati in padroni erangli divenuti ingrati. — E in cuor

suo la sconoscenza di coloro, pe' quali aveva speso il sangue de' suoi

fratelli, era una piaga, che non aveva rimedio.

Ripose le armi, e abbandonò la città, giurando che egli e il figlio

suo non le avrebbero mai più imbrandite. Ritiratosi nella sua terra

di Campomorto, pose ogni studio a rassodarne il suolo, da lunga mano

intristito e selvatico; e, colla scorta delle dottrine agricole, edite

appunto allora ne' dodici libri di Piero de' Crescenzi bolognese, fece

rifiorire i campi, migliorò lo stato de' suoi coloni, e risvegliò

l'emulazione de' vicini. — Spedì il figlio Maffiolo all'Università

di Bologna, che allora era già in fiore; poi a Firenze; indi a Pisa,

dove erasi inaugurata una cattedra di commenti alla divina Comedia;

lo richiamò infine a Pavia, quando i dotti d'Insubria ivi convenuti

preconizzavano le glorie di quell'Università, che pochi anni dopo

veniva fondata ed arricchita dal secondo Galeazzo.

Maffiolo entrò nei disegni del padre, e li assecondò religiosamente.

Consacrandosi allo studio delle lettere e cooperando al loro

risorgimento, riescì utile alla patria, anche senza pigliar parte

alle troppo frequenti sue lotte. — Cercò ed ebbe cara l'amicizia dei

dotti; e, fissatosi di nuovo in Milano dopo la morte del padre, usò

famigliarmente col Petrarca, che alternava la sua dimora fra la città

ed il suburbano Linterno. Guidato da sì grande maestro, ripigliò con

maggior calore lo studio de' classici. Per avviso di lui, e colla sua

scorta, frugò nelle polverose pergamene de' chiostri, lesse, decifrò

gli antichi codici, e se non ebbe la fortuna di diseppellir tesori,

potè almeno vantarsi d'aver avuto parte nell'illustrare un brano delle

_questioni tusculane_, le quali, al dire del maestro, erano state sì

maltrattate dagli scrivani, da credere che riescirebbero cosa nuova

allo stesso loro autore. Fra i cinquanta copisti, che esistevano

a' suoi tempi in Milano, ei potè a buon dritto vantarsi d'essere il

principe, e ne diede prova riproducendo il Tesoro di Brunetto Latini

su candidi fogli usciti dalla cartiera di Pace da Fabiano, che poco

prima aveva tratto dalla Germania l'arte di fabricar carta di lini. Il

suo lavoro fu condotto a tal grado di correttezza e di perfezione da

svergognarne il Crotto da Bergamo, l'Aldo de' suoi tempi.

Maffiolo possedeva quanto può rendere felice un uomo. — In quel secolo

di continue violenze, di gare e di lotte incessanti, egli, tra i pochi

privilegiati, godeva la vera pace del cuore; non la pace noncurante

ed egoistica, che vive di sè, e si fa scudo co' proprj interessi alla

pietà de' mali altrui; ma quella vigile ed operosa, che scongiura il

male prevenendolo, che fa ravvisare le cose di quaggiù dal lato meno

tristo, che guida ad accomodarvisi senza pompa di rassegnazione. — Egli

era ricco: e, per la sobrietà de' suoi costumi più ricco de' suoi pari,

tesoreggiava su quanto altri chiamano necessità della vita, per essere

largo coi bisognosi. — La sua stessa dottrina riesciva tanto più atta

a crescergli stima, in quanto che era una potenza nuova e superiore:

e il vulgo ammira e venera ciò appunto che meno comprende. — Nè il

suo elevarsi fra i pochi dotati di una più vasta cultura di spirito,

lo rendeva schivo e difficile colla folla degli ignoranti; anzi,

rifuggendo dalle vuote dottrine, che evaporano in cavilli e scilomi,

cercava quella, che ha una pratica applicazione, e che lo rendeva utile

di consigli e d'opera a coloro, che ricorrevano a lui. — Lo studio dei

classici era la parte più riposata della sua esistenza; il nerbo di

essa consacrava a definire private querele, a comporle, a ravviare le

imprese più ardue, a proteggere gli oppressi ed i pusilli. — E, cosa

rara, seminando beneficii a piene mani, non si doleva (come avviene per

solito) di raccogliere ingratitudine; forse perchè soleva trattare con

tal classe che non isdegna riconoscere l'altrui superiorità; e, senza

forse, perchè, condotta a termine una buona azione, si gittava tosto e

tutto cuore in un'altra, senza aspettare o pretendere mercede qualunque

delle compiute.

Il cielo lo aveva giustamente premiato accordandogli la più bella, la

più saggia compagna in Gabriella degli Omodei, fanciulla milanese, che

accoppiava alla più squisita leggiadria del corpo quell'eletto profumo

di virtù, che si rassoda cogli anni, e prepara un largo compenso alle

fuggevoli attrattive della giovinezza. Troppo lungo e difficile sarebbe

il porgere un ritratto fedele di questa duplice beltà; quando essa

raggiunge l'ideale della perfezione, meglio è lasciarla indovinare,

che tentare di descriverla. — La virtù modesta non vuol troppa luce;

e l'inestimabile tesoro di dolcezze, che una sposa bella e virtuosa

reca in mezzo alla sua famiglia, è cosa che, se è ben compresa dagli

animi gentili, riesce sempre, a dispetto di ogni magistero di parole,

un enigma per chi incrudì il suo cuore nell'attrito delle passioni

vulgari, ed apprese a dubitare di ogni cosa, e sopra tutto d'ogni cosa

buona.

La prima fase di così felice unione fu, come l'aprile dei poeti,

fiori e speranze. — Entrambi facevano mille progetti per l'avvenire:

discutevano intorno alla sorte de' loro figli, come se ne avessero già

un subbisso: facevano i più dorati sogni sull'ineffabile felicità di

vedere ringiovinito e perpetuato il loro amore nell'amore della prole.

Ma ogni anno traeva seco una speranza delusa; e, benchè la privazione

non rallentasse menomamente i legami d'amore, il dubio fatale della

solitudine lasciava loro nel fondo del cuore un vuoto, che niun altro

affetto poteva riempire.

Passarono due lustri senza alcun mutamento. Maffiolo, nella speranza di

rendersi più propizio il cielo, ritrattò il voto, forse troppo severo,

di suo padre, e promise solennemente, che se avesse avuto un figlio

maschio, lo consacrerebbe alle armi. — Passato il governo di Milano

nella signoria de' Visconti, giurò di scordare gli antichi livori,

e di difendere la patria nella potenza de' suoi signori con quanto

avrebbe di più caro, la vita del proprio figliuolo. — E Gabriella?...

Stempravasi, poverina, in preci, in pie offerte, in ardere ceri

benedetti; nè tralasciava di consultare empirici ed indovini, per aver

rimedi e scongiuri contro la fatale sua sterilità.

Correva l'undecimo anno di matrimonio. Gabriella non era più la

giovane donna, dalle gote color di rosa, dalle labra sempre sorridenti,

dalle forme esili e pieghevoli. La leggiadria della sposa cedeva alla

bellezza della matrona; bellezza più maestosa e severa, quantunque

alcun poco sbattuta dal languore proprio alle donne defraudate delle

gioje materne. — Maffiolo non aveva contratto dall'assueta convivenza

la fatale freddezza sì facile in chi gode, di pieno diritto e

senz'ombre, un tesoro. — Egli trovava nella sua sposa gli stessi pregi;

anzi parevagli che la mansueta rassegnazione, a cui da qualche tempo

era composto il suo viso, gli crescesse soavità ed avvenenza.

Sedeva egli un giorno nel suo studio davanti ad uno stipo, e tutto

curvo sullo scannello, s'occupava a colorire il frontispizio di un

elegante libro liturgico ad imitazione di quelli, che aveva ammirato

presso i frati minori di Firenze, insigni in quest'arte. Era un

ricchissimo esemplare di caratteri gotici estremamente smilzi, dipinti

a varii colori e ripartiti con elegante artificio sur un lucido

foglio di cartapecora. La riga superiore, più majuscola e quadrata,

era colorita di vivacissimo minio, ed ogni contorno chiudevasi da

minute pagliette d'oro. Le altre variavano di tinte e di forma; l'una

pavonazza e d'argento, l'altra di schietto oltremare, l'ultima tutta

d'oro. A legare insieme quel quadro correvano in ogni senso i più

bizzarri ghirigori, che parevano gittati giù a caso; alcuni di essi,

appena visibili, legavano l'una lettera all'altra, altri gonfii e

sfogliati lasciavano sbucciare qua e là fiori e frutta di squisitissimo

lavoro. Una cornice, miniata alla stessa foggia, correva in giro alla

pagina; e ciascuno de' suoi membretti rinchiudeva differenti meandri

coloriti con pari vivezza ed armonia. Solo ai quattro angoli v'erano

spazii liberi, entro cui bamboleggiavano puttini, e svolazzavano bende

di vario colore in campo dorato. — Tutti questi ornamenti segnati

con alquanta aridezza mancavano di rotondità e rilievo; ma in cambio

brillavano per la soavità del disegno: scopo unico, a cui miravano a

que' giorni i ristoratori dell'arte.

Maffiolo, tutto occupato nell'imprimere un sorriso sul volto di

uno di quegli angioletti, e nello staccare l'oro arsiccio delle

chiome da quello del fondo, non s'accorse di una sorpresa, che gli

veniva preparata dietro le spalle. Gabriella a passi misurati e

leggieri entrava inavvertita nel gabinetto; e giunta fin presso allo

stipo, tendendo le braccia sopra la spalliera della sedia, imponeva

leggermente le mani sugli omeri dello sposo, mentre si curvava su di

lui, tanto che il suo volto gli giungesse all'orecchio, e gli impedisse

di volgersi e ravvisarla. — In questa postura gli sussurrava intanto

con voce sommessa alcune parole, che, per un tratto squisito di pudore,

non soffriva gli fossero lette in viso.

“Oh mille volte benedetto il Signore, sclamò Maffiolo, levandosi da

sedere, e sciogliendosi da quella stretta, per abbracciare alla sua

volta chi le annunciava la buona novella. Sposa mia, mia dolcissima

Gabriella, soggiungeva, compendiando in questo affettuoso vocativo

tutta la piena della sua tenerezza: tu dici il vero? il cielo ci ha

dunque esauditi? Non saremo più soli: non morrà il nostro nome con

noi?„ Poi staccandosi alcun poco da lei, e ponendole una mano sotto

il mento, tentava di fissarla negli occhi. Ma con ingenua ritrosìa

Gabriella facevagli violenza, evitando di incontrare i suoi sguardi,

vergognosa forse di non sapere esprimere la propria commozione

altrimenti che colle lacrime: quindi ella pure esclamava: “Oh

benedetto, mille volte benedetto il Signore.„

Il manoscritto, imaginatelo, non riescì a quella perfezione, cui pareva

avviato. Da quel dì, e per una lunga serie di giorni, invano si sforzò

Maffiolo di incatenare la sua mente sui consueti lavori. — La fantasia

correva sfrenata in un campo d'ipotesi l'una più ridente dell'altra;

il dabben uomo aveva obliato ogni sua diletta abitudine, fuor una: —

quella di far del bene quanto e a quanti poteva.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 18 / 111 题