IV.

Prima di narrare come escisse la fanciulla da questo bivio, è

necessario dire chi ella fosse; se pure non fu già colpa, tacendolo

fino ad ora, l'aver chiuso la via al lettore di sciogliere da sè la

questione, e d'indovinarne la fine, coll'ajuto della storia.

Spettava Agnese alla famiglia de' Mantegazzi, nobile casato di Milano,

chiaro per sangue e per ricchezze, uno de' più illustri di Lombardia,

al tempo che essa si reggeva a popolo, vantando una serie di caldi

propugnatori delle patrie franchigie.

Narrano i Cronisti Arnolfo e Fiamma, che nel 983, dopo la morte di

Gotofredo, essendo stata conferita la dignità arcivescovile a Landolfo,

si destò grave corruccio tra il popolo, per l'insolenza e gli abusi di

quel prelato e della sua famiglia.

Benchè il dominio supremo della città e delle terre dipendenti

spettasse ai successori di Carlo Magno quali re d'Italia, i vescovi

ed i conti, come feudatarj, vi esercitavano un'influenza immediata

e quindi assai più efficace. Nel decimo secolo, morto Ottone II a

Benevento nella guerra contro Crescenzio e succedutogli a soli tre anni

Ottone III, l'arbitrio de' feudatarj e de' conti era giunto a tale

misura, che dire si potevano padroni assoluti, anzichè vicarii di un

principe lontano.

La giustizia stava pel popolo, sì mal governato da chi doveva essergli

modello di pietà e di pace; ma l'interesse (come avvien sempre) creava

de' parziali all'autorità ed alla potenza di chi sedeva in alto. Alle

parole di sdegno del popolo risposero le più odiose concussioni di chi

lo reggeva. — Riuscite vane le rimostranze, i malcontenti ruppero in

clamori sediziosi, indi in aperta rivolta.

In quell'epoca i governanti non possedevano tutti que' mezzi,

che valgono oggidì a sorreggere il potere contro la volontà di un

popolo mal governato. L'uomo valeva l'uomo: il ferro della malconcia

sbirraglia, che assiepava la persona del principe, non era meglio

temprato del ferro, di che s'armava il popolano. — L'esito d'ogni

contesa dipendeva più dal numero, che dall'impeto e dalla sagacia

de' combattenti. Si venne alle mani; e dopo vane avvisaglie toccò

all'arcivescovo una piena sconfitta, sì che a stento ebbe salva

la vita, ritirandosi dalla città co' fratelli e cogli amici, e

abbandonando alla discrezione de' vincitori il padre, che vecchio e

stremo di forze non si era condotto al campo.

L'arcivescovo Landolfo dopo la rotta si diede con ogni potere

a raggranellare forze per riavere la sede perduta. Stipendiò

raccogliticci, largheggiò agli avventurieri le rendite della sua

chiesa, e con un esercito abbastanza poderoso si fece incontro ai

Milanesi nel campo di Carbonaria, sfidandoli a battaglia. Ma anche qui

la sorte gli fu avversa; e per la seconda volta dovè ritirarsi davanti

all'irrompente foga del popolo.

In questa battaglia, oltre a un gran numero di prodi, periva

miseramente un tal Tanzino de' Borri, riputato il fiore de' cavalieri

milanesi. Un suo famigliare o scudiero, accecato dal dolore di

tal perdita, rientrando in città, corse come forsennato al palazzo

dell'arcivescovo, e, non sapendo su chi sfogare la sua vendetta, uccise

Bonizone, vecchio capitano, padre dell'arcivescovo. — Questo scudiere

chiamavasi Mantegazzo; ed è da lui, dice il Fiamma, che ebbe origine la

famiglia di questo nome.

Altri storici, e fra questi il Giulini, non s'accomodano in niun modo a

tale racconto dei vecchi cronisti; credendo vituperoso, che una nobile

schiatta proceda da sorgente sì impura. — Ma poichè i posteri non hanno

merito delle virtù, nè colpa dei delitti degli avi, pare che non si

faccia torto alle successive generazioni nel ripetere questa istoria, e

nell'ammetterla come probabile, fin tanto almeno che non ci sia dato di

trarre in luce qualcosa di più degno o di meno incerto.

Checchè sia dell'origine di questa famiglia, è fuor di dubio, che

subito dopo il mille, essa era insigne e potente. Nella storia milanese

si fa parola di un Boschino Mantegazza condottiero d'armi del secolo

undecimo. Egli fu signore e patrono di una vasta terra, situata sul

confine dei contadi di Milano e Pavia, in vicinanza di Vidigulfo, resa

celebre da una sanguinosa battaglia seguita nel 1061 fra le popolazioni

delle due città: in essa fu tale la strage, che tutto il suolo rimase

coperto di cadaveri. — Da questo fatto quella terra, acquistò il nome

di Campomorto; e da Boschino ereditò la famiglia sua l'investitura

della medesima. — Il capitano milanese fece edificare un tempio votivo

sul campo della battaglia; e ad eterna testimonianza di sua vittoria

fondò ed arricchì con splendida dote un albergo pei pellegrini.

Giovanni suo figlio combattè giovinetto a Campomorto; e, scampato

prodigiosamente all'eccidio di quella giornata, coltivò per lunga serie

d'anni le arti della pace, e fu per equità e per senno tenuto in gran

conto presso i suoi concittadini. Fregiato del titolo di padre della

patria, venne eletto árbitro in varie contese civili, e nel 1123,

essendo giunto ad età quasi decrepita, definì e compose le scandalose

dissensioni tra le podestà clericali di Milano.

Tra i consoli della città nell'anno 1143 havvi un altro Giovanni

Mantegazza, che non sapremmo dire se fosse figlio o nipote del primo.

Tutti i decreti e le sentenze che si promulgarono durante la republica

milanese, emanavano dai consoli, che solevano apporre a tali atti nome

e suggello. — Ma a rendere meglio accetta la legge, quasi sempre ai

nomi de' consoli seguivano quelli di alcuni cospicui cittadini, che ne

avevano sorvegliate le deliberazioni, garantendo colla loro adesione

l'incolumità della republica. Quest'adunanza, che aveva un officio

consultivo e, a proprio dire, costituiva un senato, chiamavasi collegio

dei sapienti, o con altro nome _credenza_. Tra i membri di essa

riscontriamo nel 1156 un Guglielmo, nel 1170 un Ardicio ed un Algiso,

tutti della famiglia Mantegazza.

Un secolo più tardi, quando la libertà de' Milanesi era travagliata

dalle ire di parte fra Torriani e Visconti, a frenare la potenza

de' primi, che accarezzando le passioni del popolo erano saliti a

minacciosa grandezza, surse Ottone Visconti arcivescovo e capitano,

egualmente insigne. — Fra le sue imprese più segnalate, dirette ad

infiacchire la fazione avversa, è dagli storici singolarmente celebrata

la presa del castello di Seprio, dove Guido da Castiglione, parziale

de' Torriani, racchiudeva il nerbo della sua forza.

Ottone, raccolti all'uopo i valligiani d'Ossola, li armò di tutto

punto, ed inebriatili colla promessa di ricco bottino, li condusse la

notte del 28 marzo 1287 sotto le bastie di Seprio; mentre le scolte

torriane, infingardite da lunga tregua, s'abbandonavano al riposo.

Il numero e l'impeto degli assalitori e la rilasciata disciplina degli

assaliti decisero in brev'ora le sorti di questo fatto d'armi. — Le

porte del castello furono súbito abbattute; e le guardie nemiche,

calate le armi, rimisero nelle mani del vincitore le chiavi della

rocca. — Ottone diè libera uscita agli armati, e assecondando la

sospettosa gelosia del popolo milanese, comandò che venisse spianato

quel covile della tirannide, e ne proibì in perpetuo la riedificazione.

Questo avvenimento accresceva la potenza de' Visconti di quel tanto,

che era stato tolto a' Torriani; ma risvegliava ad un tempo contro

Ottone que' sospetti, che prima aveva egli suscitato contro i suoi

nemici. Imperocchè presso la maggior parte de' milanesi, a mantenere

le apparenze della libertà, aveva contribuito fin allora il fatale

equilibrio dei due emuli partiti.

La sorte, concedendo la vittoria ad Ottone, non solo non sciolse la

questione, ma non giunse tampoco ad assopirla. Gli amici de' Torriani

e de' Visconti parteggiavano per questi o per quelli a seconda degli

impulsi momentanei, e pigliando legge dall'interesse; ma il popolo, che

in cima ad ogni suo più caldo affetto, poneva quello della libertà,

consentaneo a sè, disertava di solito la causa del potente, per

accostarsi al partito del debole: giacchè dal vincitore poco poteva

sperare, tutto aveva a temere.

La sconfitta de' Torriani a Castel Seprio aveva dunque ristorato il

partito dei vinti. Gli sguardi de' popolani cangiavano punto di mira,

senza rendersi perciò meno sospettosi. Già si mormorava in Milano

contro la fortuna d'Ottone; ed i più ardenti cittadini pronunciavano

fuor d'ogni mistero parole sediziose.

Ottone pertanto ricorreva al solito mezzo de' potenti; la forza.

Lasciando che una gran parte di popolo arrovellasse in cuor suo, oppose

agli sdegni di esso tutto l'apparato delle sue armi. — Allora si vide

la città brulicare di sgherri istrutti a sciogliere le capannelle, a

frenare le discussioni, ad impedire i tumulti. Ogni porta della città

fornì alla signoria un drapello di 50 uomini guidati da un capitano;

ed è a quest'epoca, se prestiamo fede a Tristano Calco, ed al Corio,

che si instituì col nome di Provisione, una magistratura di dodici

individui, eletti ad ogni bimestre e sedenti nel Broletto vecchio,

per provedere in un coll'arcivescovo alla sicurezza della republica;

magistratura che, snaturata nelle varie fasi storiche di Lombardia,

conservò il suo nome fin presso a' nostri giorni.

La vigilanza del Visconti non fu soverchia. Quando la forza materiale

soffoca la parola, il pensiero matura in silenzio. — Chi tenta

uccidere un'idea, comprimendola in ogni sua spontanea manifestazione,

rassomiglia a colui che s'avvisa di togliere la vita ad un arbusto,

spiccandone i freschi germogli. Ei spesso non ottiene il suo

intento, anzi fa opera da buon cultore; poichè, sotto questo modo di

persecuzione, il virgulto rassoda la fibra, e, se nacque debole e mal

fermo, cresce poi vegeto e vigoroso.

Le cospirazioni allignano tra le strettezze ed il bujo; Ottone il

sapeva. Forzando ad un ingiusto silenzio il suo paese, previde che quel

ringojare inesaudite tante giuste aspirazioni avrebbe spinto il popolo

a tramare in segreto contro la sua autorità. — Non andò guari infatti,

ch'ei scoperse una imponente congiura. Un tal Ruggiero Damiani, preso

in sospetto di favorire il ripristinamento della fazione torriana,

venne imprigionato. Fermo da principio a respingere ogni accusa,

fu posto alla tortura; nè questa fallì al suo tristo scopo, perchè

l'infelice svelò tra i tormenti le fila di una vasta cospirazione, e

numerò, veri o falsi, i nomi de' suoi complici.

Troviamo ravvolto in quella congiura, anzi fra i principali autori

di essa, un Paolo de' Mantegazzi. — Meditò costui con Guido Cusani,

con un Cutica, un Maineri e un Bescapè di richiamare i della Torre

e di collegarsi col marchese di Monferrato. — Ottone, poichè, ebbe

conosciuti i suoi avversarj, cessò dal temerli, ancorchè numerosi e

potenti. Sventata la trama, fu pel suo secolo assai mite nel punirla.

Fiaccò il nemico col dividerlo ed impoverirlo: lasciò da banda i

supplicj che lasciano un postumo di livori e di vendette, e relegato il

Mantegazza in Bobbio, i suoi compagni in altre terre, usufruttò i beni

de' taglieggiati a pro dello stato.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 16 / 111 题