II.

Sul declinare di un bel giorno di primavera dell'anno 1383, una giovane

donna, l'abitatrice di quel casolare, tutta sola e profondamente

commossa, sedeva presso alla finestra, e meditava.

Nell'età delle speranze la poveretta pregustava l'amarezza del

disinganno, questa messe infallibile degli anni maturi. — Nessuna cosa

esteriore pareva occuparla. — L'occhio al pari del pensiero, dopo avere

brevemente errato sugli oggetti circostanti, ricadeva sopra sè stessa,

e da' suoi momentanei divagamenti ritornava più languido e sconfortato,

come se riportasse la conferma delle ragioni, che gli infondevano

un'insolita mestizia.

E pure lo spettacolo, che le si parava dinanzi, era lieto. Il cielo

splendido e terso, come è spesso fra noi ne' giorni di maggio, offriva

le più vaghe degradazioni di tinte, dal freddo azzurro al color

d'ambra infuocato. Qualche nuvoletta, rossa e vaporosa sulla parte più

elevata della volta celeste, porporina ed opaca presso l'orizzonte,

ne accresceva il brio e la trasparenza. E dove una striscia ardente

accennava il tramonto, vedevasi sorgere sublime e poderosa la cerchia

alpina irta di creste acute ed inviolate, degna corona di chi fu

regina del mondo: le nevi eterne, vivificate dalla scintilla del sole,

pigliavano l'aspetto di un baluardo di fuoco.

A' piè della catena de' monti, un'indefinibile zona di vapori

ravvolgeva nell'ombra le minori roccie delle prealpi, le amene

ondulazioni dei colli, le popolose borgate dell'alto piano e gli

interminabili campi della gran convalle accerchiati sul davanti da

foreste, che assumevano il verde proprio di una vegetazione recente e

rigogliosa, mano mano che si avvicinavano all'occhio del riguardante.

Sul ciglio del fiume le piante e le casupole da pescatori si

specchiavano capovolte nelle acque, ripetendone i contorni in un'ombra

tremula e prolungata.

Il Ticino era attraversato da quel ponte, tuttodì esistente, che

a quell'epoca reputavasi una meraviglia dell'arte. — Gli archi di

varia corda e di raggio diseguale reggevano un parapetto con colonne

destinate a sopportare una tettoja, che, appunt'allora, stavasi

compiendo. Ai capi di esso vedevansi due forti, e in varj punti

s'agitavano a stuolo manuali ed operaj affrettati al lavoro.

Maestose scendevano sotto di esso le acque del fiume, nere all'ombra

degli archi, argentine ove riflettevano i colori del cielo; qui

e qua popolate dai navigli de' commercianti, che dalla loro forma

s'accusavano esperti del mare, da battelli di pescatori ingombri

di reti e pettinelle, e da barchette di passaggieri. Le une lente e

affaticate risalivano la correntia a forza di braccia, o rimorchiate

da cavalli; le altre guizzavano a fior d'acqua colle prore taglienti,

sobbalzate da remi, oppure si lasciavano condurre in balía del fiume, e

scendevano con esso verso la sua foce. — E l'occhio poteva accompagnare

per lungo tratto le tortuosità di quella maestosa vena del commercio,

finchè da lungi rassomigliava allo strascico serpeggiante di una

matassa di fil d'argento.

Ma queste bellezze attraversavano la pupilla della riguardante senza

punto fissarvisi. L'animo di lei, per solito sensibile agli spettacoli

della natura, era preoccupato da più forti pensieri, e lasciava che i

sensi errassero, senza riposar su alcuno degli oggetti circostanti;

erale quindi impossibile che la mente si raccogliesse a pronunciare

un giudizio; impossibile del pari che il cuore vi rispondesse con un

palpito. — Quando l'animo è consapevole dello stato suo, addolorato o

lieto ch'ei sia, legge nella natura una parola che lo conforta o lo

compiange; trova almanco in essa un'amica che sorride o s'attrista

all'unisono con lui; ma quando si agita in una lotta, di cui non

prevede il fine, e non ha altra certezza fuor quella d'esser gioco d'un

amaro dubio, allora uno splendido apparato di prodigi divien cosa muta

ed impotente.

La povera donzella accusava la stanchezza del corpo. — Sedeva

mollemente accasciata su di uno scranno d'ebano ricoperto di velluto,

a spalliera alta, cui potevasi appoggiare il capo. Aveva le braccia

distese, non rigide, non cadenti, sostenute sulle ginocchia dalle mani

conserte; e tra le mani teneva il fiore della modestia, un bianco ed

odoroso mughetto. Al fiore volgeva ella frequenti sguardi; a quando a

quando se lo accostava alle nari per respirarne le fuggevoli fragranze;

forse anche per imprimere un bacio su quella corolla, che, sbucciando

il dì inanzi vicino a lei, era stata testimonio di benaugurati sorrisi.

Vestiva un abito di sciamito bruno, alla foggia viscontea, con corpetto

d'egual tessuto allacciato sul davanti da un nastrino di seta, che ne

avvicinava i margini nella parte più cava dell'imbusto, lasciandoli

discosti in alto, dove le forme del petto e delle spalle pigliavano

maggior rilievo. Da quest'ampio sparato, e tra la stretta delle

cordicelle, sfuggivano i piccoli rigonfii di un bianchissimo lino

pieghettato, molle a segno, che accusava ogni andamento delle purissime

forme. Le maniche strette disegnavano il braccio, e s'aprivano al

gomito per dar escita ad un vezzo di seta candida. Un cordone bruno e

bianco coi capi ornati di nappine d'argento le cingeva la vita smilza,

poi andava a perdersi tra le ampie pieghe della gonnella, i cui lembi

erano dalla luce radente segnati di un contorno vibrato e quasi bianco.

I suoi capelli eran bruni, e divisi dalla pura addrizzatura in due

trecce, che sparivano dietro l'orecchio, e ne riuscivano inanellate

fino a toccar l'omero. Riflettevasi in essi il color dell'aria

imprimendo lungo la curva de' parietali due lucide strisce divergenti;

e dietro la nuca cadevano libere alcune ciocche, che sembravano umide,

tanto erano voluttuosamente molli e pieghevoli. L'occhio grande,

nerissimo, velato da lunghe ciglia, era alquanto socchiuso, ma non

aveva perciò meno fuoco; lo sguardo, qualche volta subitaneo ed

imperioso, più spesso languido e mansueto, era sempre pieno di gioventù

e di vita. Sulle labra alquanto tumide e moderatamente vermiglie errava

un sospiro dilungato, che le componeva ad una grazia ineffabile.

— Descrivere in ogni sua parte quanto fosse vezzosa non è opera di

parole; anche il pennello sarebbe inetto all'assunto. Basterà il dire

che l'insieme di quel volto aggiungeva all'avvenenza ed alla gioventù

quell'incanto che nasce dall'accordo perfetto della fisonomia collo

stato dell'animo. — L'amarezza dell'ironia, lo sgomento di un dolore

improviso, il ribrezzo del disinganno traducono con segni visibili la

passione, ma scompongono l'armonia de' lineamenti, che è il secreto

d'ogni beltà; mentre la rassegnata sofferenza le aggiunge pregio, e

la rende ancor più soave, mescendo alla purezza della forma l'incanto

della virtù. — Quella fanciulla adunque, bella se gaja e sorridente,

sembrava ancor più bella or che s'era fatta malinconica e pensierosa.

Agnesina (tale era il suo nome) non vedeva più intorno a sè le pareti

di quella abitazione, che era divenuta la sua casa, dacchè non aveva

più parenti: quelle mura a lei sì care solo pochi dì inanzi, testimonii

discreti d'ogni sua azione, conscie de' suoi palpiti e delle sue gioje.

— Rade volte, durante il suo breve soggiorno, erasi tolta di là; ma al

rientrare in casa aveva sempre salutata la sua modesta cameretta come

un'amica, e le care inezie che vi si trovavano, come i depositarii di

altretante grate memorie. — Ora non più così — gli sguardi ricadevano

indifferenti su quelle suppellettili, che ella era solita assestare e

ripulire con tanta cura. Il liuto, lo stromento favorito delle donzelle

innamorate, da cui sapeva trarre le più patetiche melodie, pendeva

silenzioso alla muraglia. Dalla piccola biblioteca, composta di poemi e

di ballate, era stato tolto il suo prediletto canzoniere; ma questo le

stava accanto, aperto a caso, senza che l'occhio ricercasse quei versi

letti e ricantati altre volte con tanta passione.

V'ha delle creature d'una tempera così sciagurata, che non sanno aprire

il cuore a lieta realtà, e l'intendono solo a cose meste, povere anime,

che vestono un'eterna gramaglia, e, incredule d'ogni felicità, colgono

le spine, e sfiorano le rose. Ma la nostra fanciulla non era di queste;

noi lo vedremo tra breve.

Agnese, accorgendosi che il fiore languiva, rinvenne dall'estasi, e si

rialzò per immergerne lo stelo in un calice pieno d'acqua, posto sul

davanzale della finestra; poi lo sogguardò alquanto, quasi aspettasse

dal suo rinverdire il prezzo della pietosa cura che gli aveva

prodigato. — Ma nel rimettersi al posto, le sue mani s'avvilupparono

in un filo esilissimo di seta, che le cingeva il collo, e andava a

perdersi nelle pieghe della camicetta — In quel movimento ravvisò il

piccolo medaglione che eravi appeso. Il pensiero corse rapido ad esso;

riconobbe la persona ivi effigiata, e la salutò con un lampo improviso

di gioja — gli occhi e il volto ripigliarono l'obliata serenità, le

guance si tinsero d'un vivo incarnato; alla sua posa languida fe'

succedere un movimento pieno di vita, e schiuse involontariamente le

labra, sclamando “o mia buona madre„.

Poscia baciò quell'imagine con indicibile tenerezza.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 14 / 111 题