Nel fondo di un deserto chiassuolo, che mette capo alle mura di
Pavia, dove queste fanno argine al Ticino, esisteva nella seconda metà
del secolo XIV un casolare di sinistro aspetto, sul conto del quale
correvano le più bizzarre dicerie.
Sorgeva esso a due piani, da una base quadrilatera, in mezzo ad uno
sfasciume di macerie ivi deposte da gran tempo ed inerbate di musco e
d'ortiche. Cinto per tre lati da una spianata di terra mossa, guardava
pel quarto sulle mura, e vi aveva uscita per una porta colle imposte
corrose, ravvicinate da chiavistelli irruginiti.
Tale edificio, costrutto di bigia migliolite fin sopra la finestra
del piano terreno, era coperto pel resto di una rinzaffattura tutta
sgretolata. L'avresti detta una torre mozza, danneggiata più dalla
violenza degli uomini che non del tempo, cui erasi aggiunto un tetto
d'ardesia per destinarla ad abitazione d'alcuno. Dalle sue forme
robuste traspariva alcun che di ribaldo; rassomigliava ad un vecchio,
che, dal suo reggersi fermo e dal suo fare risoluto, lascia indovinare
essere egli stato a' suoi dì un prode.
La muraglia era qua e là sparsa di finestre, che più propriamente si
sarebbero chiamate feritoie, tanto erano alte e ristrette. Solo una
aprivasi più ampia verso le mura, e quella era contornata da un giro
di pietre disposte ad arco, entro cui due minori volte coincidevano
sull'àbaco di una esile colonna spirale. Grosse spranghe di ferro
attraversavano orizzontalmente ogni apertura, ed una grata egualmente
solida, ma meno inelegante, chiudeva dietro la colonna la finestra
superiore.
Se questo edificio sorgesse a' dì nostri, non s'avrebbe fatica ad
indovinarne l'origine; fors'anche qualche leggenda tradizionale ci
porrebbe sulla via di scoprirne e di tesserne la storia. — Ma lasciando
da banda le indagini inutili, v'ha quanto basta per classificarlo tra
gli avanzi di quelle bastite, entro cui nel medio evo si ricoverava la
prepotenza feudale; ridotti inaccessibili, di cui, più che altra città,
andava superba la cospicua sede dei re longobardi.
L'imaginosa credulità degli uomini d'allora correva al di là di questa
spiegazione, e ravvisando in quelle ruine abbandonate l'ignominiosa
decrepitezza attribuita alle fatucchiere, nutriva la credenza che
fossero opera d'arte diabolica; che fantasmi e spettri ivi convenissero
ogni notte a celebrare riti infami. — Nessuno osava quindi mettere
piede là dentro, e neppure avvicinarsi a quelle mura. E se taluno
era costretto a percorrere il sentiero vicino, vi si metteva di pieno
giorno, e passando biascicava delle preghiere, tenendo gli occhi sur
una croce di legno piantata sull'altro canto, a tutela di passaggeri,
per scongiurare la tregenda.
Nessuno perciò poteva di certa saputa riferire che vi fosse là dentro.
Si narrava che strani ed orribili castighi avessero colpiti gli audaci,
che in addietro vi erano penetrati. Ma se alcuno non ne era uscito
vivo, chi mai osava raccontare tante storie di demonj e di streghe, di
catene strascinate, e di flagelli fischianti? Chi ne aveva respirato
l'aria pregna di zolfo, chi aveva veduta quella luce più cupa delle
tenebre, quel lago di pece e di sangue, — un novero infinito di
laidezze e d'orrori?
La paura, come quell'arbusto che ha le radici all'aria e vive non si sa
come, trova appunto nel vuoto il suo alimento. Gli occhi e gli orecchi
di un pauroso vedono ed odono più grandi cose appunto quando si trovano
fra le tenebre e nel silenzio.
Certo è che quell'edificio non sembrava avere nè padrone nè abitatori.
Una miriade di ragnateli ne suggellava gli ingressi, la ruggine aveva
saldato il chiavaccio nelle rispettive anella. Il terreno tutt'intorno
era in preda ad una vera anarchía di erbe spontanee, vergini ed intatte
chi sa da quanti anni: il rúmice, l'appio selvatico ed il verbasco
crescevano vegeti e verdeggianti; in qualche parte i cerfuglioni degli
arbusti sembravano venire alla prese per disputarsi la padronanza
di un palmo di terra. — Un grosso tronco d'edera s'avvinchiava ad un
angolo della casa, e svoltosi in più rami ricopriva in varie parti le
crepature e lo smattonato; poi con bizzarro contorcimento ripioveva
sopra sè stesso, mascherando una piccola porta, ignota a tutti, dove
erano le tracce di un va e vieni recente.
Una sola di tante dicerie s'appoggiava ad un fatto certo. — Di notte
tempo i navalestri, rimorchiando i loro batelli, o vogando attraverso
il fiume per mettere a terra i passaggeri (poichè il magnifico
ponte non era ancora compito) vedevano un lume dietro la grata della
finestra, ed avvicinandosi alle mura udivano talvolta una voce limpida
e giovanile ripetere soavi melodie, cui il sommesso mormorare delle
acque ed il lontano strepito delle selve agitate dalla brezza notturna
aggiungevano incanto.
Ma questo fatto così semplice e naturale non calmava punto le
apprensioni dei creduli. — Quella luce era sinistra; quelle note
racchiudevano la potenza arcana di una fattucchieria; se pur non
venivano interpretate come lamenti di vittime, o canti di trionfo
d'un orgia infernale. — Non importa, che ci arrestiamo ad indagare la
cagione di questo pregiudizio. Ognuno ravvisa subito in esso la meno
strana delle tante superstizioni, che formano il tratto caratteristico
di quel secolo.
L'ignoranza d'allora (chi non lo sa?) non era soltanto la completa
nudità, l'inedia ed il torpore dello spirito; ma diventava una rete
d'errori, in cui incappavano tutte le menti; era una scienza audace,
petulante, infarcita di false dottrine, — sempre pronta a prestar fede
alle cose assurde, sempre ritrosa ad accettare le vere.
Lasciamo che un intera popolazione, in altre cose valida e generosa,
tremi davanti ad uno spauracchio da fanciulli. — Queste fantastiche
credenze sogliono essere la poesia della plebe primitiva, sempre amante
di cose meravigliose. Meglio è che ci proviamo a sollevare il velo che
ricopre un mistero.
L'interno del casolare era ben altra cosa. Due piccole stanzette a
terreno e due altre superiori, riunite per mezzo di porte e di una
scala, costituivano l'interno suo scompartimento. Pareva che fossero
state di recente svecchiate e ridotte a commoda abitazione. — Nelle
camere terrene eravi il corredo delle masserizie domestiche; nelle
superiori spirava una certa quale eleganza per la assettatura delle
muraglie e per la forma delle suppellettili. Dominava in queste e
in quelle lo stile già in uso ne' paesi nordici, che arrivato a noi
conservò il nome di gotico, ancorchè fosse corretto dal classico romano
non ancora vieto e disusato: stile più splendido che commodo, più
fantastico che bello, condannato dall'arte severa, e pure a quando a
quando ricondotto in trionfo dalla nemica d'ogni costanza, la moda.
Nella parte interna dell'edificio, cui apparteneva la finestra, che
abbiamo accennata, v'era un salotto quadrato a cupola ottangolare con
fondo azzurro cosparso di stelle d'oro, limitato da coste di pietra
scolpite a fogliami, e riunite in un rosone al vertice della volta.
Gli spicchi di questa, che scendevano nel mezzo delle quattro pareti,
s'appoggiavano a peducci sostenuti da mensole, e da queste rinascevano
altri quattro archi acuti, il cui profilo tagliava l'angolo retto
della camera, lasciando sotto di sè uno spazio triangolare capace di
un armadio. — Alla rozza finestra corrispondevano internamente solide
imposte colle cornici a rabeschi, e i piccoli vetri rotondi, su cui
piovevano drapelloni di stoffa. Una bazzana color di robbia dilavata
con meandri impressi, ricopriva la parete, lungo la quale erano
disposti in ordine seggioloni di vacchetta, fregiati di chiodi lucenti,
con appoggiatojo e cimasa ad intagli. — Sorgeva nel mezzo della camera
una tavola ottagona, e rinchiudevano gli spazj angolari opposti alla
finestra due scaffali con aperture ad arco acuto, e fregi smilzi e
leggiadri. Finalmente dal mezzo della volta scendeva una lucerna di
terra cotta, a tre luminelli, portata da catene di terso acciajo.
L'aspetto esteriore di quell'edificio era dunque un inganno. — L'ordine
e l'eleganza, che regnavano al di dentro, avrebbero rinfrancato anche
il più timido, appena osasse metter piede su quelle soglie.
Ma entr'esse si racchiudeva un secreto; il mistero era una necessità, e
l'altrui vigliaccheria tornava opportuna a custodirlo.