«Possa tu romperti il collo, maledetto pagano (disse tra sè il Foster

guardandogli dietro). Fa’ d’uopo nondimeno eseguire le sue istruzioni,

perchè trattiamo tutt’e due la medesima causa. Quanto poi a Giannina...

oh! ella metterà nelle mie mani le monete d’oro, e sia in una guisa,

sia nell’altra, le impiegherò al servigio di Dio. Finchè ne trovi

il modo, le custodirò a parte nel mio scrigno; altrimenti potrebbe

uscirne un vapor contagioso, che si diffonderebbe sulla mia Giannina.

Oh! questa fa di mestieri si conservi pura come uno spirito celeste,

se non altro, acciò preghi Dio per suo padre. E ben ho bisogno delle

sue orazioni, perchè sono ad assai brutto passo. Corrono sinistre voci

sulla mia maniera di vivere. Son visto con freddezza dai confratelli

della Congregazione. E quando il sig. Holdforth, nell’ultima sua

predica, paragonava gl’ipocriti ad un sepolcro imbiancato, la cui

cavità è piena d’ossa umane, pareva fissato sopra di me. Come sono

severi questi puritani!... Ma penserò.... Prima d’aprire lo scrigno,

andiamo a leggere per un’ora la Bibbia.»

Intanto Varney avea raggiunto il Conte che lo aspettava alla porta del

parco, d’onde uscì Tressiliano nel dì antecedente.

«Voi perdete il tempo, o Varney, il Conte gli disse, e gl’istanti

sono preziosi. Mi è d’uopo arrivare a Woodstock per mettere a basso

quest’abito di maschera, e sino a quel punto, voi lo sapete, non

viaggio senza pericolo.»

«Non è che una corsa di due ore, o Milord. Mi sono trattenuto brevi

momenti con Foster per eccitarlo a diligenze sempre maggiori, affinchè

non traspiri il nostro segreto, ed anche per chiedergli il ricapito

d’un uomo, che penso, o signore, di mettere al vostro servigio in vece

del licenziato Trevors.»

«E questi è tale che veramente mi convenga?»

«A quanto sembra, promette assai. Ma se voi voleste continuare senza

di me il vostro cammino, tornerei a Cumnor, per condurlo a Woodstock,

prima che siate uscito del letto.»

«Allora io dormo profondamente, il sapete. Basterà bene che facciate

trottare il vostro cavallo all’uopo di essere colà quando mi alzo.»

Pronunziate le quali parole dal Conte, Varney galoppò a briglia sciolta

verso Cumnor, tenendo la strada maestra per non ripassare in vicinanza

del parco. E sceso alla porta dell’_Orso nero_ chiese di parlare a

Michele Lambourne. Questo rispettabile nipote dell’ostiere non fece

aspettare il nuovo suo protettore, che anzi parea tenere l’orecchie

tese, come se ne indovinasse il vicino arrivo.

«Tu perdesti l’orme del compagno tuo Tressiliano, gli disse Varney, me

lo annunzia quella tua fisonomia di furfante. È questa la destrezza di

cui ti vantasti, impudente millantatore?»

«Oh! per la morte, disse il Lambourne, sfido chi abbia meglio seguite

le tracce di una volpe. Lo trovai che si riparò qui, in casa di mio

zio, l’ho veduto cenare, l’ho veduto entrare nella propria stanza, in

somma mi sono attaccato a lui come la sua ombra. Ma che volete? Prima

del giorno egli era partito, senza che lo avesse visto nessuno, e

nemmeno il mozzo di stalla.»

«Sarei tentato a credere, che tu ti avvisi ingannarmi; ma se vengo a

scoprirlo, sull’anima mia, te ne pentirai.»

«Non v’è cane, comunque buono, cui non vada talora fallita la preda.

Qual interesse aveva io di fare sparire costui? Domandatene conto a

Giles Gosling mio zio, ai suoi garzoni, al mozzo di stalla, a Cicily,

a tutta la casa, e vi convincerete, che nol perdei d’occhio un istante

in tutta la sera. Che diavolo! Dopo averlo veduto entrare nella sua

stanza, io non poteva collocarmivi a guisa d’un infermiere. Spero che

in ciò almeno mi farete ragione.»

Il Varney prese alcune informazioni dagli altri dell’osteria, e le

trovò conformi a quanto in propria discolpa gli disse il Lambourne;

e soprattutto ognuno fu concorde nell’accertare che Tressiliano era

partito di notte tempo senza avvertire nessuno.

«La giustizia però vuole che non si taccia una cosa, soggiunse

l’ostiere; ed è che ha lasciato sulla tavola quanto corrispondeva

all’importare del conto datogli, ed in oltre una mancia ai garzoni, la

qual cosa pareva tanto meno essenziale, che non ha dato, come sembra,

l’incomodo a nessuno di mettere la sella al suo cavallo.»

Convintosi che il Lambourne non lo aveva ingannato, il Varney entrò

nel proposito dei divisamenti fatti sopra di esso, incominciando dal

mostrarsi ragguagliato dal Foster, ch’egli, Lambourne, non sarebbe

stato avverso ad accettar servigio presso qualche signore.

«Siete mai stato alla Corte?» gli chiese il Varney.

«No, rispose l’altro, ma fin da quando aveva dieci anni, sognava una

volta per settimana di esservi e di far ivi fortuna.»

«Sarà colpa vostra se il vostro sogno non si verifica. Avete bisogno di

danaro?»

«Non ne ha mai troppo un galantuomo che ami passare giocondamente la

vita.»

«Questa risposta mi basta e la trovo assai onesta. Or ditemi: sapete

voi le qualità che si vogliono da chi è al servigio d’un cortigiano?»

«Credo: occhio aperto, bocca chiusa, mano pronta a tutto, acuto

ingegno, e coscienza intrepida?»

«E senza dubbio è gran tempo che la tua non patisce spaventi?»

«Non mi ricordo che ne abbia mai conosciuti. Nella mia prima giovinezza

parea qualche volta ch’ella volesse alzare la voce, ma il tumulto della

guerra la mise al dovere, e l’annegai del tutto nell’onde del mare

Atlantico.»

«Tu hai dunque servito nell’Indie?»

«Orientali e occidentali, per terra e per mare. Ho servito il

Portogallo e la Spagna, l’Olanda e la Francia, e per mio proprio conto,

ho fatto la guerra con una banda di brave persone che veleggiavano

sopra di un brigantino, e che al di là della linea non erano in pace

con nessuno.»

«Va bene. Tu puoi renderti utile a Milord ed a me. Ma bada ve’! perchè

son pratico del mondo. Ti comprometti tu di servire con fedeltà?»

«Se non foste pratico del mondo, dovrei rispondervi di sì senza

esitare, e giurarlo sulla mia vita e sul mio onore; ma poichè vedo

che l’_Onor vostro_ desidera una risposta dettata piuttosto dalla

verità che dalla politica, vi risponderò che posso esservi fedele

fino a’ piedi d’un patibolo, e fino al nodo corsoio di quella tal

cordicella..... quando però io sia ben trattato, e ben pagato. Se no,

no.»

«E a tutte l’altre tue virtù (disse con ironico tuono il Varney) tu

aggiugnerai sicuramente la felice prerogativa di saper comparire

all’uopo uom religioso ed austero?»

«Non mi costerebbe nulla il lasciarvelo credere, ma per rispondervi

francamente devo dirvi di no. Se vi abbisogna un ipocrita, volgetevi

a Tony Foster, che fin dalla sua giovinezza è tormentato dalle visite

di certi scrupoli coi quali poi viene a patti; laonde in sostanza, il

diavolo non vi perde nulla. Oh no, io non sono di questo temperamento.»

«Ebbene! Se non hai ipocrisia, sei tu provveduto d’un buon cavallo?»

«Oh buono! Vel guarentisco, un cavallo, che supera le siepi ed i

fossi come il miglior cavallo di milord Duca. Una volta ch’io feci

una piccola corsa a Shooters-Hill, mi accadde sulla strada maestra di

dire alcune parole ad un fittaiuolo fornito meglio di saccoccia che di

cervello. Ma il mio cavallo mi trasse di affare in pochi minuti, ad

onta di tutti quelli che m’inseguivano.»

«Ebbene, monta in sella, e seguimi, lascia pur qui tutto il tuo

fardello, e ti farò aver servigio presso un tale, che se tu non fai

fortuna, non sarà colpa della sorte, ma tua solamente.»

«Va a maraviglia. Eccomi di tutto cuore. In un istante son lesto. Olà.

Eh! la sella al mio cavallo. Spicciati. Cicily! Amabile Cicily, vieni

a farmi i tuoi congedi, ti voglio donare la metà della mia borsa per

consolarti della mia lontananza.»

«Giur’al cielo (sclamò Giles Gosling che avea uditi tutti questi

apparecchi di partenza), Cicily non sa che farsi de’ tuoi donativi.

Buon viaggio, e possa tu trovar la grazia di Dio in qualche parte,

benchè a dir vero credo che non germogli nel paese dove tu vai.»

«Fa dunque ch’io veda la tua Cicily, caro ostiere, si vuole che sia una

bellezza» disse Varney.

«Una bellezza arsa dal sole, capace di resistere al vento ed alla

pioggia, ma che non ha nulla per piacere a’ zerbinotti della vostra

sorte, o signore. Ella non si muove dalla sua stanza, nè si espone agli

sguardi dei cortigiani.»

«Alla buon’ora, amico mio. La pace sia dunque con lei. Ma i nostri

cavalli impazientiscono. Vi diamo il buon giorno.»

«Mio nipote viene dunque con voi, o signore?»

«Tale è la sua mente» rispose Varney.

«Fai bene, o Michele, riprese Gosling, fai ottimamente. Tu hai un buon

cavallo. Ora non ti resta che a guardarti dallo sforzino. O se di tutti

i modi che vi sono per terminare i tuoi giorni, ti si confà meglio la

corda, come mi par verisimile al partito che prendi, fammi un piacere;

scegliti una forca il più lontano che puoi da Cumnor.»

Senza prendersi molta molestia per questi congedi di mal augurio,

Varney e Lambourne montarono a cavallo, e corsero con tanta rapidità,

che non poterono ricominciare il loro intertenimento, se non se

all’atto di salire una montagna alquanto scoscesa.

«Tu acconsenti adunque, gli disse Varney, di entrare al servigio di un

signor della Corte?»

«Sì: semprechè vi piacciano i patti ch’io son per farvi.»

«Udiamoli.»

«S’io debbo aver gli occhi aperti sugl’interessi del mio padrone, è

d’uopo ch’ei li chiuda su i miei difetti.»

«Purchè non sieno di natura da pregiudicare al servigio.»

«Siam d’accordo. Se fo buona caccia debbo avere almeno le ossa da

rosicchiare.»

«Nulla avvi di più ragionevole. Molti che valgono meglio di te,

domandano la stessa cosa.»

«Va bene. Rimane un altro punto da chiarire. Se entro in brighe colla

giustizia, il mio padrone deve aiutarmi ad uscirne colle mani nette.

Voi vedete che questo è un articolo importante.»

«Anche ciò è giusto, ogni volta però che l’impaccio in cui tu possa

trovarti abbia origine da servigio prestato al padrone.»

«Quanto allo stipendio (continuò il Lambourne con aria d’indulgenza)

non ne parlo neanco, perchè fo conto di vivere sui profitti.»

«Non temere. Non ti mancheranno nè danari, nè modi di divertirti. Tu

vai a stare in una casa, ove, come suol dirsi, l’oro esce fuori degli

occhi.»

«Tutto ciò è un incanto. Non mi rimane ora a sapere che il nome del mio

padrone.»

«Io mi chiamo Riccardo Varney.»

«Ma intendo dire il nobile Lord, al cui servigio voi mi mettete.»

«Sciagurato! Ti credi forse troppo gran signore onde arrossire di

chiamarmi tuo padrone? Ti permetto d’essere impudente cogli altri. Ma

bada bene che con me...»

«Ne domando umilmente perdono al _vostro Onore_; ma vi ho veduto in

tanta intrinsichezza con Tony Foster, col quale vivo in intrinsichezza

ancor io...»

«Vedo che non ti manca nulla per essere un furfante calzato e vestito.

È vero che ho deliberato collocarti nella casa di un gran signore,

ma da me solamente riceverai i comandi, nè ubbidirai altri che me.

Io ne sono il primo scudiere, nè andrà guari che ti sarà noto il suo

nome. Egli è un uomo che governa lo Stato, che porta tutto il peso

dell’amministrazione sopra di sè.»

«Poter del Cielo! è un eccellente talismano per disotterrare i tesori

nascosti.»

«Quando si sa farne uso prudente. Ma bada bene, perchè tu potresti

invece chiamar sopra te un demonio capace di ridurti in polvere.»

«Non dubitate. Mi terrò fra i limiti convenienti.»

I due viaggiatori ripigliarono allora il galoppo, e giunsero di lì a

non molto al reale parco di Woodstock. Questo antico dominio della

Corona aveva aspetto ben diverso da quello che presentò allorquando vi

soggiornava la bella Rosimonda, e quando fu nascondiglio ai proibiti

amori di Enrico II; ed era ben anche diverso da quel che si mostra

a’ nostri giorni, in cui Blenheim-House ne rimembra le vittorie del

Marlborough, e invita i viaggiatori a contemplare i nobili sforzi

dell’ingegno del Vanburgh, lacerato sintantochè visse da uomini che gli

stavano di gran lunga al disotto. Woodstock sotto la regina Elisabetta

non era che un vecchio castello rovinoso, nè da lungo tempo onorato

della presenza dei sovrani; circostanza che contribuì grandemente ad

impoverir quel villaggio, e che trasse quegli abitanti ad umiliare più

d’una supplica alla Regina, onde volgesse sovra essi un suo benefico

sguardo. E tale era l’apparente motivo per cui il Conte si era condotto

a Woodstock.

Il Varney e il Lambourne entrarono francamente nella corte del vecchio

castello, che offeriva in quella mattina un aspetto animato, qual non

s’era visto dopo volgere di due regni. Gli ufficiali della casa del

Conte, i suoi servi da livrea, le guardie, andavano e venivano collo

strepito caratteristico della lor professione. Udivansi gran nitrir

di cavalli e grande abbaiare di cani; perchè il Conte incaricato di

esaminare in qual essere trovavasi quella terra, e dovendo far credere

di rimanervi quanto tempo fosse stato necessario a tal uopo, volle lo

accompagnasse tutto il treno che gli facea di mestieri per gustare ivi

il piacer della caccia. Diceasi che il parco di Woodstock fosse stato

nell’Inghilterra il primo ricinto chiuso da mura ad uso di caccia; ed

abbondava di daini, il cui riposo da lungo tempo non veniva turbato.

Una grande folla d’abitanti, sperando che tale visita straordinaria

produrrebbe i favorevoli effetti, cui sospiravano, si assembrarono

nella corte, ove agognavan l’istante che si mostrasse ad essi il più

sublime personaggio dell’Inghilterra. L’arrivo di Varney eccitò la loro

attenzione, tanto più che si sparse subito la voce essere egli il primo

scudiere del Conte, onde tutti solleciti di amicarsi il Varney, si

levarono i cappelli, e si affollarono frettolosamente per tener briglia

e staffa così al cavallo di lui, come a quello del suo compagno.

«Allontanatevi, miei galantuomini, (disse loro con alterigia il

Varney), nè impedite ai servi di fare il loro dovere.»

I contadini afflitti di ciò, si ritiravano, allorchè il Lambourne,

credendosi copiare i modi del primo scudiere, più duramente ancora li

rispingeva: «Giù le mani o bifolchi, andate al diavolo. Pensate forse

che non abbiam salariati per farci servire?»

Consegnati i loro cavalli agli uomini da livrea, entrarono nel

castello dandosi un tuono di superiorità, che la nascita ed una lunga

consuetudine rendevano naturale nel Varney, e che il Lambourne si

studiava d’imitare siccome vedemmo. Intanto i poveri abitanti di

Woodstock si dicevano uno all’altro sotto voce: «Dio ci liberi presto

da questi superbi. Se il padrone somiglia ai servi, il diavolo se li

porti tutti, che non prenderà più di quanto gli si appartiene.»

«Zitto, amici miei, soggiugnea il podestà, e morsicatevi piuttosto la

lingua per non lasciarle dire sciocchezze. Col tempo chiariremo tutto.

Nessuno verrà mai accolto a Woodstock con tanto giubilo quanto se ne

dimostrava al veder giugnere l’antico re Enrico. Se per caso regalava

non so quanti colpi di bacchetta ad un contadino, poco dopo gli gettava

addosso un pugno di monete d’argento coniate colla sua effigie, e con

tal espediente tutto veniva dimenticato.»

«Dio abbia in pace l’anima sua! sclamaron que’ villici. Ma pur troppo

dovrà correre molto tempo prima che la regina Elisabetta ci venga a

distribuire colpi di bacchetta.»

«Non si può anche sapere, mia buona gente; ma ci vuol pazienza, e per

ora ne consoli la sicurezza di meritare tali favori da Sua Maestà.»

Intanto Varney seguito dal suo nuovo accolito entrò nell’anticamera,

ove persone di più alto affare che non quelli di cui la corte era

ripiena, aspettavano l’istante di veder il Conte, non per anche uscito

della sua stanza. Tutte corteggiavano, qual con maggiore, qual con

minore considerazione il Varney, e proporzionatamente sempre al grado

di ciascuna, o alla cosa che ivi conducea al levarsi del favorito.

All’interrogazione generale: «Quando credete che comparirà Milord, sig.

Varney?» questi rispondea in poche parole: «Non vedete la polvere che

ho su gli stivali? Giungo ora da Oxford. Non so nulla.» Ma fattagli

tale inchiesta da un personaggio più distinto, s’affrettò a rispondere:

«Vado subito ad informarmene dal ciamberlano sir Thomas Copely.»

Il ciamberlano, che si facea conoscere pel distintivo della chiave

d’argento, disse che il Conte non aspettava se non se l’arrivo del

sig. Varney per venire abbasso, ma volea prima parlargli da solo a

solo. Varney allora salutando la brigata, ne prese congedo per entrare

nell’appartamento del suo padrone.

Vi fu per qualche istante un mormorio prodotto da tale aspettazione;

ma questo fece luogo al più profondo silenzio allor quando si

videro aprire entrambi i battitoi della porta, situata nel fondo

dell’appartamento. E subito comparve il Conte preceduto dal Ciamberlano

e dal Maggiordomo, e seguito da Riccardo Varney. I lineamenti di

quello, nobili e maestosi, nulla aveano che si confondesse coll’audacia

improntata su i volti degli altri del suo corteggio. Proporzionate

erano del certo al grado di ciascheduno le gentilezze ch’ei dicea

a questo e a quello; ma non vi fu chi potesse chiamarsi scontento

dell’accoglienza ricevuta. Le domande ch’ei faceva sullo stato in cui

si trovavano il castello e le sue pertinenze, l’enumerazione ch’ei

tessea de’ vantaggi sperabili per il paese e per que’ dintorni dalla

deliberazione in cui era la Regina di portarvisi a quando a quando,

intendeano a far credere, ch’egli avesse già lette ponderatamente

tutte le suppliche ìndirittegli da quelle genti, e che fosse in lui la

massima propensione a secondarle.

«Adesso il Signore lo benedica (dicea il podestà che ivi condusse

una deputazione del villaggio, della quale era egli il presidente).

Vedete come ha l’aria smunta; giurerei che ha trascorsa tutta la notte

in leggere la nostra rimostranza. E il maestro Toughyarn, che ha

impiegato sei mesi a metterla insieme, credea breve una settimana per

ben intenderla! Or vedete che ventiquattr’ore sono bastate al Conte per

cavarne la quintessenza.»

Il Conte gli assicurò allora d’interporre i suoi buoni uffizi, onde

persuadere la Regina ad onorare qualche volta della sua presenza il

reale castello di Woodstock, e ciò affinchè gli abitanti di que’

dintorni non andassero privi de’ vantaggi, che avean goduti sotto i

precedenti monarchi. Intanto gli era cosa gradevole il farsi interprete

delle intenzioni della Sovrana favorevoli ad essi, e anzi di notificar

loro, che Sua Maestà, premurosa d’incoraggiare e d’avvivare il

commercio di Woodstock, avea risoluto d’instituirvi un mercato per le

lane.

Questa buona notizia produsse grandi dimostrazioni di giubilo, non

solamente per parte de’ membri della Deputazione che si trovavano

nell’appartamento, ma per parte ancora de’ contadini adunati nella

corte, fra i quali la stessa notizia non tardò a divulgarsi. I

magistrati presentarono al Conte, piegando il ginocchio, le libertà e

franchigie di Woodstock, accompagnate da una borsa piena d’oro, ch’egli

passò immantinente a Varney, e questi ne rimise una parte al Lambourne,

siccome un saggio anticipato de’ profitti che gli avrebbe fruttato il

novello servigio.

Il Conte, e quelli del seguito, non tardarono a mettersi a cavallo

per ritornare alla Corte. Udivansi d’ogni lato grida di allegrezza di

tutti gli abitanti di Woodstock: _Viva la regina Elisabetta! Viva il

nobile conte di Leicester!_ ripetevano tutti. Che anzi i modi cortesi

adoperati dal Conte sparsero una vernice di popolarità per fino sugli

altri del suo corteggio, l’alterigia de’ quali avea sulle prime portato

discredito allo stesso loro padrone.

Laonde le voci: _viva Milord, e tutti quelli che gli appartengono_

pervennero all’orecchio di Varney e di Lambourne, che seguivano il

Conte, ordinati ciascuno secondo il lor grado.

CAPITOLO VIII.

Datemi i vostri consigli; saranno

ascoltati, sig. Fenton, e posti anche

in opera.

_Le Commari di Windsor._

Diviene cosa indispensabile il risalire alle circostanze che

accompagnarono, o a dir meglio produssero nell’osteria dell’_Orso

nero_ la subitanea sparizione di Tressiliano. Dopo lo scontro avuto

con Varney egli era tornato al _Carovanserai_ di Giles Gosling, ove

chiese carta, penna e calamaio, ed annunziando che passerebbe tutta la

giornata nel suo appartamento, vi si rinchiuse. Ricomparve nonostante

la sera nella gran sala, ove Michele che, giusta l’obbligo assuntone,

avea spiato ogni suo andamento, cercò di rinovar lega con essolui:

«Spero che non avrete conservato rancore per l’affare di questa

mattina.»

Ma Tressiliano rispinse con fermezza, non però disgiunta da urbanità,

tal genere di cortesia: «Sig. Lambourne, non dovreste essere scontento

del modo onde vi ho compensato pel tempo, che vi ho tenuto in faccende.

A traverso la maschera di rozza semplicità, sotto cui vi coprite, vedo

che è in voi discernimento bastante ad intendermi allorchè vi dico con

franchezza, che avendo io ottenuto quanto era unicamente mio scopo,

dobbiamo per l’avvenire considerarci come stranieri l’uno per l’altro.»

«_Voto a Dios_ (esclamò il Lambourne rilevandosi colla sinistra mano

una basetta, e portando la destra all’impugnatura della sua sciabola),

se credessi che fosse in voi disegno di farmi aggravio...»

«Avreste bastante prudenza per sopportarlo, come è di vostro dovere

in tutte le immaginabili combinazioni (gli rispose Tressiliano senza

scomporsi). Voi conoscete assai bene qual distanza ne separi per non

chiedere una spiegazione più ampia. Vi auguro la buona sera.»

Voltegli indi le spalle, si pose a favellar coll’ostiere. Il Lambourne

non ne potea più dalla voglia di fare il bravo, ma limitò la sua

collera a bestemmiare fra i denti, cedendo a quella prevalenza, che un

uomo distinto per nascita, e maggiore di meriti, possede sempre sopra

enti spregevoli di tal natura. Si assise borbottando in un angolo

della sala, datosi ad osservar di soppiatto, ma in modo non equivoco,

i pensieri, non che i moti di Tressiliano; e l’idea che nacque in lui

di vendicarsi a proprio conto era nudrita dalla speranza di soddisfare

ad un tempo le brame del Varney. Giunse l’ora della cena, che quando fu

terminata, Tressiliano si ritirò nel proprio appartamento, tutti gli

altri facendo lo stesso.

Era poco dacchè Tressiliano si era messo in letto senza poter prendere

sonno, di cui teneano luogo le considerazioni nelle quali era immerso.

D’improvviso ne fu interrotto il corso dal rumore che fece la sua porta

aggirandosi su i proprii cardini, e da un debole raggio di luce, che

si diffuse per tutta la stanza. D’un animo forte come l’acciaio, saltò

giù del letto, ed afferrata la sciabola, stava per trarla dal fodero,

allorchè udì questa voce; «Fermatevi, sig. Tressiliano, fermatevi. Son

io, è il vostro albergatore Giles Gosling.»

E nello stesso tempo girando la parte opaca della sua lanterna, che

sino a quel punto avea mandato un languido chiarore, mostrò i proprii

lineamenti e la solita gioviale fisonomia all’attonito Tressiliano.

«Che vuol dir questo, sig. Gosling? Avete forse cenato bene come la

scorsa notte? È uno sbaglio di stanza che fate? ovvero vi dareste a

credere esser questo un luogo opportuno per venire a sfoggiare dopo

mezzanotte le vostre facezie?»

«Non mi sbaglio nè di luogo nè di tempo, sig. Tressiliano: conosco

queste due cose al pari d’ogn’altro ostiere dell’Inghilterra. Ma

primieramente ho osservato, che quel ribaldo di mio nipote, in tutta la

sera non ha dipartito gli occhi da voi più di quanto lo faccia un gatto

che dia la caccia ad un sorcio. In secondo luogo, voi avete attaccato

briga, vi siete battuto, o con lui o con alcun altro, e temo vi arrivi

qualche sinistro.»

«Impazzite, mio caro ostiere? Vostro nipote, scusate, è al di sotto

di chi può meritare il mio risentimento. Per altra parte, qual motivo

v’induce a credere che io abbia attaccato briga con chicchesia?»

«Oh! il colore delle vostre guance me ne disse assai quando tornaste,

o signore. E questo è un indizio sicuro, quanto è certo che la

congiunzione di Marte e di Saturno partorisce sfortuna. Aggiugnete, che

le fibbie del vostro centurino andavano traverso. Poi avevate l’aria

agitata, camminavate d’un passo frettoloso. In somma non era cosa in

voi, da cui non comparisse, che la vostra mano aveva accarezzato pochi

istanti prima l’impugnatura della vostra sciabola.»

«Ebbene, amico, stando ancora che mi fossi trovato nella necessità

di metter mano alla sciabola, è questo motivo bastante a lasciare da

quest’ora un buon letto caldo per venire da me? Voi vedete che non mi è

accaduta veruna disgrazia.»

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 10 / 12 段