«Ah! ah! voi tenete adunque alla grave confraternita dei _Precisiani_

e credo sincerissimamente che ne sia membro ancor vostro padre. Ciò fa

ch’io vi ami sempre più l’uno e l’altro. Non mi è ignoto che si prega

per me nelle vostre assemblee, e che mi siete affezionati. Poichè non

vi è permesso portare sì fatti ornamenti, non mi opporrò alle massime

che professate, e vedo poi ancora che potete far senza di questi,

perchè le vostre dita snodate, e quel collo bianco al pari dei gigli,

non ne hanno bisogno per ritrarne spicco maggiore. Accettate in vece

tal cosa, che nè Papista, nè Protestante, nè Puritano, nè Precisiano

hanno ricusata giammai.»

Nel medesimo tempo le pose fra le mani cinque monete d’oro che

portavano il conio di Filippo e della regina Maria.

«Non accetterei neanco quest’oro, rispose la _Precisiana_, se non fosse

in me la speranza di farne tal uso, che possa chiamare le benedizioni

del Cielo su di voi, di Milady, e di me.»

«Usatene poi a vostro grado, Giannina. A questo dovete pensar voi. Ma

intanto fateci apparecchiare la cena.»

«Ho detto ai sig. Varney e Foster di cenare con noi, o Milord (disse

la Contessa, mentre Giannina usciva per eseguire gli ordini dati dal

Conte), vi degnate approvarlo?»

«Approvo tutto quello che fate, o mia Amy, ed anzi mi è caro, che

abbiate conceduto questo contrassegno di distinzione a Varney, l’uomo

più affezionato ch’io m’abbia, e che può dirsi l’anima de’ miei

consigli segreti. Quanto a Foster, gl’incarichi che ora sostiene per

me, gli danno un diritto ad una prova di mia amorevolezza.»

«Presentemente, o Milord, ho... ho una grazia da chiedervi e... un

segreto da confidarvi» disse esitando la Contessa.

«Serbate queste cose per domani mattina, o mio amore, rispose il Conte.

Odo aprire la porta della sala della mensa. E poichè feci con grande

sollecitudine una lunghissima corsa, m’accorgo che non mi sarà inutile

una tazza di vino.»

E ciò dicendo condusse la moglie nel vicino appartamento, ove Varney e

Foster li ricevettero a furia d’inchini, nei quali il primo mettea la

leggiadria del cortigiano, l’altro la gravità _precisiana_. Il Conte

contraccambiò tali omaggi con quell’aria distratta che appartiene ad

uomo uso da lungo tempo a riceverne, la Contessa con que’ modi di

ceremoniale, che ben disvelavano non essersi ella per anco fatta agli

usi de’ grandi.

Il banchetto apparecchiato per quella brigata conformavasi alla

magnificenza degli appartamenti, entro di cui fu imbandito. Unicamente

non comparve alcun famiglio, e la sola Giannina servì i quattro

convitati. Nè per vero dire d’un maggior numero di servi era d’uopo

perchè la mensa andava sì abbondantemente fornita di quanto poteva

abbisognare a ciascuno, che le faccende della stessa Giannina non

furono assai rilevanti. Il Conte e la sua sposa si assisero alla

sommità della tavola, Varney e Foster al di qua della saliera, sede

serbata sempre alle persone di grado inferiore. Foster, preso da

soggezione per trovarsi in una compagnia cui sì poco era avvezzo, non

aperse bocca in tutto il durar della mensa. Varney, cui non mancavano

e finezza di sentire ed accorgimento, prese parte alla conversazione

quanto facea di mestieri, per non lasciarla languire, senza però

mostrar mai di voler prender l’arringo, laonde contribuì grandemente

ad intertenere il buon umore del Conte. Nè certamente niuno meglio di

Varney ottenne dalla natura tutte le qualità necessarie a sostenere la

parte, cui lo chiamò la sua vocazione. Si univano in lui e moderazione

e prudenza, e ad un tempo vivacità, spirito, ed immaginazione. E

perfino la Contessa, comunque per più d’un motivo non propensa

ad essergli amica, non potè ristarsi dal trovarne dilettevole la

compagnia, nè mai inclinò maggiormente ad unire il proprio suffragio

agli elogi, de’ quali largheggiava il Conte col suo favorito. Terminato

il banchetto, i due sposi si ritrassero nel loro appartamento, ed il

più profondo silenzio regnò nel castello per tutto il rimanente di

quella notte.

Alla domane di buon mattino, Varney compì presso il Conte gli ufici di

gran ciamberlano, e di primo scudiere, benchè d’ordinario il secondo

ufizio soltanto gli appartenesse nella casa di questo favorito della

Regina, il quale teneva appo sè gentiluomini, usciti di buone famiglie,

e ornati degli stessi gradi, che i primi nobili del regno assumevano

nella casa reale. Ne’ doveri di tutte le ridette cariche era bene

addottrinato il Varney, che disceso di famiglia antica sì, ma andata

affatto in rovina, fu paggio del Conte sin d’allor quando incominciò

questi a far la sua carriera. Statogli fedele ne’ momenti avversi,

seppe rendersi utile al medesimo, allorchè marciò a gran passi nel

cammino della fortuna. Per tal modo fondato il credito del Varney, e su

i servigi prestati, e su quelli che continuava a prestare, divenne tal

confidente, che quasi il padrone non ne potea più far di meno.

«Datemi un abito più semplice, Varney (disse il Conte mentre stava

per metter via la sua veste di camera ch’era di seta sparsa di fiori,

e foderata d’ermellino), poi prendete in custodia queste catene,» e

gli additò nel medesimo tempo i suoi diversi ordini che stavano sopra

di una tavola. «Il loro peso, ier sera, ebbe a rompermi il collo. Son

quasi deliberato di non me ne caricare più mai; non vedo in essi se non

se altrettanti ceppi, che inventò l’accorta malignità per incatenar la

stoltezza. Che ne dite, Varney?»

«Per verità, Milord, io penso che le catene d’oro non somigliano in

alcun modo alle altre catene, e le riguardo anzi più gradevoli in

proporzione del loro peso.»

«Eppure, te lo ripeto, o Varney, sono per metà risoluto ch’esse non

m’incatenino per più lungo tempo alla Corte. Qual cosa mi possono omai

fruttare novelli servigi? E qual favore mi rimane a sperare al di sopra

del grado e della fortuna, che non mi possono più sfuggire? D’ond’è

che cadde la testa del padre mio? Non da altro che dal non aver saputo

por limite ai propri desiderii. Tu il sai che io medesimo ho corso

gravi rischi; che più d’una volta mi sdrucciolò il piede sull’orlo del

precipizio. Sì: credo giunto l’istante di non avventurarmi più al mare,

e di sedermi finalmente con tranquillità sulla spiaggia.»

«E ivi raccogliere conchiglie in compagnia di Cupido» aggiunse Varney.

«Che v’intendete con ciò, Varney?» disse il Conte con tutta la vivacità

mossa da un tale scherzo.

«Non prendete collera col vostro servo, o Milord. Se la compagnia di

una sposa ricca di sì rari pregi, è cagione che per più liberamente

bearvi in essi, vogliate rinunziare a quanto finora fu prima meta de’

vostri desiderii, è vero che ne potranno andar danneggiati alcuni

poveri gentiluomini, or lieti di starsi al vostro servigio; ma ciò non

potrebbe essere applicato a Riccardo Varney. Egli, la mercè vostra,

avrà sempre modo di mantenersi degno del distinto grado che gli

concedeste nella vostra casa.»

«Nondimeno, il tuono de’ vostri ultimi detti, non mostrò che foste

contento nell’udire il mio divisamento di abbandonare un giuoco

ruinoso, il quale però potrebbe, un dì o l’altro, perderne entrambi.»

«Io, Milord! Per me non ho alcun motivo di trovare molesto un ritiro,

in cui dovrei soggiornare presso di voi. Non sarebbe, ad ogni evento,

Riccardo Varney che cadesse in disfavore di Sua Maestà, non egli che

divenisse la favola della Corte, allorchè il più sublime edifizio che

mai sia stato fondato sul favore d’un principe, rovinasse da cima a

fondo, come uno di que’ castelli di carte da giuoco che i fanciulli

sogliono fabbricare. Bramerei solamente, o Milord, che prima di

prendere una risoluzione, dopo la quale non potreste tornare addietro,

consultaste maturamente gl’interessi della vostra felicità e della

vostra fama.»

Tai cose furon dette da Varney con quella titubazione di chi teme

dir troppo, onde soggiunse il Conte: «Parlate, Varney, continuate

liberamente. Non vi dissi di avere presa una risoluzione assoluta, ed

amo di bilanciare il pro ed il contro in tale discussione.»

«Ebbene, Milord, supponiamo dunque la cosa fatta; nè si parli ora di

real disfavore, di sarcasmi cortegianeschi, e nemmeno dei danni che

portereste ai vostri partigiani. Ritirato in uno de’ vostri più lontani

castelli, e a tanta distanza dalla Corte, non giungono sino a voi, nè

il dispiacere di coloro che vi sono affezionati, nè la gioia di chi

vi è nemico. Supponiamo in oltre che il vostro rivale, giunto allora

al colmo della felicità, sia pago assai (la qual cosa è per lo meno

incerta) nel vedere spogliato di rami l’albero, quel grand’albero che

gli nascose il sole sì lungo tempo: supponiamo pure ch’ei non curi

di atterrarlo, di sradicarlo. Ebbene, l’antico favorito della regina

d’Inghilterra, che teneva il bastone del comando, che volgeva a suo

grado i Parlamenti, ora non è nulla più di un gentiluomo di campagna,

ridotto ai diletti di cacciare per le sue terre, di bere la birra

insieme ai confinanti, e di passare in rassegna i propri vassalli

allorchè gli aduna il seriffo.»

«Varney!» disse il Conte aggrottando le ciglia.

«Milord, il comando di parlare mi venne da voi. Vogliate permettermi

che io termini il quadro che ho principiato.... Sussex dunque governa

l’Inghilterra; viene a vacillare la salute della Regina, e l’ambizione

del vostro nemico vede schiudersi dinanzi a sè una strada, qual mai non

avrebbe osato immaginarsi. Queste notizie vi giungono mentre che state

ad un canto del vostro fuoco. Allora incominciate a pensare alle vostre

speranze cadute a vôto, all’inerzia cui vi condannaste da voi medesimo.

E perchè tutto ciò? Perchè non vi bastò di contemplare una volta ogni

quindici giorni gli occhi d’una sposa avvenente!»

«Basta così, Varney. Io non vi ho detto infatti di voler abbracciare

precipitosamente, e senza aver consultato come si debbe il pubblico

interesse, una risoluzione, cui mi fa proclive l’amor del riposo e

della domestica felicità. Vedrete, o Varney, che saprò trionfare di

tal mia inclinazione; ma non credeste mosso da mire ambiziose un

tal sagrifizio, bensì dalla necessità di mantenermi in un grado,

d’onde potrò all’uopo essere utile all’Inghilterra. Ordinate i nostri

cavalli. Metterò, come ho fatto altre volte, un abito da livrea, e il

mio cavallo porterà la valigia. Oggi tu sarai il padrone, o Varney,

non trascurare alcuna cautela necessaria a tenere addormentati i

sospetti. Fra breve saremo a cavallo. Non mi occorre che un istante per

congedarmi dalla Contessa; indi son pronto. Comando un crudel dovere al

mio cuore, e ne trafiggo un altro che m’è più caro del mio, ma l’amor

di patria vuole la preferenza su quello di sposo.»

Dette tai cose con modo risoluto, e con accento ad un tempo

malinconico, lasciò la stanza ove si era abbigliato.

«È bene che tu sia partito (meditava fra se stesso Varney), perchè

comunque avvezzo alle umane follie, io non poteva omai più ristarmi

dal ridere della tua alla tua presenza. Stancati presto di questo

nuovo trastullo, di questa creatura avvenente, degna figlia d’Eva che

ti comanda; a me poco rileva. Ma ben mi spiacerebbe se ti stancassi

del trastullo antico dell’ambizione; perchè, Milord! nel salire la

montagna, voi vi traete addietro Riccardo Varney, che spera vantaggiare

quando sarete in alto. Perciò se vi vedo andare a rilento, oh! non

mancherò di adoperare e frusta e sperone sinchè io vi veda alla cima.

Quanto a voi, mia garbata signora, che volete sostener seriamente la

parte di Contessa, vi consiglio a non mi far nascere intoppi dietro la

strada, o avremo conti antichi da aggiustare fra noi. Oggi tu sarai

il padrone, o Varney, egli mi dicea. Affè ch’ei potrebbe aver parlato

più vero di quanto egli medesimo lo pensasse. Vedete! quest’uomo, che

al dir di tante persone sensate non la cede in profondità di mire

politiche nè ad un Burleigh, nè ad un Walsingham, nè per sapienza

militare al Sussex, si fa servo di uno de’ proprii servi, e tutto

ciò per due neri occhi, per un bell’accordo di bianco e vermiglio

che scorgasi sulle guance di una gentildonna di villaggio. Dove va a

perdersi l’ambizione! Se però i vezzi di una donna possono in alcuna

circostanza scusare i traviamenti delle teste umane, Milord non ebbe

mai migliore scusa. Ebbene! lasciamo che le cose vadano come sanno

andare. O egli avrà cura della propria grandezza, o l’avrò io della

mia felicità; e circa quest’amabil Contessa, se ella non racconta di

aver veduto Tressiliano: e credo già che non oserà raccontarlo, le sarà

d’uopo il far causa comune con me; converrà che noi abbiamo insieme

i nostri segreti, che ci sosteniamo l’un l’altro anche a malgrado

di un’avversione, che costei non mi lascia ignorare. Corrasi alla

scuderia. Milord, vado ad ordinare i vostri cavalli. Non è forse sì

lontano il giorno che il mio scudiere andrà ad ordinare i miei.»

Dopo fatte queste considerazioni uscì dell’appartamento.

Intanto il Conte rientrava nella camera da letto per congedarsi in

tutta fretta dall’amabil Contessa, ed osava egli appena avventurarsi ad

udire ripetuta un’inchiesta, che il ricusar gl’increscea, ma che egli

era ben lungi dal voler secondare dopo l’intertenimento avuto collo

scudiere.

Nell’udirlo giugnere, ella corse giù dal letto, avvolgendosi in una

zimarra di seta bianca foderata di pelliccia, e collocando il gentil

piede entro eleganti pianellette, chè non trovò ella il tempo di metter

le calze; le sue lunghe chiome fugian di sotto della cuffia da notte,

nè avea quindi altro adornamento, fuorchè i proprii vezzi, cui acquistò

novello spicco perfino il dolore prodotto dall’annunzio onde il Conte

l’amareggiò.

«Addio, Amy, addio, mio amore (le disse il Conte, avendo appena forza

di staccarsi da amplessi tanto soavi, e tornando addietro per più

riprese onde stringerla fra le sue braccia). Il sole comincia ad

alzarsi sull’orizzonte; non oso rimanermi più lungamente. Già dovrei

essere dieci miglia lontano di qui.»

In tal modo cercava egli abbreviare i momenti d’una sì dolorosa

separazione.

«Voi dunque non mi concederete quanto vi chiesi (con soave sorriso gli

disse la Contessa). Ah! cavaliere sleale!... Eh! si udì mai che cortese

cavaliere ricusasse inchiesta fattagli dalla sua donna che tenesse i

piedi ignudi nelle proprie pianelle?»

«Domandatemi tutto ciò che volete, o mia Amy, e vi appagherò. Ne

eccettuo le cose che potrebbero perdere voi e me.»

«Ebbene! non vi chiedo più di riconoscermi sul momento in quel grado,

che mi farebbe invidia dell’Inghilterra, nel grado di moglie del più

nobile, del più prode, del più universalmente amato fra i baroni

Inglesi. Mi limito a pregarvi di poter dividere questo segreto col

padre mio, e di metter così un termine al cordoglio che gli cagionai.

Si dice ch’egli sia pericolosamente infermo.»

«_Si dice?_ (ripetè il Conte con forza) chi ve lo ha detto? Varney

non ha egli fatto sapere a vostro padre tutto ciò di che si poteva

ragguagliarlo in tale momento, cioè di essere voi felice, ed in ottimo

stato di salute? Non vi ha soggiunto di più, che trovò il rispettabile

vecchio mentre si dava con ilarità al suo prediletto esercizio della

caccia? Chi ha ardito far nascere idee contrarie nel vostro spirito?»

«Nessuno, Milord, nessuno (rispose la Contessa, scoraggiata dal tuono

onde il Conte le movea tali inchieste). Nondimeno, o Milord, bramerei

molto accertarmi co’ miei occhi medesimi, che mio padre sta bene.»

«Ciò è impossibile, Amy. Voi non potete in questo momento avere alcuna

comunicazione, nè con vostro padre, nè colla sua casa. Sarebbe assai

trista politica il mettere a parte di un tal segreto un numero maggiore

di persone, oltre a quelle alle quali è indispensabile lo svelarlo.

Poi... quel _Travaillon, Tressiliano_, poco importa del nome, non è

egli continuamente in casa di vostro padre? Il vecchio cavaliere ha

forse nulla di nascosto per lui?»

«Mio padre, Milord, è conosciuto per un uomo prudente e rispettabile;

e quanto a Tressiliano, potrei offerire per mallevadore di quanto

asserisco quella corona di contessa, che porterò un giorno

pubblicamente. Così potessimo noi perdonare a noi stessi l’ingiuria che

gli arrecammo, com’egli è incapace di una bassa vendetta!»

«Nondimeno non mi confiderei seco lui, Amy, non mi confiderei seco

lui. Vorrei che il demonio si frammettesse nei nostri affari anzichè

Tressiliano.»

«E perchè, Milord? (gli chiese la Contessa, fatta tremante nel suo

interno dal tuono di risolutezza adoperato dal Conte) perchè avete idea

tanto sinistra di Tressiliano?»

«Signora, rispose il Conte, la mia volontà dovrebb’essere per voi una

ragion sufficiente. Ma se vi piace saperne di più, considerate le

persone con cui Tressiliano sta in lega. Egli, amico, creatura di quel

Radcliffe, di quel Sussex, contro il quale, non senza fatica, sostengo

il campo che ci disputiamo nel godere il favore di una sospettosa

padrona. S’egli ottiene sopra di me il vantaggio di sapere le nostre

nozze prima ch’io abbia con accorti modi preparata la Regina ad udir

tale segreto, sarebbe irrevocabile, eterna la mia disgrazia; nè forse

si starebbe nelle perdute mie dignità. Chi sa fin dove divenissi

vittima del risentimento d’Elisabetta, in cui è trasfusa in qualche

parte la fiera indole d’Enrico suo padre?»

«Ma perchè, Milord, portate voi opinione tanto ingiuriosa verso un uomo

che conoscete sì poco? Tressiliano non vi è noto che a cagion mia, e

son io ad accertarvi che per qualsivoglia motivo non tradirebbe il

nostro segreto. Se per amor di voi io l’offesi, tanto più è mio obbligo

il desiderare di vedervi giusto per suo riguardo. Se il parlarvi solo

di lui vi eccita a tanto sdegno, che direste adunque s’io lo avessi

veduto?»

«Se l’aveste veduto! (ripetè il Conte con severo ciglio) sarebbe per

voi buon consiglio il tener nascosto un tale congresso come le cose

da non rivelarsi che in confessione. Io non bramo la perdizione di

nessuno. Ma chiunque vorrà penetrare i miei segreti, badi bene a se

stesso. Il cinghiale non soffre di vedere chi attraversi il sentiero

che ha scelto.»

«Com’egli divien terribile!» disse la Contessa a mezza voce, e

impallidendo.

«Che avete, mio amore? (le disse il Conte sostenendola fra le sue

braccia). Tornate in letto. Voi lo lasciaste troppo di buon mattino.

Vi resta a chiedermi qualch’altra cosa, che non comprometta la mia

fortuna, la mia vita, il mio onore?»

«Nulla, Milord, nulla (rispos’ella con fioca voce). So che io volea

parlarvi sopra un altro argomento, ma il vostro sdegno me ne ha fatto

dimenticare.»

«Vi tornerà in mente allorchè ci rivedremo, o mia vita, (e in ciò dire

l’abbracciò con tenerezza). Eccetto inchieste di tal natura, ch’io

non possa e non osi concedere, non vi state dal confidarmi tutte le

vostre brame, e ben farebbe mestieri che fossero al di sopra di quanto

possono fornir l’Inghilterra e le sue pertinenze, perchè non le vedeste

pienamente soddisfatte.»

Pronunziate quest’ultime parole, partì. Giunto a piedi dello scalone,

Varney gli diede un grande ferraiuolo da livrea, ed un larghissimo

cappello, travestimento, sotto di cui diveniva impossibile il

ravvisarlo. Stavano pronti in corte i cavalli così per lui come per

Varney. Il Conte non era venuto la notte addietro che con due servi,

iniziati sino ad un certo grado ne’ misteri del lor padrone, i quali

cioè credeano che ivi lo conducesse una tresca con qualche bella, di

cui ignoravano la condizione ed il nome. Ma questi servi erano nella

stessa notte partiti.

Tony Foster teneva egli stesso la briglia al palafreno del Conte,

corsiero vigoroso al pari che agile, e intanto il servo del Foster

presentava un cavallo di più bella apparenza e più riccamente

bardamentato a Riccardo Varney, che dovea sostenere la parte di padrone

lungo la strada.

Ciò non di meno Varney, vedendo avvicinarsi il Conte, si fece innanzi

per tenergli le redini del cavallo, e impedì a Foster l’incaricarsi

di tale ufizio, ch’ei riguardava, senza dubbio, come una delle sue

prerogative.

Traspirò dalla fisonomia del Foster, che assai gl’increscea perdere

questa occasione di far la corte al suo protettore. Ciò non ostante

cedè il luogo a Varney senza osare di moverne alcuna lagnanza. Il

Conte salì con mente distratta a cavallo, e dimenticando per un

istante che la parte assuntasi l’obbligava a rimanere addietro al suo

padrone posticcio, uscì della corte senza pensare a Varney, e mandò

più d’un baciamano alla Contessa, che da una finestra, sventolando un

fazzoletto, gl’inviava i suoi estremi saluti.

Mentre ei passava sotto l’oscura volta che mettea fuor della Corte:

«Ecco, diceva il Varney, ciò che si chiama fina politica. Il servitore

che va avanti al suo padrone.» E profittò di questo momento per dire

a Foster: «Tu mi fai il viso dell’arme, o Tony. Ma se ti ho privato

d’un grazioso sguardo di Milord, in compenso l’ho indotto a lasciarti

un premio de’ tuoi prestati servigi, che non ti sarà meno gradevole

d’uno sguardo. Eccoti una borsa del migliore oro che le dita di un

avaro abbiano contato giammai. Prendila (soggiunse, e a tal vista

la fisonomia di Foster si fece più aperta), prendila, ed aggiungi

quest’oro a quello che egli donò la scorsa notte a tua figlia.»

«Come? Che mi dite voi? Egli ha fatto un dono di danari a Giannina?»

«Certamente. Qual maraviglia? I servigi ch’ella presta alla Contessa,

non vogliono forse la lor ricompensa?»

«Essa non lo terrà e la obbligherò a restituirlo. Conosco troppo bene

Milord, e so quanto lo alletti la novità. I suoi amori sono variabili

come la luna.»

«Impazzisci, o Foster? O entreresti nella vanità di credere che Milord

possa essere preso da un capriccio per la tua figlia? Chi è mai che

sogni a por mente a una lodola, finchè ode il canto dell’usignuolo?»

«Sia lodola, sia usignuolo, tutto fa per l’uccellatore; e so ancora,

sig. Varney, essere in voi molta maestria nello scuotere i rami tanto

che gli uccelli gli corrano nelle reti. Mi porti il diavolo anzichè

io desiderassi mai che metteste Giannina nel novero di tante povere

fanciulle cadute ne’ vostri agguati! Voi ridete! ma vi ripeto che

voglio almeno salvare un individuo di mia famiglia dagli artigli di

Satanasso; e tenetelo ben per sicuro. Ella restituirà quest’oro.....»

«Ovvero ella te lo darà in custodia, o mio Tony, il che torna allo

stesso. Ma mi è d’uopo il parlarti di cosa più rilevante. Il nostro

padrone parte di qui con intenzioni, che potrebbero sconcertar molto le

nostre.»

«Come sarebbe a dire? È egli stanco del suo trastullo, della sua nuova

conquista? Non mi maraviglio. Ha speso per essa ciò che pagherebbe il

riscatto di un re, e ora è pentito del suo contratto.»

«Oh! quanto ti scosti, o Tony, dal vero! Egli è delirante più che nol

sia stato mai per Amy, ed anzi vuole per lei abbandonare la Corte.

Allora, addio speranze nostre, addio possedimenti, addio sicurezza. Ci

vengono ritolti i beni di chiesa, e sarebbe gran ventura, se non ci

facessero rigettare le rendite.»

«Oh! sarebbe la nostra rovina (sclamò Foster, cui tal novella empiè di

grinze la fronte), e tutto ciò per una donna! Lo compatirei se fosse

per la salute dell’anima sua! Perchè anche a me talvolta viene l’idea

di sbarazzarmi dal lezzo di questo mondo, e vivere come uno dei più

poveri della nostra congregazione.»

«Credo bene che finirai così, mio Tony. Ma ascolta: il diavolo

non perderà nulla se anche ti condanni alla povertà. Onde tu non

guadagneresti da nessun lato. Ma ora bada a quanto ti suggerisco, e

puoi ancora conseguire la proprietà di Cumnor Place. Non far motto con

nessuno della visita di Tressiliano. Su di ciò non aprir bocca, ammeno

che non tel consigli io medesimo.»

«E perchè di grazia?» domandò Foster in tuono di chi sospetta.

«Ma sei bene una talpa, se non vedi che nello stato in cui or trovasi

l’animo di Milord, una tale scoperta lo confermerebbe ne’ suoi novelli

disegni. S’egli sapesse che questo fantasma comparve alla Contessa

nel tempo ch’egli era lontano, non si fiderebbe più di nessuno, e

vorrebb’esser egli medesimo il drago custode delle poma d’oro. E

allora, Tony? Chi ha più bisogno dell’opera tua? Una parola basta a chi

la sa intendere. Addio, Tony, mi è d’uopo seguirlo.»

Pronunciate queste parole toccò dello sprone il cavallo, galoppando a

tutta briglia per raggiungere il Conte....

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 9 / 12 段