«Voi avete la coscienza d’un cortigiano, sig. Varney, e forse un

eccesso di sincerità non sarà mai quello che pregiudichi alle vostre

fortune nel mondo, tal quale esso è. Per rispetto a Tressiliano, è

altra cosa, e mi è forza rendergli giustizia, benchè io abbia avuti

molti torti verso di lui, e nessuno meglio di voi può saperlo. La

sua coscienza, credetelo, non fu fatta ad un medesimo stampo. Quel

mondo di cui parlate, non gli presenta vezzi bastanti a distoglierlo

dal cammino della verità e dell’onore, e se giungessi a vedere ch’ei

macchiasse questa sua riputazione, crederei ancora possibile, che un

animaletto nobile, com’è l’ermellino, andasse a metter cova comune col

gatto salvatico. Può darsi al più, che Tressiliano, il quale ignora e

le nozze da me contratte, e il nome del mio sposo, persuaso quindi di

avere saldissime ragioni per tormi di qui, abbia esagerato il cattivo

essere di mio padre; ed una tal persuasione è sì lusinghiera al mio

cuore, che amo creder vere le notizie da voi datemi a tale proposito.»

«Abbiatele indubitatamente per tali, o Milady. Non son qui agli occhi

vostri per vantarmi campione smodato di questa virtù, che nomasi

verità. Credo anzi che giovi talora il velarne un poco le forme, non

fosse tante volte che per amor di decenza. Ma voi portate troppo

svantaggiosa opinione d’un uomo, che il nobile vostro sposo onora del

titolo d’amico, allorchè lo credete capace di venire spontaneo e senza

necessità a spacciarvi una menzogna, che, trattandosi massimamente di

cosa tanto congiunta colla vostra felicità, verrebbe tosto scoperta.»

«So che Milord vi tiene in molto conto, sig. Varney, e che vi considera

siccome un nocchiero fedele, e perito nel veleggiare que’ mari, sui

quali ei si avventura con tanto ardimento e coraggio. Mentre però io

giustifico Tressiliano, non voglio lasciarvi credere ch’io pensi male

di voi. Ma sono un’abitatrice dei campi, lo sapete, ne ho tutta la

schiettezza, e preferisco la verità a qualunque complimento foggiato

anche nella miglior guisa. Forse cambiando ora di condizione, mi sarà

d’uopo modificare alquanto le mie consuetudini: non è egli vero?»

«Sì certo, o Milady (rispose sorridendo Varney), e benchè voi parliate

ora da scherzo, non fareste tanto male ad applicare seriamente al

presente vostro stato le cose da voi dette poc’anzi. Per esempio, una

dama di corte, supponetela pure la più nobile, la più virtuosa, la più

irreprensibile di quante circondano il trono della nostra regina....

Ah! una tal dama, se mi permettete farvene osservazione, si sarebbe

astenuta dal dire la verità, o da ciò ch’ella credea verità, per

tessere alla presenza di chi è servitore e confidente del suo sposo

l’elogio di un amante licenziato.»

«E perchè? (disse la Contessa, che il mal timore in udir tai propositi,

traeva ad arrossire), perchè non dovrei io rendere giustizia al merito

di Tressiliano innanzi ad un amico del mio sposo, e fosse pur anche

innanzi a questo sposo medesimo, e alla presenza, se ne venisse l’uopo,

di tutto il mondo?»

«Se ciò è dunque, Milady questa sera, senza nessuna difficoltà,

racconterà a Milord, che Tressiliano ha scoperto il luogo ov’ella sta

ritirata, luogo che abbiamo avuto tanta cura di tenere a tutti celato;

e gli racconterà inoltre, che ha avuto un intertenimento con questo

antico adoratore.»

«Certamente: sarà la prima cosa che mi farò a narrargli, e gli ripeterò

fino all’ultima sillaba, e tutto ciò che Tressiliano mi disse, e

tutto quello che gli risposi. Se nulla in tale rivelazione potesse

condurmi ad arrossire, sarebbe che i rimproveri fattimi da Tressiliano,

comunque men giusti di quanto ei sel credette, non erano affatto privi

di fondamento. Per questa parte mi sarà penoso l’imprendere un tal

racconto; ma non quindi io mi starò dal farlo.»

«Milady si regolerà come le sarà meglio avviso. Io direi nondimeno

nulla esservi che richieda una confessione così franca, e che meglio

vi tornerebbe, o signora, risparmiare a voi stessa questo principio

di rossore, questa pena che dite poter produrvi il racconto da voi

divisato: risparmiereste ad un tempo motivi d’angustiarsi a Milord, e

schivereste al sig. Tressiliano, il cui nome entrerebbe per qualche

cosa nel vostro racconto, que’ rischi, che ne sarebbero la probabile

conseguenza.»

«L’ammettere per probabile la conseguenza, che credete scorgere (disse

allora con fredda severità la Contessa), sarebbe un attribuire a Milord

sensi indegni di lui, ed a’ quali il suo nobile animo non ha dato

accesso giammai.»

«Nulla è più lontano dalle mie idee (disse Varney, che si fece

silenzioso per un istante, indi prese un tuono che imitava a maraviglia

quello di una verace franchezza, e che sembrava affatto nuovo in tal

uomo). Ebbene, o Milady: io vi farò toccar con mano che un cortigiano

ha coraggio di dire la verità quando è d’uopo salvar l’interesse delle

persone ch’egli rispetta ed onora; ed ha un tal coraggio senza pensare

alle conseguenze anche men favorevoli che gliene possano derivare.»

Tornò indi a tacere, quasi aspettando l’ordine, o almeno la permissione

di continuare il suo dire; ma vedendo che perciò la Contessa non

rompeva il silenzio, riprese ei la parola, abbassando la voce quasi per

una cautela. «Osservatevi d’attorno, o Milady. Vedete le barriere che

circondano questo ricinto; pensate al profondo mistero, con cui la più

preziosa gemma che l’Inghilterra possedè vien sottratta a qualunque

sguardo; per ultimo ponete mente al rigore, onde vi è limitato ogni

mover di passo, sicchè non ne siete padrona che a grado d’un uomo

intrattabile, dispettoso quanto lo è il Foster; meditate tutte queste

particolarità; e fatevi a giudicare qual ne possa essere la cagione.»

«Il genio di Milord, disse la Contessa. Il mio dovere m’insegna a non

cercare altra cagione.»

«Oh! il genio di Milord certamente: e questo genio deriva da un amore

degno della persona che lo ha saputo inspirare. Ma chi possede un

tesoro, e ne conosce il valore, in proporzione di tal conoscenza,

desidera con più ardore di porlo in salvo dalle altrui depredazioni.»

«Che vorreste dire con tutto ciò, signor Varney? Se non erro, i vostri

discorsi intendono a farmi credere che Milord è geloso. Ove ciò fosse,

conosco un potente rimedio contro la gelosia.»

«Davvero, Milady?»

«Oh! sì. Dirgli sempre la verità, aprirgli in ogni occasione il mio

animo, confidargli fedelmente i miei pensieri, come se questo specchio

li riflettesse, di modo che quando gli piacerà esaminare il mio cuore,

non lo troverà diverso da quello che è.»

«Non ho più nulla da dirvi, o Milady; e poichè non è in me ragione

veruna onde affannarmi per Tressiliano, che mi toglierebbe, potendolo,

di tutto buon grado la vita, mi rassegnerò a quanto avrà per accadergli

dopo che avrete, a norma del vostro disegno, svelato francamente a

Milord, ch’egli ebbe l’ardire di penetrare in questo luogo e parlarvi.

Ora si spetta a voi che conoscete il vostro sposo, indubitatamente

assai meglio di me, a giudicare s’egli è tale da sofferire impunito sì

fatto affronto?»

«Se veramente credessi, disse allor la Contessa, di farmi con questo

apportatrice di sciagure a Tressiliano, io che gliene ho cagionate

tante, potrei risolvermi al partito del silenzio. Ma a che gioverebbe

ciò, se già lo hanno veduto e Foster ed un’altra persona? No, no,

sig. Varney. Non me ne parlate più. Val meglio ch’io racconti tutto a

Milord, e saprò ben io trovare scuse alla follia di Tressiliano in modo

tale da rendergli piuttosto propenso che sfavorevole l’animo del mio

sposo.»

«La vostra accortezza, o Milady, è d’assai superiore alla mia. Per

altra parte, potete far la prova del ghiaccio prima di comprometter voi

stessa camminandovi sopra. Sul primo istante di nominar Tressiliano

alla presenza di Milord, ben v’accorgerete quale impressione produca

su di lui un tal nome. Quanto a Foster e a quel suo amico, essi non

conoscono Tressiliano nè di persona, nè di fama, e mi dà l’animo di

trovar loro una scusa ragionevole per giustificare la venuta d’un

incognito in questa casa.»

La Contessa meditò un momento: indi soggiunse: «Se è vero che Foster

ignori essere Tressiliano lo straniero ch’ei vide, confesso mi

spiacerebbe se colui sapesse una cosa che gli è affatto estranea. Si è

già arrogato anche oltre l’uopo autorità su di me, nè mi curo d’averlo

nè per giudice, nè per confidente de’ miei affari.»

«E qual diritto avrebbe di fatto questo sgraziato bifolco a saper cose

che riguardano voi, o Milady? Costui non conta nulla più del cane, che

sta alla catena nel cortile. Anzi, se assolutamente la sua presenza vi

dà disgusto, ho assai credito per farlo licenziare, e mettere in sua

vece un siniscalco meno indegno di gradirvi.»

«Basta così, sig. Varney. Se avrò di che querelarmi contra alcuno di

quelli che Milord mi ha posti vicino, saprò io stessa volgermi a lui.

Silenzio. Odo strepito di cavalli. È desso, è desso» sclamò alzandosi

trasportata dalla gioia.

«Non posso credere, ch’ei sia per anche giunto, disse Varney. Poi niuno

strepito può penetrare per traverso a queste finestre chiuse con tanta

attenzione.»

«Non mi trattenete, sig. Varney; le mie orecchie vagliono meglio che le

vostre. Son certa che è desso.»

«Però, Milady (sclamò Varney col tuono d’uomo agitato, e ponendosi

fra essa e la porta) spero che quanto vi dissi con mente di giovarvi,

e mosso da un umile sentimento di dovere, non verrà rivolto a mio

danno. Non vorrete, che gli avvisi d’un fedel servo contribuiscano a

rovinarlo. Vi supplico....»

«Vivete tranquillo; ma lasciate il lembo della mia veste. Voi osate

troppo nel volermi rattenere. Vivete tranquillo, vi ripeto. Non penso a

voi.»

Nel momento medesimo apertasi la porta della gran sala, entrò un uomo

maestoso al portamento, ed avvolto in ricco e lungo mantello di colore

che traeva allo scuro.

CAPITOLO VII.

La Corte è un mare, di cui il cortigiano

si crede il padrone. Diresti che

i venti, il flusso e il riflusso,

gli scogli e i turbini sono ai

suoi comandi, che a sua voglia le

navi giungono a salvamento o fanno

naufragio. Ma egli è uno di que’ falsi

arcobaleni che talvolta ci presentan le

nubi, e forse poco durevole al pari di

esse.

_Detti d’antica Commedia._

La lotta sostenuta dalla Contessa contro l’insistenza del Varney,

le avea inspirato nell’attimo sì fatto mal umore e tal confusione,

che le si leggean sulla fronte. Ma questa nube si dissipò per dar

luogo al comparirvi di purissima gioia, e d’ogni segno di tenera

affezione, allorchè gettatasi fra le braccia di quel diletto ospite,

e stringendolo al proprio seno, sclamò, tratta fuor di se stessa:

«Finalmente!.... finalmente!.... eccoti giunto.»

Varney, nell’atto istesso di vedere il Conte, rispettosamente si

ritirò, e Giannina volea ritirarsi del pari; ma fattole segno dalla

padrona di rimanere, si ridusse in fondo all’appartamento, stando

attenta se qualche ordine le venisse dato.

Intanto il Conte colmo d’accarezzamenti fattigli dalla sua sposa, li

contraccambiò con tenerezza non meno affettuosa; e soltanto mostrò di

resistere quand’ella si fece a levargli il mantello.

«Oh! (sclamò la medesima sorridendo) voi non vi nasconderete sotto

di esso più lungo tempo. È d’uopo ch’io veda se mi teneste la parola

datami, se venne a visitarmi il Conte, o un privato, siccome è stato

finora.»

«Tu non dismentisci l’esser di donna, o mia Amy (disse il Conte dandosi

per vinto in lotta cotanto soave). La seta, i pennacchi, le gemme, agli

occhi del vostro sesso hanno maggior pregio dell’uomo che ne va adorno.

Vi son molte lame, è vero, le quali traggono ogni valore dal ricco

fodero che le copre.»

«Cosa che mai non sarà detta di voi (rispose Amy, tanto che il mantello

cadutole a’ piedi le scoperse il conte fregiato di vesti, quali un

principe avrebbe credute assai sfarzose per presentarsi in esse alla

corte). Voi rassembrate l’acciaio di buona tempera, che sdegna gli

esterni ornamenti di cui è meritevole. Non vi deste a credere di essere

in queste pompose vesti meglio amato da Amy, che ella non vi amò sotto

il bruno pastrano ond’eravate coperto, quand’essa nella foresta di

Devon vi diede il suo cuore.»

«E tu pure (disse il Conte, conducendola con grazia congiunta a maestà

verso il sedile di parata, che entrambi gli aspettava) tu pure, o mio

amore, vesti un abito confacevole al tuo grado; e che nondimeno non

può aggiugnere alcuna cosa a’ tuoi vezzi. Che ti sembra del buon gusto

delle dame della nostra Corte?»

«Non so dirtene nulla in questo momento (diss’ella, portando l’occhio

ad un grande specchio che veniva ad essere rimpetto al Conte). Non

posso pensare a me finchè vedo le tue sembianze riflettute da quello

specchio. Sediti là (soggiunse avvicinandolo di più a quel sedile)

sediti là siccome un ente cui deve ognuno ammirazione ed onore.»

«Spero prenderai tu pure al mio fianco la sede che t’appartiene.»

«No, no: voglio starmi a’ tuoi piedi assisa su questo sgabello per

mirarti meglio in tutto il tuo splendore, e vedere la prima volta in

qual modo i principi vanno vestiti.»

Indi, mossa da una curiosità infantile che trovava scusa e nella sua

giovane età, e nella vita ritirata, cui fu avvezza, e che meglio le

si addicea, perchè inspirata da tenero amore di sposa, si fece ad

esaminare e ad ammirare dal capo ai piedi il vestire dell’uomo, che

formava il più bell’ornamento della corte di Elisabetta, di quella

corte copiosa egualmente di giudiziosi ministri, come di amabili

cortigiani. Tutto compreso d’affetto per l’avvenente sua sposa, il

Conte gioiva dello stupore ch’essa dava a divedere; onde i nobili

lineamenti di questo personaggio esprimevano passioni più soavi di

quelle che per solito venivano manifestate dall’altera sua fronte, e

da que’ neri occhi sfolgoreggianti e nunzii d’altissimo accorgimento.

Più d’una volta ei sorrise dell’amabile ingenuità onde Amy gli movea

interrogazioni su diverse parti del suo abbigliamento.

«Questa lista ricamata, come voi la nominate, che cinge il mio

ginocchio, gli diss’egli, è la giarrettiera d’Inghilterra, ornamento

del quale i re vanno superbi. Vedete? è questa la stella che le

appartiene. Questo è il diamante il _Giorgio_, gioiello dell’ordine. Vi

sarà noto, cred’io, che il re Eduardo e la contessa di Salisbury....»

«Oh! conosco tale istoria, soggiunse Amy, fattasi alquanto rossa, nè

ignoro già che un legaccio di donna si è convertito nel più nobile

emblema dell’Inglese cavalleria.»

«Venni fregiato di quest’ordine congiuntamente a tre ragguardevolissimi

cavalieri, che furono il duca di Norfolk, il marchese di Northampton,

e il conte Butlan. Di noi quattro io era in dignità il men sublime.

Ma che rileva? A chi brama raggiugnere la sommità d’una scala fa di

mestieri incominciare dal più basso gradino.»

«E questa collana di sì ricco lavoro, nel mezzo della quale sta sospeso

un ciondolo, simigliante ad una pecora quanto alle forme? un tale

emblema che cosa significa?»

«Esso è l’ordine del Toson d’oro, già instituito dalla casa di

Borgogna. Chiunque ne vada ornato, gode d’alte prerogative; onde il

medesimo re di Spagna, erede dei dominii e degli onori che appartennero

alla ridetta casa, non ha diritto a giudicare un cavaliere del Toson

d’oro, tutte le volte che mancano l’assenso e il concorso del gran

capitolo di un tal ordine.»

«Questo è dunque un ordine che appartiene al crudele re della Spagna!

Oh Dio!, Milord, non è forse per un Inglese far onta alla nobiltà del

proprio cuore, l’accostarsi solamente a sì fatto emblema? Ricordatevi i

tempi sfortunati della regina Maria, allora che quest’istesso Filippo

regnava con essa su l’Inghilterra, que’ tempi, in cui si apprestarono

orrendi roghi ai più ragguardevoli, ai migliori e più santi in

fra i prelati Anglicani. E voi, detto il campione della religione

Protestante, potete senza ribrezzo portar l’ordine di un tal sovrano,

qual è il re di Spagna, inimico mortale del culto che professiamo?»

«Tu non imparasti ancora, o mia vita, che noi cortigiani, ai quali è

d’uopo veder gonfie le nostre vele dall’aura favorevole della reggia,

non abbiamo l’arbitrio d’inalberar sempre lo stendardo che ne è più

caro, o di sottrarci a nostro grado alla necessità di veleggiare sotto

sgradita bandiera. Non mi ho per men Protestante, mel credi, perchè

spinto da riguardi politici ho accettato l’onore che il re di Spagna

mi compartì, decorandomi del primario ordine di sua cavalleria. Poi

quest’ordine, volendo considerare al giusto le cose, appartiene alla

Fiandra, e i d’Egmont, gli Orange, e molt’altri insigni personaggi

superbiscono nel vederlo oscillare sul cuor d’un Inglese.»

«Voi sapete quel che vi conviene, o Milord. E quest’altra collana,

questo bell’ornamento in cui vien terminata, da qual paese derivano?»

«Dal più misero di tutti. È questo l’ordine S. Andrea di Scozia,

tornato in vigore per volere del defunto re Giacomo. Ne fui presentato

allor quando credeasi, che la giovane vedova Maria regina di Scozia

avrebbe gratamente accettata la mano di un barone di nostra patria; ma

la corona di un libero barone, di un barone Inglese, è ben altra cosa

che nol sarebbe stata una corona nuziale, venuta soltanto dal capriccio

fantastico d’una femmina, che nacque a regnare sugli scogli e sulle

paludi del nostro Settentrione.»

La Contessa si fece taciturna, quasi dando a divedere, che questi

ultimi accenti del Conte le aveano destato nell’animo alcune sgradevoli

idee, e tal dispiacenza, e ciò che n’era cagione le crescea vezzo agli

occhi del suo sposo, che tosto ripigliò la parola.

«Ora, mio cuore, le vostre curiosità sono paghe. Voi vedeste il vostro

vassallo sotto l’abito più sfarzoso, che gli fosse dato l’assumere,

perchè le vesti di parata non si possono mettere che alla Corte, e in

giorni di gran cerimonia.»

«Ebbene, disse la Contessa, tu sai che un desiderio soddisfatto ne fa

nascere un altro.»

«E qual cosa puoi chiedermi, o delizia di quest’anima, ch’io non mi

trovi propenso a concederti?» le chiese il Conte, fissando le pupille

in tenera guisa sovr’essa.

«Io desiderava in questo ignorato ritiro vedere cinto da tutto il suo

splendore il mio sposo. Adesso, vorrei trovarmi in uno de’ suoi superbi

palagi, e vedercelo entrare in bruno pastrano, tal quale si mostrò

allor quando vinse il cuore dell’umile Amy Robsart.»

«Non è difficile il far paga tal nuova brama. Domani ripiglierò il

pastrano bruno.»

«Ma potrò poscia venire con voi in uno de’ vostri castelli, e saziarmi

in confrontare la magnificenza de’ luoghi ove soggiornate colla

semplicità delle vostre vesti?»

«Che ascolto, Amy? (disse il Conte, volgendo il guardo all’intorno),

non vi sembrano adunque decorati con bastante splendidezza questi

appartamenti? Io ordinai che fossero forniti in guisa degna di voi e

di me. Forse io poteva essere secondato anche meglio. Ma ditemi; quali

cambiamenti desiderate? È cosa di brevissimo tempo l’appagarvi.»

«Voi volete prendervi giuoco di me, o Milord. La magnificenza di questo

alloggiamento è al di sopra di tutto ciò che io possa e immaginarmi e

meritare. Ma e quando verrà per la vostra sposa il momento di vedersi

cinta da quello splendore, che non deriva, nè dal lavoro degli artefici

intesi ad adornarne le stanze, nè dai ricchi drappi o dalle gemme, di

cui piacque alla vostra generosità di fregiarla? da quello splendore

congiunto al grado ch’ella dee tenere fra le matrone Inglesi, siccome

sposa del più onorevole Conte di questo regno?»

«Verrà un tal giorno, Amy; sì, mia vita! un tal giorno arriverà

certamente, nè tu puoi desiderarlo con più ardore ch’io nol sospiri.

Oh! quanto mi sarà cosa soave l’abbandonare le cure dello Stato, gli

affanni, e le sollecitudini che non si dipartono mai da ambiziosi

pensieri, per vivere in ritiro onorato i miei giorni, non avendo veri

compagni od amici fuori di te! Ma diletta Amy! mi è impossibile per ora

il godere questa gioia tanto compiuta, e qualche intertenimento alla

sfuggita, questi momenti a me sì preziosi, son tutto quanto fin qui mi

è lecito tributare alla donna più amabile e più amata fra tutte l’altre

persone del suo sesso.»

«Ma perchè è impossibile? (disse la Contessa col tuono il più adatto

a persuadere). Perchè questa più perfetta unione, questa unione non

interrotta, che voi mi accertate essere il miglior vostro voto, che

tanto si accorda colle leggi del Cielo e degli uomini, perchè questa

unione non può sull’istante verificarsi? Ah! se voi la bramaste una

metà soltanto di quello che dite, qual motivo, qual persona potrebbe

mettere argine ai desiderii d’un uomo ricco di credito e di possanza

come lo siete?»

Qualche offuscamento apparve allora in sulle ciglia del Conte. «Amy,

le disse egli, voi ragionate sopra di cose che non potete comprendere.

Costretti una volta a vivere alla Corte, noi siamo siccome il

viaggiatore, cui tocchi inerpicarsi ad un monte di sabbia; nè quindi

osiamo arrestarci in cammino, innanzi di trovare qualche punta di

vivo sasso che ne offra una sicura fermata. Che se vogliamo prima del

tempo far pausa, ne succede cader travolti dal nostro peso medesimo,

e diveniamo scopo al pubblico riso. Io mi vedo, gli è vero, giunto a

meta ben alta, ma non per anco salda abbastanza, onde abbandonarmi alle

sole inclinazioni dell’animo mio. Il divulgare le nozze contratte con

voi, sarebbe un fabbricare la mia rovina. Ma credetelo, perverrò ad un

punto di sicurezza, e non ne è sì lontano l’istante. Allora adempirò

tutto quanto il dovere prescrive, così per riguardo di voi come di me

medesimo. Ma intanto, o mia cara, non vogliate intorbidare la pura

gioia di cui n’è dato godere ad entrambi, col formar desiderii che per

ora ci è impossibile l’appagare. Ditemi piuttosto, se nel luogo ove

siete, ogni cosa vada a seconda delle vostre brame. Come si conduce

Foster con voi? Voglio sperar vi usi tutto quel rispetto che vi è

dovuto. Guai per esso s’io potessi accorgermi del contrario!»

«Mi ricorda qualche volta con molto zelo la necessità del mistero

(sospirando la Contessa rispose); ma poichè questo è un ricordarmi

i vostri desiderii, mi trovo più propensa a sapergliene grado che a

biasimarlo.»

«Vi ho già spiegato i motivi, che rendono indispensabile una tale

necessità. Confesso che trovo in Foster molta rustichezza; ma Varney mi

si è fatto mallevadore della fedeltà, e dell’affezione ch’egli ha pei

nostri interessi. Se nondimeno avete per la menoma cosa a dolervi dei

modi che tiene nel prestarvi servigio, saprò punirnelo.»

«Oh! è impossibile ch’io me ne lagni, sintantochè non farà che adempire

con fedeltà i comandi venutigli da voi. Per altra parte, la figlia di

lui, Giannina, mi è un’ottima compagna in questa solitudine. Io l’amo

assai; e lo zelo del culto puritano che traspira da quanto fa e dice,

aggiugne vezzo alla sua ingenuità.»

«Me lo assicurate? una giovane che sa farvisi accetta non deve andar

priva di ricompensa. Accostatevi, Giannina.»

Giannina, la quale, come dicemmo, si era ritirata in qualche distanza

per lasciar più libero l’intertenimento de’ due sposi, si trasse

innanzi facendo una riverenza rispettosa; nè il Conte potè ristarsi

dal sorridere sul chiaroscuro che presentavano in lei la semplicità

delle vesti e il modesto contegno, e ad un tempo forme avvenenti, e due

occhi neri, la cui vivacità contrastava collo studio ch’ella facea di

comparir grave e posata.

«Debbo ringraziarvi, mia bella fanciulla, le diss’egli, poichè la

Contessa è soddisfatta de’ servigi che le prestate.» In ciò dire si

tolse dal dito un anello, che non potea non essere di valore, e nel

porgerlo a lei soggiunse. «Portatelo, siccome un pegno dell’affetto che

vi acquistaste presso l’uno e l’altra di noi.»

«Son molto contenta, o Milord (rispose Giannina con quell’aria sua di

santità) se il poco che ho potuto fare è stato accetto ad una signora,

cui nessuno può avvicinarsi senza desiderar di piacerle. Ma tutte noi,

che apparteniamo alla congregazione del rispettabile sig. Holdforth, ci

faremmo scrupolo, se simili alle giovani mondane, portassimo attorno

alle nostre dita oro, od altri ornamenti; nè tampoco possiamo fregiare

il collo di pietre preziose, come praticavano le fanciulle di Tiro e di

Sidone.»

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 8 / 12 段