Quattro sale che teneano il lato occidentale dell’antico edifizio detto

_Cumnor Place_ erano state adorne con tal magnificenza che superava

ogni descrizione; la qual cura di metterle in tanto splendore aveva

preceduto d’alcuni giorni il tempo cui si riferisce l’incominciamento

della nostra storia. E fu l’opera d’artefici mandati da Londra, che

cambiò in appartamento degno veramente d’un re quel pezzo di fabbrica,

parte dianzi più abbandonata e mal messa di quel vecchio convento. In

tutto ciò venne adoperato tanto mistero che non solamente fu impedito

agli operai l’uscire di quel luogo sintantochè non avessero compiuto

il lavoro, ma questi, e s’introdussero di notte tempo, e di notte

tempo partirono; nè si risparmiò cura onde nascondere alla curiosità

indiscreta di que’ contadini i cambiamenti che si operavano nella casa

di un lor confinante, già sì povero, or venuto in ricchezza. Senza

tali cautele eglino si sarebbero dati del certo ad indagar le cagioni

de’ cambiamenti medesimi. E si riuscì nel conservare il segreto quanto

bastò, onde le poche cose che traspirarono non diedero luogo se non se

a voci vaghe, le quali comunque passassero d’orecchio in orecchio, per

l’incertezza con cui si divulgarono, non ottennero molta considerazione

nè fede.

Nella sera che venne dopo il giorno di cui parliamo, questi

appartamenti, di nuovo, e sì pomposamente adorni, vennero illuminati

per la prima volta, e con tanta profusione, che lo splendore mandato

da essi sarebbesi scorto ad una lontananza di sei miglia all’intorno;

ma imposte di rovere ben chiuse da spranghe e da catenacci, e grandi

cortine, tutte di seta e di velluto, guernite con frange d’oro, non

permettevano al più sottile raggio di luce che si diffondesse al di

fuori.

Questa parte di edifizio era composta, come dicemmo, di quattro

principali sale, e ognuna di queste comunicava coll’altra. Vi si

giugneva per un grande scalone che metteva alla porta di un’anticamera,

simile per sua forma ad una galleria. L’Abbate avea spesse volte tenuto

capitolo in tale stanza, le cui pareti erano ora intarsiate di legname

peregrino d’un color bruno, tratto, diceasi, dall’Indie occidentali,

che avea ricevuto a Londra bellissima pulitura, e d’una durezza, che

ben molti de’ loro strumenti gli operai vi dovettero logorare. Il

colore oscuro del legno ottenea spicco dal chiarore mandato dalle

candele che stavano sopra ventole d’argento attaccate alle pareti, e

da sei grandi quadri, che erano lavoro de’ primi dipintori del secolo,

e fregiati di ricchissime cornici. Verso lo sfondo inferiore vedeasi

una tavola di legno massiccio, fatta per quelli che voleano ricrearsi

al giuoco del _Shovel-Board_[10], ch’era in grand’uso a quei giorni.

Vedeasi dall’altro lato una ringhiera per collocarvi i sonatori ed i

buffoni che venissero ivi chiamati per aggiugnere giocondità ad una

serata.

Da questa anticamera si passava alla sala della mensa. Era essa di

mezzana grandezza, ma tanto sfarzosa, che per dovizia d’ornati potea

far incanto all’occhio anche il più avvezzo a veder cose grandiose.

Le muraglie, poco prima ignude e nere di fumo, miravasi parate di

un velluto cilestro, ricamato d’argento; erano le sedie d’ebano,

riccamente scolto, e guernite di cuscini somiglianti alla tappezzeria

delle pareti. In vece di ventole d’argento, che sostenessero le

candele, come nell’anticamera, il luogo veniva rischiarato da

un’immensa lumiera, parimente d’argento. Il pavimento era coperto da un

tappeto di Spagna, su di cui i fiori e le frutta vedeansi rassembrati

con colori tanto naturali e brillanti, che si esitava a calcar col

piede un’opera così preziosa. La tavola, costrutta di vecchia quercia

d’Inghilterra, riceveva abbellimento dalla squisitezza dei panni di

lino che vi stavano sovrapposti; ed una grande credenza portatile,

da’ suoi aperti battitoi, mostrava scaffali carichi di vasellami di

porcellana e d’argento. Nel mezzo della tavola sorgeva una saliera

fabbricata in Italia, bellissimo lavoro d’argento, alto due piedi,

che rappresentava il gigante Briareo, le cui cento mani offerivano ai

convitati ogni spezie d’aromi, e tutto quanto potea aggiugnere grazia

al sapore delle vivande.

Di qui si andava alla grande sala, ornata di maestosa tappezzeria,

in cui rappresentavasi la caduta di Fetonte; chè in allora i telai

della Fiandra trattavano a preferenza argomenti classici. Fra gli

altri sedili se ne distingueva uno da parata, che sorgea d’un gradino

dal pavimento, e capace abbastanza perchè vi stessero sedute due

persone. Sovrastava a questo un baldacchino, che al pari de’ cuscini,

de’ paramenti, e fin del sottoposto tappeto era di velluto cremisino,

ricamato a semi di perle. Fregiavano la sommità di esso baldacchino due

corone, quali addiceansi al grado di Conte e di Contessa. Altri sedili

poi non vi si vedevano fuorchè sgabelli coperti parimente di velluto,

e cuscini ad uso moresco, ornati di rabeschi ricamati coll’ago.

Trovavansi nell’appartamento, e strumenti di musica, e telai da ricamo,

e altre cose onde in que’ tempi s’intertenevano le femmine distinte.

La principale illuminazione di questa sala veniva da quattro grandi

torce di cera vergine portate da altrettante statue che rappresentavano

cavalieri Mori armati. Sosteneano questi colla sinistra mano uno scudo

d’argento, che veniva ad essere collocato fra il petto del cavaliere e

la torcia, e lustrato con tant’arte, che ripercoteva i raggi al pari di

uno specchio di tersissimo cristallo.

La stanza del riposo, ultima di questo magnifico appartamento, era

decorata meno sfarzosamente, ma non con minore ricchezza delle altre.

Due lampade d’argento, colme d’olio profumato, vi spargevano d’ogni

intorno odor delizioso, e la luce lor tremebonda producea il gradevole

effetto di un sereno crepuscolo di sera. Sì fitto era il panno de’

tappeti che la pedata anche più grossolana non potea svegliare chi

stavasi a letto. Era questo letto di caluggine, e lo copriva una coltre

d’oro e di seta. Di tela batista le lenzuola, le coperte serbavano la

bianchezza degli agnelli, che fornirono a intesserle i loro velli.

Le cortine erano di velluto turchino, trapuntato di seta cremisina,

tagliate a festoni d’oro, e fregiate d’un ricamo che rappresentava gli

amori di Cupido e di Psiche. Trovavasi sulla _toletta_ un magnifico

specchio di Venezia, con cornice messa in filigrana d’argento, e a

canto d’esso vedeasi una bella coppa d’oro, serbata a contenere la

bevanda, ch’era allora costume di libare prima di mettersi al riposo.

Un pugnaletto, ed un paio di pistole, ornati d’oro, stavano presso al

capezzale del letto, armi che non si mancava di presentare agli ospiti

di riguardo, piuttosto, com’è da credere, per una formalità, che per

mettergli in sospetto di verun pericolo. Non dobbiamo qui tralasciare

una circostanza che caratterizza i costumi di que’ tempi. Trovavasi

nella grossezza delle muraglie un incavo, rischiarato da un cero,

entro cui erano due cuscini riquadrati, coperti della stessa stoffa

che le cortine del letto, e posti dinanzi ad un inginocchiatoio di

ebano, scolpito nella parte più alta. Fu questo luogo, altra volta,

l’oratorio dell’Abbate. N’era stato tolto in allora il Crocefisso, in

cui vece vennero posti due libri di preci, riccamente legati e guerniti

d’argento.

Il sol mormorio de’ venti che agitavano i rami delle querce del parco,

potea penetrare in questo asilo della quiete, tranquillo cotanto, che

il Dio del sonno lo avrebbe invidiato. Contigui alla stanza da letto

erano due gabinetti da _toletta_, non apparati con minor lusso delle

sale dianzi descritte. La parte di edifizio cui tenea l’ala meridionale

dava luogo alle cucine, agli ufici, e agli altri alloggiamenti

necessarii alla comitiva del ricco e nobile signore, per comando del

quale sì delizioso soggiorno fu apparecchiato.

La divinità che n’era lo scopo, ben meritava le spese fatte in esso, e

le fatiche adoperate nel condurlo a sì bel termine. Seduta nell’ultima

delle descritte stanze, stavasi contemplando tai delizie create

d’improvviso in suo onore, con occhio di compiacenza, e d’una vanità

che era naturale quanto innocente. Perchè la sola cagione del mistero

posto nel fornire sì ricco appartamento era il soggiorno che essa

faceva a Cumnor Place. Si ebbero le più accurate diligenze, affinchè

sino all’istante, or giunto per lei, di entrarne al possedimento, ella

ignorasse che si fabbricava in quella parte dell’antico edifizio, e che

non comparisse mai innanzi agli operai adoperati a tal fine. Pertanto

non essendo ella mai stata nel ridetto luogo, ed entrando questa sera

la prima volta in un appartamento cotanto diverso dal rimanente della

fabbrica, credè per un istante trovarsi in un palazzo incantato. E

vistasi in mezzo a tanta grandezza, si abbandonò a quella gioia vivace

e libera, che ognun pensa dover nascere in una giovinetta avvezza a

vivere nel ritiro della campagna, tratta d’improvviso ad uno splendore,

cui non avrebbe mai osato aspirare, comunque strani ne fossero stati

i desiderii; e fornita in oltre d’un cuore tenero e riconoscente, che

ben comprende essere sì cari incanti l’opera dell’amore, mago il più

possente di quanti se ne possano immaginare.

La contessa Amy, tal si era il grado, cui l’avevano sollevata

le sue nozze, segrete sì ma non mancanti di alcuna formalità,

coll’uomo maggiore per dignità e più possente di quanti vivessero

nell’Inghilterra, non potè starsi per qualche tempo dal correre d’una

stanza all’altra, nè mai era sazia di contemplare le cose ognor

nuove che le ferivano il guardo, tanto più lieta che nel trarne

motivo di apprezzar vie più il delicato gusto del Lord impadronitosi

dell’innocente suo cuore, vi leggeva le prove della tenerezza con cui

era amata.

«Quanto sono belle, sclamava, queste tappezzerie, e naturali queste

dipinture! Com’è ricco il lavoro di questi argenti! Non direbbesi

padrone di tutti i galeoni di Spagna colui che il fece eseguire? Ma

Giannina! (ripeteva ella sovente alla figlia del Foster, che la seguiva

con eguale curiosità, benchè più moderata nella sua gioia) come è più

delizioso di tutto ciò il pensare, che tante maraviglie vennero qui

attorno adunate per amor mio, e che ad una qualche ora di questa sera

potrò starmi col creatore di tal novello Paradiso, e ringraziarlo, ben

assai più che delle maraviglie contenute in esso, di quella tenerezza,

che sola ve le collocò!»

«Egli è il Signore, o Milady, rispose tosto la giovane Puritana, cui

dovete dar grazie d’avervi conceduto uno sposo sì tenero e che fa tante

cose per voi. Anch’io veramente mi sono studiata ad ornarvi quanto

meglio sapessi. Ma se non la finite di correre così da una stanza

all’altra, non terrà saldo una sola delle spille de’ vostri ricci, e

la mia opera scomparirà, come al primo raggio di sole si dileguano i

disegni, che la brina ha fatti su i vetri.»

«Hai ragione, Giannina,» disse la giovane e bella contessa, uscendo

dell’estasi in cui era assorta, e d’improvviso fermando il suo correre.

Poi postasi innanzi ad uno di quegli specchi, de’ quali non avea mai

veduto più grandi (nè forse i più belli si trovavano nell’appartamento

della Regina) tornò a ripetere: «Hai ragione, Giannina», indi si

abbandonò ad un moto di gioia, ben perdonabile alla sua età, in vedere

che quello specchio riflettea forme presentatesi ben di rado alla

lucida sua superficie. «Sembro piuttosto una venditrice di latte che

una contessa con queste guance rosse e riscaldate, e con queste brune

trecce che tu avevi aggiustate in tanta simmetria, e che ora vanno

qua e là, come i tralci d’una vite che non sia mai stata potata. Gli

ornamenti del collo non si reggono più, e mi scoprono il seno oltre

quanto la decenza permette. Vieni, Giannina, è d’uopo ch’io m’accostumi

alle molestie unite alla pompa. Entriamo nella gran sala, mia buona

giovane, tu ricomporrai questi capelli in sommossa, e imprigionerai

sotto la batista ed il pizzo questo mio seno che è troppo vivamente

agitato.»

Esse passarono adunque nella gran sala, ove la Contessa,

negligentemente appoggiandosi sui cuscini, ora si abbandonava alle

proprie meditazioni, ora udiva con diletto le ciance di questa giovane

sua seguace.

In tale atto ed espressione di fisonomia che tiene un grado di mezzo

fra la distrazione e l’impazienza di chi aspetta, credo che per

trovare lineamenti sì amabili e che significassero tanto, si sarebbero

corsi invano i mari e le terre. La ghirlanda di brillanti, posta

sopra capelli d’un bruno carico, splendea meno di quell’occhio nero

adombrato da un sopracciglio bruno, sì regolare che l’avresti detto

dipinto, e da lunghe ciglia dello stesso colore. Le corse fatte per

le stanze; il contento della vanità soddisfatta, l’ardente desio di

veder giungere il Conte, invermigliavano in deliziosa foggia quelle

guance, che d’ordinario peccavano alcun poco di pallidezza. Bianca ne

era la collana di perle quanto il latte, che, novello pegno dell’amor

dello sposo, ella già portava al seno. Ma era un nulla questo candore

a fronte di quel de’ suoi denti, che avrebbero fatto perder vezzo

alla pelle, se la speranza e il contento non le avessero impresse le

gradazioni del color della rosa.

«Ebbene, Giannina, queste tue dita sì affaccendate non hanno ancora

terminato il loro lavoro? chies’ella alla giovane ancella, che si dava

grande sollecitudine di riparare i guasti occorsi nell’acconciatura

della Contessa. Va bene, Giannina, va bene. Ora fa d’uopo ch’io veda

tuo padre prima che giunga Milord. Voglio anche vedere il signor

Riccardo Varney, che è in tanto favore presso il Conte. Eh! sì: non

dipenderebbe da me che il farglielo perdere col rivelare certe cose a

mio marito....»

«Oh! fate bene ad astenervene, mia buona padrona, disse subito

Giannina. Mettete questo Varney nelle mani del Signore, che sa punire

i cattivi, quando lo giudica a proposito. E poi se mi credete, non

entrate mai in disparere con Varney. Egli gode la confidenza del

padrone, e chiunque lo ha contrariato ne’ suoi divisamenti, rare volte

ha fatto fortuna.»

«E come sapete tai cose, mia Giannina? Perchè dovrei io avere tutti

questi riguardi con un uomo d’una condizione tanto inferiore, io che

sono la moglie del suo padrone?»

«Milady conosce meglio di me quello che ha da operare; ma ho udito

più volte dir da mio padre, ch’egli vorrebbe incontrarsi in un lupo

affamato, anzichè sconcertare a Riccardo Varney il minimo de’ suoi

divisamenti. Mi ha in oltre raccomandato di non fare alcuna lega con

essolui.»

«Tuo padre ti ha parlato da savio uomo, Giannina, e ti posso guarentire

che t’ha così consigliata per il tuo bene. È una sfortuna che i

lineamenti, e i modi di Foster non s’accordino colle sue intenzioni,

perchè potrebbero anche essere pure.»

«Oh! non ne dubitate, Milady, che le intenzioni di mio padre non sieno

rette. So che non è bello, ma non bisogna giudicare il cuor degli

uomini dalla figura.»

«Lo credo, mia buona fanciulla: e voglio crederlo, se non foss’altro,

per amore di te. La sua fisonomia però è tale che non si può guardarlo

senza provare un certo fremito. Io penso, che fin tua madre.... Non

hai anche finito, mia cara, di torcermi i capelli con questo ferro?...

Penso che tua madre tremasse sempre al suo aspetto.»

«Se la cosa fosse stata così, mia signora, mia madre avea tai parenti,

che avrebbero saputo sostenerla. Ma voi stessa, Milady, io vi ho veduto

divenir rossa e tremare, quando Varney vi pose fra le mani quella

lettera di Milord.»

«Voi vi prendete libertà più del dovere, o Giannina (disse la Contessa,

abbandonando il cuscino, su cui, appoggiato il capo alla spalla

dell’ancella, si stava seduta: poi riprendendo tosto il tuono di bontà

che le era famigliare) tu non sei pratica, le disse, che in certe

occasioni si può tremare senza essere preso da verun timore. Per tuo

padre, mi sforzerò d’avere di lui la migliore opinione possibile,

se non per altro perchè gli sei figlia, mia cara fanciulla. Oimè

(soggiunse di poi, e nel dire le seguenti cose, una nube di tristezza

le coperse la fronte, e i suoi occhi si fecero gonfi di lagrime), io

non posso non aprir l’orecchio agli accenti della pietà filiale, io

che ho un padre non consapevole del mio destino, io che or ora ho

saputo esser egli infermo e angoscioso sulla mia sorte! Ma lo rivedrò,

e la notizia della fortuna cui ascesi, lo farà tornar giovane. Io gli

restituirò la primiera gioia. — Ma intanto non è bene ch’io pianga (e

nello stesso tempo si rasciugava gli occhi). Milord non dee trovarmi

fredda alle bontà che mi usa; mal si starebbe ch’ei vedesse la sua

creatura in istato di tristezza, allorchè dopo sì lunga lontananza

viene ad allegrarne di sua presenza il ritiro. Componiamoci alla gioia,

diletta Giannina; la notte non è lontana; ed avremo presto Milord.

Chiamami tosto tuo padre, e Varney. Non ho nessun astio contro di loro,

e benchè e l’uno e l’altro m’abbiano dato motivi di non esser contenta,

sarà omai colpa d’essi soltanto, se mi costringessero a farne qualche

querela a Milord. Vanne, Giannina, dì loro che qui gli aspetto.»

La giovane Foster ubbidì alla sua padrona, e pochi minuti dopo, il

Varney si mostrò nella gran sala con tutta quella disinvoltura, grazia

e arditezza, di cui non è penuria in un cortigiano, che sappia ben

avvolgersi entro manto d’urbanità, per nascondere il proprio animo, e

disvelar meglio quello degli altri. Veniva dopo lui Tony Foster, la cui

fisonomia malaugurosa e triviale si faceva appunto più scorgere pel

goffo studio ch’egli metteva a non lasciar comprendere come vedesse di

mal occhio, e con vera inquietudine che quella femmina, sulla quale

avea fin allora usato d’autorità quasi dispotica, fosse adorna di tutti

gli apparati della grandezza, e vedesse d’ogn’intorno a sè sì luminosi

pegni dell’amor d’uno sposo. E fu una confessione del nudrito mal animo

la sinistra riverenza fattale da costui, non diversa da quella ch’è

solito praticare un reo giunto al cospetto del giudice, allorchè vuole

ad un tempo darsegli per colpevole ed implorarne pietà.

Il Varney, che per la sua prerogativa d’essere nobile, lo precedè

entrando nell’appartamento, avea già in un istante recapitolato nella

sua mente le cose da dirsi ad Amy, onde per tutti i riguardi potea

meglio del Foster esporle con garbo e franchezza.

Il saluto voltogli da Amy fu sì cortese da presagire a lui compiuta

indulgenza su gli antichi falli; ed alzatasi e mossagli incontro, gli

porse la mano così dicendogli: «Sig. Varney, voi mi portaste in questa

mattina tai notizie, la cui sorpresa tanto mi fu deliziosa, ch’io temo

perfino avermi dimenticato la raccomandazione fattami da Milord perchè

ben vi accogliessi. Vi offro la mia mano qual pegno di riconciliazione.»

«Non son degno di toccarla (rispose Varney, piegando a terra un

ginocchio) in altra guisa che come il suddito tocca talvolta quella

del suo sovrano.» E in ciò dire accostò alle proprie labbra quelle

belle dita snodate, cariche di brillanti, e d’altri sontuosi ricordi

dell’amore di Milord; indi alzatosi, con leggiadria fece alcun passo

per condur lei verso il sedile di parata.

«Scusatemi, sig. Varney, non mi sederò certamente in quel luogo, ammeno

che non sia lo stesse Milord a condurmivi. Non mi vedo finora che una

contessa in maschera, nè voglio attribuirmene le prerogative, prima di

essere a ciò autorizzata da lui, che ha il potere di conferirmele.»

«Io spero, Milady (cominciò allora Foster il suo discorso), che

nell’eseguire gli ordini datimi da Milord vostro marito, non avrò

incorso la vostra disgrazia. Col tenervi rinchiusa non feci, voi stessa

lo vedete, che adempire il mio obbligo verso chi è padrone mio, ed

anche di voi, perchè il Cielo, come lo dice la sacra Scrittura, diede

al marito autorità e supremazia sopra la moglie. Son queste, o poco

diverse da queste, le parole del testo.»

«Sig. Foster, la soave sorpresa ch’io provai entrando in questi

appartamenti fa le scuse della rigida severità, con cui me ne

allontanaste, ond’io non li vedessi che ornati in tanto splendida

foggia.»

«Certamente, Milady, e si sono spese in ciò ben molte _corone_;

ma poichè non conviene spenderne oltre i limiti di ciò che è

indispensabile a compir tutto a dovere, vado intanto ad attendere io

medesimo pei preparamenti che restano a farsi in questa casa; e finchè

arrivi il vostro sposo, vi lascio col sig. Varney, che a quanto penso,

dee dirvi alcune cose per parte del nobile lord. Giannina, vieni con

me.»

«No, sig. Foster, no. Giannina rimarrà meco. Basta si tenga

all’estremità della sala, finchè il sig. Varney avrà da dirmi per parte

di Milord cose, ch’ella non debba sapere.»

Il Foster si ritirò salutando losco la Contessa, e lasciando sugli

apparati della sala tal guardo, come di chi sospirasse le somme

prodigalizzate per convertire in palazzo asiatico un corpo di edifizio,

che avea sembianza d’un granaio in rovine. Partito lui, la sua figlia

prese il telaio da ricamo, e si pose in fondo dell’appartamento, vicino

alla porta della sala della mensa. Varney allora cercò con tutta umiltà

lo sgabello che gli parve il più basso, e vi si pose vicino ad Amy,

sedutasi un’altra volta sopra i cuscini; poi chinando gli occhi a

terra, rimase tacito per qualche tempo in tale positura.

«Io giudicava, sig. Varney (disse la Contessa, quando credè accorgersi

ch’ei non avea voglia di assumere la parola), che doveste parlarmi per

parte di Milord, o almeno così mi diedero a pensare le cose dette dal

Foster. Perciò feci allontanare l’ancella. Qualora mi sia ingannata,

la richiamerò presso di me. Ella non è per anche ben addestrata nel

ricamo, ed ha bisogno di qualche occhiata che regoli il suo lavoro.»

«Foster mi ha male inteso, o Milady, rispose Varney. Gli è bene del

nobile vostro sposo, del rispettabile mio protettore, che desidero

intertenervi; ma non per sua commissione.»

«Sia che mi parliate di Milord, sia per parte di Milord, o signore,

tale scopo d’intertenimento non può essermi che accetto. Ma

affrettatevi, perchè ad ogni istante egli può esser qui.»

«Vi parlerò adunque, signora, con egual brevità e franchezza, perchè

l’argomento ha d’uopo d’entrambe le cose. Voi vedeste Tressiliano in

quest’oggi?»

«Sì, o signore. Quali conclusioni ne deducete perciò?»

«Io! nessuna, Milady. Ma credete voi, che Milord accoglierà con eguale

tranquillità d’animo tal notizia?»

«Perchè no? A me sola portò molestia ed affanno la visita di

Tressiliano, perchè ne seppi la malattia di mio padre.»

«Di vostro padre, o signora? Convien dire che questa malattia sia stata

ben subitanea, perchè il messaggere, da me speditogli, per ordine di

Milord, trovò questo degno cavaliere, che montato sul suo palafreno, e

animando con giovial volto i suoi cani, si dilettava, com’ha costume,

alla caccia. Credo fermamente che Tressiliano abbia inventata questa

notizia. Nè vi è ignoto del certo quali sieno in esso i motivi di

disturbare le presenti vostre contentezze.»

«Voi gli fate un’ingiustizia, sig. Varney (ripigliò a dire con vivacità

la Contessa). Egli è l’uomo del mondo il più franco, il più veritiero,

il più leale. Ed eccetto l’ottimo sposo mio, non conosco altro che

nell’odiar la menzogna si possa paragonare a Tressiliano.»

«Perdonatemi, o Milady, io non ebbi intenzione di rendermi ingiusto

verso di Tressiliano, nè m’immaginai che vi sareste assunte con tanto

calore le sue difese. Ma si può in alcune circostanze mascherare

qualche poco, e ciò con fini onesti e legittimi, la verità. Ben

comprendete, che se questa si dovesse dire apertamente ogni volta e in

tutti i tempi, non si saprebbe come vivere in questo mondo.»

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 7 / 12 段