_Cumnor Place_ erano state adorne con tal magnificenza che superava
ogni descrizione; la qual cura di metterle in tanto splendore aveva
preceduto d’alcuni giorni il tempo cui si riferisce l’incominciamento
della nostra storia. E fu l’opera d’artefici mandati da Londra, che
cambiò in appartamento degno veramente d’un re quel pezzo di fabbrica,
parte dianzi più abbandonata e mal messa di quel vecchio convento. In
tutto ciò venne adoperato tanto mistero che non solamente fu impedito
agli operai l’uscire di quel luogo sintantochè non avessero compiuto
il lavoro, ma questi, e s’introdussero di notte tempo, e di notte
tempo partirono; nè si risparmiò cura onde nascondere alla curiosità
indiscreta di que’ contadini i cambiamenti che si operavano nella casa
di un lor confinante, già sì povero, or venuto in ricchezza. Senza
tali cautele eglino si sarebbero dati del certo ad indagar le cagioni
de’ cambiamenti medesimi. E si riuscì nel conservare il segreto quanto
bastò, onde le poche cose che traspirarono non diedero luogo se non se
a voci vaghe, le quali comunque passassero d’orecchio in orecchio, per
l’incertezza con cui si divulgarono, non ottennero molta considerazione
nè fede.
Nella sera che venne dopo il giorno di cui parliamo, questi
appartamenti, di nuovo, e sì pomposamente adorni, vennero illuminati
per la prima volta, e con tanta profusione, che lo splendore mandato
da essi sarebbesi scorto ad una lontananza di sei miglia all’intorno;
ma imposte di rovere ben chiuse da spranghe e da catenacci, e grandi
cortine, tutte di seta e di velluto, guernite con frange d’oro, non
permettevano al più sottile raggio di luce che si diffondesse al di
fuori.
Questa parte di edifizio era composta, come dicemmo, di quattro
principali sale, e ognuna di queste comunicava coll’altra. Vi si
giugneva per un grande scalone che metteva alla porta di un’anticamera,
simile per sua forma ad una galleria. L’Abbate avea spesse volte tenuto
capitolo in tale stanza, le cui pareti erano ora intarsiate di legname
peregrino d’un color bruno, tratto, diceasi, dall’Indie occidentali,
che avea ricevuto a Londra bellissima pulitura, e d’una durezza, che
ben molti de’ loro strumenti gli operai vi dovettero logorare. Il
colore oscuro del legno ottenea spicco dal chiarore mandato dalle
candele che stavano sopra ventole d’argento attaccate alle pareti, e
da sei grandi quadri, che erano lavoro de’ primi dipintori del secolo,
e fregiati di ricchissime cornici. Verso lo sfondo inferiore vedeasi
una tavola di legno massiccio, fatta per quelli che voleano ricrearsi
al giuoco del _Shovel-Board_[10], ch’era in grand’uso a quei giorni.
Vedeasi dall’altro lato una ringhiera per collocarvi i sonatori ed i
buffoni che venissero ivi chiamati per aggiugnere giocondità ad una
serata.
Da questa anticamera si passava alla sala della mensa. Era essa di
mezzana grandezza, ma tanto sfarzosa, che per dovizia d’ornati potea
far incanto all’occhio anche il più avvezzo a veder cose grandiose.
Le muraglie, poco prima ignude e nere di fumo, miravasi parate di
un velluto cilestro, ricamato d’argento; erano le sedie d’ebano,
riccamente scolto, e guernite di cuscini somiglianti alla tappezzeria
delle pareti. In vece di ventole d’argento, che sostenessero le
candele, come nell’anticamera, il luogo veniva rischiarato da
un’immensa lumiera, parimente d’argento. Il pavimento era coperto da un
tappeto di Spagna, su di cui i fiori e le frutta vedeansi rassembrati
con colori tanto naturali e brillanti, che si esitava a calcar col
piede un’opera così preziosa. La tavola, costrutta di vecchia quercia
d’Inghilterra, riceveva abbellimento dalla squisitezza dei panni di
lino che vi stavano sovrapposti; ed una grande credenza portatile,
da’ suoi aperti battitoi, mostrava scaffali carichi di vasellami di
porcellana e d’argento. Nel mezzo della tavola sorgeva una saliera
fabbricata in Italia, bellissimo lavoro d’argento, alto due piedi,
che rappresentava il gigante Briareo, le cui cento mani offerivano ai
convitati ogni spezie d’aromi, e tutto quanto potea aggiugnere grazia
al sapore delle vivande.
Di qui si andava alla grande sala, ornata di maestosa tappezzeria,
in cui rappresentavasi la caduta di Fetonte; chè in allora i telai
della Fiandra trattavano a preferenza argomenti classici. Fra gli
altri sedili se ne distingueva uno da parata, che sorgea d’un gradino
dal pavimento, e capace abbastanza perchè vi stessero sedute due
persone. Sovrastava a questo un baldacchino, che al pari de’ cuscini,
de’ paramenti, e fin del sottoposto tappeto era di velluto cremisino,
ricamato a semi di perle. Fregiavano la sommità di esso baldacchino due
corone, quali addiceansi al grado di Conte e di Contessa. Altri sedili
poi non vi si vedevano fuorchè sgabelli coperti parimente di velluto,
e cuscini ad uso moresco, ornati di rabeschi ricamati coll’ago.
Trovavansi nell’appartamento, e strumenti di musica, e telai da ricamo,
e altre cose onde in que’ tempi s’intertenevano le femmine distinte.
La principale illuminazione di questa sala veniva da quattro grandi
torce di cera vergine portate da altrettante statue che rappresentavano
cavalieri Mori armati. Sosteneano questi colla sinistra mano uno scudo
d’argento, che veniva ad essere collocato fra il petto del cavaliere e
la torcia, e lustrato con tant’arte, che ripercoteva i raggi al pari di
uno specchio di tersissimo cristallo.
La stanza del riposo, ultima di questo magnifico appartamento, era
decorata meno sfarzosamente, ma non con minore ricchezza delle altre.
Due lampade d’argento, colme d’olio profumato, vi spargevano d’ogni
intorno odor delizioso, e la luce lor tremebonda producea il gradevole
effetto di un sereno crepuscolo di sera. Sì fitto era il panno de’
tappeti che la pedata anche più grossolana non potea svegliare chi
stavasi a letto. Era questo letto di caluggine, e lo copriva una coltre
d’oro e di seta. Di tela batista le lenzuola, le coperte serbavano la
bianchezza degli agnelli, che fornirono a intesserle i loro velli.
Le cortine erano di velluto turchino, trapuntato di seta cremisina,
tagliate a festoni d’oro, e fregiate d’un ricamo che rappresentava gli
amori di Cupido e di Psiche. Trovavasi sulla _toletta_ un magnifico
specchio di Venezia, con cornice messa in filigrana d’argento, e a
canto d’esso vedeasi una bella coppa d’oro, serbata a contenere la
bevanda, ch’era allora costume di libare prima di mettersi al riposo.
Un pugnaletto, ed un paio di pistole, ornati d’oro, stavano presso al
capezzale del letto, armi che non si mancava di presentare agli ospiti
di riguardo, piuttosto, com’è da credere, per una formalità, che per
mettergli in sospetto di verun pericolo. Non dobbiamo qui tralasciare
una circostanza che caratterizza i costumi di que’ tempi. Trovavasi
nella grossezza delle muraglie un incavo, rischiarato da un cero,
entro cui erano due cuscini riquadrati, coperti della stessa stoffa
che le cortine del letto, e posti dinanzi ad un inginocchiatoio di
ebano, scolpito nella parte più alta. Fu questo luogo, altra volta,
l’oratorio dell’Abbate. N’era stato tolto in allora il Crocefisso, in
cui vece vennero posti due libri di preci, riccamente legati e guerniti
d’argento.
Il sol mormorio de’ venti che agitavano i rami delle querce del parco,
potea penetrare in questo asilo della quiete, tranquillo cotanto, che
il Dio del sonno lo avrebbe invidiato. Contigui alla stanza da letto
erano due gabinetti da _toletta_, non apparati con minor lusso delle
sale dianzi descritte. La parte di edifizio cui tenea l’ala meridionale
dava luogo alle cucine, agli ufici, e agli altri alloggiamenti
necessarii alla comitiva del ricco e nobile signore, per comando del
quale sì delizioso soggiorno fu apparecchiato.
La divinità che n’era lo scopo, ben meritava le spese fatte in esso, e
le fatiche adoperate nel condurlo a sì bel termine. Seduta nell’ultima
delle descritte stanze, stavasi contemplando tai delizie create
d’improvviso in suo onore, con occhio di compiacenza, e d’una vanità
che era naturale quanto innocente. Perchè la sola cagione del mistero
posto nel fornire sì ricco appartamento era il soggiorno che essa
faceva a Cumnor Place. Si ebbero le più accurate diligenze, affinchè
sino all’istante, or giunto per lei, di entrarne al possedimento, ella
ignorasse che si fabbricava in quella parte dell’antico edifizio, e che
non comparisse mai innanzi agli operai adoperati a tal fine. Pertanto
non essendo ella mai stata nel ridetto luogo, ed entrando questa sera
la prima volta in un appartamento cotanto diverso dal rimanente della
fabbrica, credè per un istante trovarsi in un palazzo incantato. E
vistasi in mezzo a tanta grandezza, si abbandonò a quella gioia vivace
e libera, che ognun pensa dover nascere in una giovinetta avvezza a
vivere nel ritiro della campagna, tratta d’improvviso ad uno splendore,
cui non avrebbe mai osato aspirare, comunque strani ne fossero stati
i desiderii; e fornita in oltre d’un cuore tenero e riconoscente, che
ben comprende essere sì cari incanti l’opera dell’amore, mago il più
possente di quanti se ne possano immaginare.
La contessa Amy, tal si era il grado, cui l’avevano sollevata
le sue nozze, segrete sì ma non mancanti di alcuna formalità,
coll’uomo maggiore per dignità e più possente di quanti vivessero
nell’Inghilterra, non potè starsi per qualche tempo dal correre d’una
stanza all’altra, nè mai era sazia di contemplare le cose ognor
nuove che le ferivano il guardo, tanto più lieta che nel trarne
motivo di apprezzar vie più il delicato gusto del Lord impadronitosi
dell’innocente suo cuore, vi leggeva le prove della tenerezza con cui
era amata.
«Quanto sono belle, sclamava, queste tappezzerie, e naturali queste
dipinture! Com’è ricco il lavoro di questi argenti! Non direbbesi
padrone di tutti i galeoni di Spagna colui che il fece eseguire? Ma
Giannina! (ripeteva ella sovente alla figlia del Foster, che la seguiva
con eguale curiosità, benchè più moderata nella sua gioia) come è più
delizioso di tutto ciò il pensare, che tante maraviglie vennero qui
attorno adunate per amor mio, e che ad una qualche ora di questa sera
potrò starmi col creatore di tal novello Paradiso, e ringraziarlo, ben
assai più che delle maraviglie contenute in esso, di quella tenerezza,
che sola ve le collocò!»
«Egli è il Signore, o Milady, rispose tosto la giovane Puritana, cui
dovete dar grazie d’avervi conceduto uno sposo sì tenero e che fa tante
cose per voi. Anch’io veramente mi sono studiata ad ornarvi quanto
meglio sapessi. Ma se non la finite di correre così da una stanza
all’altra, non terrà saldo una sola delle spille de’ vostri ricci, e
la mia opera scomparirà, come al primo raggio di sole si dileguano i
disegni, che la brina ha fatti su i vetri.»
«Hai ragione, Giannina,» disse la giovane e bella contessa, uscendo
dell’estasi in cui era assorta, e d’improvviso fermando il suo correre.
Poi postasi innanzi ad uno di quegli specchi, de’ quali non avea mai
veduto più grandi (nè forse i più belli si trovavano nell’appartamento
della Regina) tornò a ripetere: «Hai ragione, Giannina», indi si
abbandonò ad un moto di gioia, ben perdonabile alla sua età, in vedere
che quello specchio riflettea forme presentatesi ben di rado alla
lucida sua superficie. «Sembro piuttosto una venditrice di latte che
una contessa con queste guance rosse e riscaldate, e con queste brune
trecce che tu avevi aggiustate in tanta simmetria, e che ora vanno
qua e là, come i tralci d’una vite che non sia mai stata potata. Gli
ornamenti del collo non si reggono più, e mi scoprono il seno oltre
quanto la decenza permette. Vieni, Giannina, è d’uopo ch’io m’accostumi
alle molestie unite alla pompa. Entriamo nella gran sala, mia buona
giovane, tu ricomporrai questi capelli in sommossa, e imprigionerai
sotto la batista ed il pizzo questo mio seno che è troppo vivamente
agitato.»
Esse passarono adunque nella gran sala, ove la Contessa,
negligentemente appoggiandosi sui cuscini, ora si abbandonava alle
proprie meditazioni, ora udiva con diletto le ciance di questa giovane
sua seguace.
In tale atto ed espressione di fisonomia che tiene un grado di mezzo
fra la distrazione e l’impazienza di chi aspetta, credo che per
trovare lineamenti sì amabili e che significassero tanto, si sarebbero
corsi invano i mari e le terre. La ghirlanda di brillanti, posta
sopra capelli d’un bruno carico, splendea meno di quell’occhio nero
adombrato da un sopracciglio bruno, sì regolare che l’avresti detto
dipinto, e da lunghe ciglia dello stesso colore. Le corse fatte per
le stanze; il contento della vanità soddisfatta, l’ardente desio di
veder giungere il Conte, invermigliavano in deliziosa foggia quelle
guance, che d’ordinario peccavano alcun poco di pallidezza. Bianca ne
era la collana di perle quanto il latte, che, novello pegno dell’amor
dello sposo, ella già portava al seno. Ma era un nulla questo candore
a fronte di quel de’ suoi denti, che avrebbero fatto perder vezzo
alla pelle, se la speranza e il contento non le avessero impresse le
gradazioni del color della rosa.
«Ebbene, Giannina, queste tue dita sì affaccendate non hanno ancora
terminato il loro lavoro? chies’ella alla giovane ancella, che si dava
grande sollecitudine di riparare i guasti occorsi nell’acconciatura
della Contessa. Va bene, Giannina, va bene. Ora fa d’uopo ch’io veda
tuo padre prima che giunga Milord. Voglio anche vedere il signor
Riccardo Varney, che è in tanto favore presso il Conte. Eh! sì: non
dipenderebbe da me che il farglielo perdere col rivelare certe cose a
mio marito....»
«Oh! fate bene ad astenervene, mia buona padrona, disse subito
Giannina. Mettete questo Varney nelle mani del Signore, che sa punire
i cattivi, quando lo giudica a proposito. E poi se mi credete, non
entrate mai in disparere con Varney. Egli gode la confidenza del
padrone, e chiunque lo ha contrariato ne’ suoi divisamenti, rare volte
ha fatto fortuna.»
«E come sapete tai cose, mia Giannina? Perchè dovrei io avere tutti
questi riguardi con un uomo d’una condizione tanto inferiore, io che
sono la moglie del suo padrone?»
«Milady conosce meglio di me quello che ha da operare; ma ho udito
più volte dir da mio padre, ch’egli vorrebbe incontrarsi in un lupo
affamato, anzichè sconcertare a Riccardo Varney il minimo de’ suoi
divisamenti. Mi ha in oltre raccomandato di non fare alcuna lega con
essolui.»
«Tuo padre ti ha parlato da savio uomo, Giannina, e ti posso guarentire
che t’ha così consigliata per il tuo bene. È una sfortuna che i
lineamenti, e i modi di Foster non s’accordino colle sue intenzioni,
perchè potrebbero anche essere pure.»
«Oh! non ne dubitate, Milady, che le intenzioni di mio padre non sieno
rette. So che non è bello, ma non bisogna giudicare il cuor degli
uomini dalla figura.»
«Lo credo, mia buona fanciulla: e voglio crederlo, se non foss’altro,
per amore di te. La sua fisonomia però è tale che non si può guardarlo
senza provare un certo fremito. Io penso, che fin tua madre.... Non
hai anche finito, mia cara, di torcermi i capelli con questo ferro?...
Penso che tua madre tremasse sempre al suo aspetto.»
«Se la cosa fosse stata così, mia signora, mia madre avea tai parenti,
che avrebbero saputo sostenerla. Ma voi stessa, Milady, io vi ho veduto
divenir rossa e tremare, quando Varney vi pose fra le mani quella
lettera di Milord.»
«Voi vi prendete libertà più del dovere, o Giannina (disse la Contessa,
abbandonando il cuscino, su cui, appoggiato il capo alla spalla
dell’ancella, si stava seduta: poi riprendendo tosto il tuono di bontà
che le era famigliare) tu non sei pratica, le disse, che in certe
occasioni si può tremare senza essere preso da verun timore. Per tuo
padre, mi sforzerò d’avere di lui la migliore opinione possibile,
se non per altro perchè gli sei figlia, mia cara fanciulla. Oimè
(soggiunse di poi, e nel dire le seguenti cose, una nube di tristezza
le coperse la fronte, e i suoi occhi si fecero gonfi di lagrime), io
non posso non aprir l’orecchio agli accenti della pietà filiale, io
che ho un padre non consapevole del mio destino, io che or ora ho
saputo esser egli infermo e angoscioso sulla mia sorte! Ma lo rivedrò,
e la notizia della fortuna cui ascesi, lo farà tornar giovane. Io gli
restituirò la primiera gioia. — Ma intanto non è bene ch’io pianga (e
nello stesso tempo si rasciugava gli occhi). Milord non dee trovarmi
fredda alle bontà che mi usa; mal si starebbe ch’ei vedesse la sua
creatura in istato di tristezza, allorchè dopo sì lunga lontananza
viene ad allegrarne di sua presenza il ritiro. Componiamoci alla gioia,
diletta Giannina; la notte non è lontana; ed avremo presto Milord.
Chiamami tosto tuo padre, e Varney. Non ho nessun astio contro di loro,
e benchè e l’uno e l’altro m’abbiano dato motivi di non esser contenta,
sarà omai colpa d’essi soltanto, se mi costringessero a farne qualche
querela a Milord. Vanne, Giannina, dì loro che qui gli aspetto.»
La giovane Foster ubbidì alla sua padrona, e pochi minuti dopo, il
Varney si mostrò nella gran sala con tutta quella disinvoltura, grazia
e arditezza, di cui non è penuria in un cortigiano, che sappia ben
avvolgersi entro manto d’urbanità, per nascondere il proprio animo, e
disvelar meglio quello degli altri. Veniva dopo lui Tony Foster, la cui
fisonomia malaugurosa e triviale si faceva appunto più scorgere pel
goffo studio ch’egli metteva a non lasciar comprendere come vedesse di
mal occhio, e con vera inquietudine che quella femmina, sulla quale
avea fin allora usato d’autorità quasi dispotica, fosse adorna di tutti
gli apparati della grandezza, e vedesse d’ogn’intorno a sè sì luminosi
pegni dell’amor d’uno sposo. E fu una confessione del nudrito mal animo
la sinistra riverenza fattale da costui, non diversa da quella ch’è
solito praticare un reo giunto al cospetto del giudice, allorchè vuole
ad un tempo darsegli per colpevole ed implorarne pietà.
Il Varney, che per la sua prerogativa d’essere nobile, lo precedè
entrando nell’appartamento, avea già in un istante recapitolato nella
sua mente le cose da dirsi ad Amy, onde per tutti i riguardi potea
meglio del Foster esporle con garbo e franchezza.
Il saluto voltogli da Amy fu sì cortese da presagire a lui compiuta
indulgenza su gli antichi falli; ed alzatasi e mossagli incontro, gli
porse la mano così dicendogli: «Sig. Varney, voi mi portaste in questa
mattina tai notizie, la cui sorpresa tanto mi fu deliziosa, ch’io temo
perfino avermi dimenticato la raccomandazione fattami da Milord perchè
ben vi accogliessi. Vi offro la mia mano qual pegno di riconciliazione.»
«Non son degno di toccarla (rispose Varney, piegando a terra un
ginocchio) in altra guisa che come il suddito tocca talvolta quella
del suo sovrano.» E in ciò dire accostò alle proprie labbra quelle
belle dita snodate, cariche di brillanti, e d’altri sontuosi ricordi
dell’amore di Milord; indi alzatosi, con leggiadria fece alcun passo
per condur lei verso il sedile di parata.
«Scusatemi, sig. Varney, non mi sederò certamente in quel luogo, ammeno
che non sia lo stesse Milord a condurmivi. Non mi vedo finora che una
contessa in maschera, nè voglio attribuirmene le prerogative, prima di
essere a ciò autorizzata da lui, che ha il potere di conferirmele.»
«Io spero, Milady (cominciò allora Foster il suo discorso), che
nell’eseguire gli ordini datimi da Milord vostro marito, non avrò
incorso la vostra disgrazia. Col tenervi rinchiusa non feci, voi stessa
lo vedete, che adempire il mio obbligo verso chi è padrone mio, ed
anche di voi, perchè il Cielo, come lo dice la sacra Scrittura, diede
al marito autorità e supremazia sopra la moglie. Son queste, o poco
diverse da queste, le parole del testo.»
«Sig. Foster, la soave sorpresa ch’io provai entrando in questi
appartamenti fa le scuse della rigida severità, con cui me ne
allontanaste, ond’io non li vedessi che ornati in tanto splendida
foggia.»
«Certamente, Milady, e si sono spese in ciò ben molte _corone_;
ma poichè non conviene spenderne oltre i limiti di ciò che è
indispensabile a compir tutto a dovere, vado intanto ad attendere io
medesimo pei preparamenti che restano a farsi in questa casa; e finchè
arrivi il vostro sposo, vi lascio col sig. Varney, che a quanto penso,
dee dirvi alcune cose per parte del nobile lord. Giannina, vieni con
me.»
«No, sig. Foster, no. Giannina rimarrà meco. Basta si tenga
all’estremità della sala, finchè il sig. Varney avrà da dirmi per parte
di Milord cose, ch’ella non debba sapere.»
Il Foster si ritirò salutando losco la Contessa, e lasciando sugli
apparati della sala tal guardo, come di chi sospirasse le somme
prodigalizzate per convertire in palazzo asiatico un corpo di edifizio,
che avea sembianza d’un granaio in rovine. Partito lui, la sua figlia
prese il telaio da ricamo, e si pose in fondo dell’appartamento, vicino
alla porta della sala della mensa. Varney allora cercò con tutta umiltà
lo sgabello che gli parve il più basso, e vi si pose vicino ad Amy,
sedutasi un’altra volta sopra i cuscini; poi chinando gli occhi a
terra, rimase tacito per qualche tempo in tale positura.
«Io giudicava, sig. Varney (disse la Contessa, quando credè accorgersi
ch’ei non avea voglia di assumere la parola), che doveste parlarmi per
parte di Milord, o almeno così mi diedero a pensare le cose dette dal
Foster. Perciò feci allontanare l’ancella. Qualora mi sia ingannata,
la richiamerò presso di me. Ella non è per anche ben addestrata nel
ricamo, ed ha bisogno di qualche occhiata che regoli il suo lavoro.»
«Foster mi ha male inteso, o Milady, rispose Varney. Gli è bene del
nobile vostro sposo, del rispettabile mio protettore, che desidero
intertenervi; ma non per sua commissione.»
«Sia che mi parliate di Milord, sia per parte di Milord, o signore,
tale scopo d’intertenimento non può essermi che accetto. Ma
affrettatevi, perchè ad ogni istante egli può esser qui.»
«Vi parlerò adunque, signora, con egual brevità e franchezza, perchè
l’argomento ha d’uopo d’entrambe le cose. Voi vedeste Tressiliano in
quest’oggi?»
«Sì, o signore. Quali conclusioni ne deducete perciò?»
«Io! nessuna, Milady. Ma credete voi, che Milord accoglierà con eguale
tranquillità d’animo tal notizia?»
«Perchè no? A me sola portò molestia ed affanno la visita di
Tressiliano, perchè ne seppi la malattia di mio padre.»
«Di vostro padre, o signora? Convien dire che questa malattia sia stata
ben subitanea, perchè il messaggere, da me speditogli, per ordine di
Milord, trovò questo degno cavaliere, che montato sul suo palafreno, e
animando con giovial volto i suoi cani, si dilettava, com’ha costume,
alla caccia. Credo fermamente che Tressiliano abbia inventata questa
notizia. Nè vi è ignoto del certo quali sieno in esso i motivi di
disturbare le presenti vostre contentezze.»
«Voi gli fate un’ingiustizia, sig. Varney (ripigliò a dire con vivacità
la Contessa). Egli è l’uomo del mondo il più franco, il più veritiero,
il più leale. Ed eccetto l’ottimo sposo mio, non conosco altro che
nell’odiar la menzogna si possa paragonare a Tressiliano.»
«Perdonatemi, o Milady, io non ebbi intenzione di rendermi ingiusto
verso di Tressiliano, nè m’immaginai che vi sareste assunte con tanto
calore le sue difese. Ma si può in alcune circostanze mascherare
qualche poco, e ciò con fini onesti e legittimi, la verità. Ben
comprendete, che se questa si dovesse dire apertamente ogni volta e in
tutti i tempi, non si saprebbe come vivere in questo mondo.»