«Me ne dai adesso una bella pruova! Prima di tutto il modo de’ tuoi

discorsi non quadra ai tempi in cui siamo. Tu gl’infilzi sempre con

giuramenti che sanno di papismo. Poi il tuo portamento è troppo

dissoluto, troppo mondano per mostrarti in mezzo alla comitiva di un

gran signore, obbligato a mantenersi in una certa riputazione agli

occhi del Pubblico. Ti fa mestieri l’assumere un contegno più grave

e composto, portar vesti men licenziose, un collare senza pieghe e

ben inamidato, brache più strette, un cappello con più larghe ale,

non giurar mai che sulla tua fede e sulla tua coscienza, rinunziare a

quest’aria di spadaccino; in somma non toccar mai l’impugnatura della

tua sciabola che quando veramente è dovere di adoperarla.»

«Per la luce del giorno! tu sei divenuto pazzo. Questo ritratto che mi

fai, s’adatta a qualche famiglio d’una vecchia puritana, non mai ad

uom bravo che si dia al servigio d’un cortigiano ambizioso. Per ben

conformarmi al modello che mi dipingesti, non mi mancherebbe altro che

tener la bibbia in luogo di pugnale al mio centurino, nè conservare

in me altra apparenza di fortezza che quanta al più se ne pretende da

chi accompagna qualche orgogliosa devota alla predica, se talvolta

occorre farsele campione contro quegl’insolenti garzoni di bottega che

le vogliono disputare la parte del muro. Non è così, cred’io, che deve

mostrarsi il cortigiano d’un grande.»

«Tu non sai dunque, Lambourne, che da quando partisti dall’Inghilterra,

tutte le cose sono cambiate, e che tal uomo il quale in segreto corre

alla sua meta con passo risoluto, e che nulla potrebbe rattenere,

si studia poi in compagnia, di non prorompere mai in minacce, in

giuramenti, in detti profani.»

«Intendo. Si dee far commandita col diavolo, ma con patto di non

pronunziare mai il suo nome. Ebbene. Mi sforzerò piuttosto a

contraffarmi, che accattar brighe con questo nuovo mondo, che tu vuoi

divenuto sì puntiglioso. Come si chiama adunque questo signore, sotto

cui debbo far noviziato d’ipocrisia?»

«Ah! ah! signor Michele, egli è con questo bel garbo, che vi siete

accinto all’impresa di scoprire i fatti miei. E che sapete voi se

l’uomo che vi ho descritto si trovi in questo mondo, o che piuttosto io

non abbia voluto divertirmi a vostre spese?»

«Tu divertirti a mie spese! Povero gonzo! (disse senza intimidire il

Lambourne). Non sai tu, o testa sventata, che dietro al letamaio ove

credesti nasconderti a tutto il mondo, mi bastano ventiquattr’ore per

vedere tutte le cose tue chiaramente come a traverso all’osso di una

lanterna da scuderia?»

Finiva di dir ciò il Lambourne, quando un acuto grido interruppe questo

intertenimento.

«Per la santa croce d’Abingdon (sclamò il Foster, che preso da paura in

tale momento, dimenticava d’essersi fatto protestante). Io sono un uomo

rovinato, perduto.»

Dette le quali cose, corse nell’appartamento d’onde il grido era

uscito, e ove Michele lo accompagnò. Ma per ispiegare la cagione di

un tal contrattempo ne è d’uopo risalire all’istante d’allora che il

Foster condusse nella biblioteca il Lambourne.

Tressiliano nel rimaner solo, lasciò sovra coloro che uscivano,

un’occhiata di sprezzo, sprezzo di cui serbava parimente una gran

parte per se medesimo per essere disceso a mettersi, anche per poco,

in brigata con gente di tal natura. «Amy, donna crudele, diceva

egli fra se stesso, son questi compagni, che la tua ingiustizia,

la tua leggerezza, l’inconsiderata tua crudeltà m’hanno costretto

a cercarmi! Io non avvezzo a sperar soccorso che da amici degni di

me, i quali oggidì mi sprezzeranno altrettanto quanto io per amarti

mi sono degradato agli sguardi di me medesimo! Ma non quindi io

discontinuerò dal seguirti, o tu che fosti un giorno la meta del più

puro, del più tenero affetto. E benchè tu non possa omai essermi che

argomento di lagrime e di cordoglio, ti strapperò di mano all’autore

del tuo precipizio. Ti salverò da te medesima, ti restituirò ai tuoi

congiunti, al tuo Dio. Gli è vero che non vedrò più quel bell’astro

brillar sulla sfera da cui scese egli stesso! Ma almeno....» Tai

cose ragionava, allorchè un legger romore udito nell’appartamento lo

distolse dal meditare. E voltosi verso la porta laterale, gli occhi

suoi si scontrarono in una donna tanto leggiadra, quanto pomposamente

vestita, ch’ei ravvisò per quella di cui era in traccia. La prima

cosa ch’egli fece dopo tale scoperta fu nascondere il volto entro

il collare dell’abito, onde aspettar così il momento migliore per

darsi a conoscere. Ma la giovinetta (chè essa non contava oltre ai

diciott’anni) mandò a vôto questo divisamento; perchè, tutta brio, il

trasse per l’abito, e con gajezza gli disse:

«Oh! amico del mio cuore! Dopo esservi fatto aspettare sì lungo tempo,

avvisate forse di venire in una festa da maschere? Voi siete accusato

di tradimento al tribunal dell’amore. Dovete comparirmi innanzi, e

rispondere a viso scoperto. Udiamo che cosa sapete addurre in vostra

discolpa. Siete reo, o siete innocente?»

«Oimè! Amy....» disse Tressiliano con voce fioca e dolente, e in dir

ciò lasciò vedere il suo volto.

Il suono di questa voce, ed una presenza sì poco aspettata, posero

termine alla gioia onde la giovinetta era compresa. Diè un passo

addietro, fattasi pallida come la morte, e coprendosi il viso con

ambo le mani. Lo scotimento fu troppo grave per Tressiliano, sicchè

nel primo istante non gli lasciò forza ad articolare parola. Ma poi

ricordandosi la necessità di afferrare un momento che forse non si

sarebbe offerto altra volta, si disse, «Amy, non vi prenda timore

alcuno».

«E perchè dovrei temere? (rispose ella, togliendosi le mani dal volto,

che il rossore ingombrava) e di che temere? Sol mi fa stupore, sig.

Tressiliano, che vi presentiate in casa mia senza esservi nè invitato,

nè desiderato.»

«In casa vostra, Amy! rispose Tressiliano. È dunque un carcere il

vostro soggiorno? e un carcere custodito dal più infame fra gli uomini,

tranne quello che stipendia costui!»

«Sono in casa mia, vi ripeto, e questa abitazione mi appartiene

sintantochè mi piacerà soggiornarvi. Se mi diletta vivere in un ritiro,

chi è che abbia diritto di opporsi a questa mia inclinazione?»

«Vostro padre, o giovinetta; vostro padre tratto alla disperazione.

Egli è che m’ha ingiunto cercarvi per ogni dove, confidandomi

un’autorità, che gli è impossibile l’usare in persona. Leggete questa

lettera, ch’egli scrisse, mentre benediva i patimenti cui soggiace il

suo corpo, sol perchè gli facevano dimenticare per pochi istanti le

angosce del cuore.»

«I patimenti, cui soggiace il suo corpo! È dunque infermo mio padre?»

«Infermo tanto, che è incerto, se la vostra presenza, comunque vi

affrettiate, sarà valevole a restituirgli la salute. Un istante basta

agli apparecchi della partenza, se consentite seguirmi.»

«Tressiliano, non posso, non debbo, non oso abbandonar questa casa. —

Ma tornate da mio padre, ditegli che otterrò la permissione di vederlo

prima che 12 ore sieno trascorse. Accertatelo ch’io sto bene, ch’io

sono felice, o che almeno il sarei, se potessi crederlo felice al pari

di me. Ditegli che non tema di non vedermi, e di non vedermi in modo

da dimenticare tutti gli affanni che gli ho cagionati. — La povera Amy

si trova oggidì in un grado più sublime di quanto osi dir ella stessa.

— Andate, virtuoso Tressiliano. Fui colpevole d’ingiustizia verso di

voi; ma, credetelo, ho il potere di compensarvi per la ferita che vi

apportai. Vi ho negato un cuore che non era fatto pel vostro, ma saprò

in vece assicurarvi onori e fortune degne di voi.»

«E Amy può parlarmi in tal guisa? Meritai sì poca stima da voi che or

mi offeriate in compenso di rapita pace e tranquillità gli spregevoli

trastulli d’una frivola ambizione? Ma della prima ferita che faceste al

mio cuore non vi fo omai più rimprovero, nè qui sono che per giovarvi,

e rendervi la libertà. Sì, la libertà. Vorreste invano celarmelo. Vi

tengono qui prigioniera; perchè se fosse altrimenti, il vostro animo

ben fatto (tale fu almeno una volta) vi farebbe sospirare di essere

già a quest’ora al letto di vostro padre. Venite, figlia infelice, ed

ogni colpa sarà dimenticata, perdonata. — Quanto a me, non temete per

parte mia veruna importunità, veruna querela. Feci un sogno, ma già mi

sono svegliato. Bensì, pensate a vostro padre... Affrettatevi finchè

vive ancora. Venite: una soave parola, una lagrima di pentimento,

cancelleranno da lui la rimembranza di tutto il passato.»

«Non vi dissi già, Tressiliano, ch’era mio volere di condurmi ad

esso? nè metterò a questo soave dovere maggior indugio di quel che

m’è indispensabile per compierne altri parimente sacri. Ne chiamo in

testimonio questo giorno che mi rischiara. Io sarò da mio padre appena

ne avrò ottenuta la permissione.»

«Che ascolto? (rispose impazientendosi Tressiliano) V’ha d’uopo di

permissione per vedere un padre infermo, che giace forse sul letto

della morte? E a chi la chiederete voi, tal permissione? Forse allo

sciagurato, che sotto larva di amicizia, abusò di tutti i diritti della

ospitalità per involare alle paterne braccia una figlia?»

«Non parlate in tal guisa di lui, Tressiliano. L’uomo che ingiuriate

ora, porta una sciabola ben arrotata quanto la vostra, e fors’anche

meglio arrotata. Uomo vano! le azioni più gloriose che tu hai fatte in

tempo di guerra o di pace, cedono tanto al confronto di quelle che lo

illustrano, quanto il grado che tieni nel mondo è al di sotto della

sfera sulla quale egli campeggia. — Lasciami, compi il messaggio, di

cui t’incaricasti col padre mio. Desidero però che dovendomi far sapere

altre cose, egli scelga un messaggiere a me più gradevole.»

«Amy (rispose con tranquillità Tressiliano) questi oltraggi non hanno

forza di movermi a sdegno. Ditemi solamente una parola, che possa far

rilucere un raggio di consolazione all’animo del mio vecchio amico. —

Quest’alto grado di colui che vantate cotanto, lo dividete voi seco? Ha

egli il titolo e le prerogative d’uno sposo per decidere sulle vostre

azioni?»

«Basta così, sclamò ella. Voi vi prendete tal libertà, che non mi

conviene il sofferirla. Avrei rossore di rispondere ad interrogazioni

che offendono l’onor mio.»

«Col negar di rispondere, Amy, mi dite più di quel che vi chiedo.

Ma ascoltatemi, giovinetta infelice! Io vengo munito di tutta

l’autorità d’un padre, e quindi vi comando ubbidire. Saprò sottrarvi

alla schiavitù dell’obbrobrio e della colpa, anche a malgrado di voi

medesima.»

«Non mi minacciate una violenza, (sclamò la giovane, facendosi indietro

alcun passo, e intimorita dal tuono risoluto dell’altro) non mi

minacciate, Tressiliano. Ho modi di resistere alla forza.»

«Ma spererei non aveste vaghezza di prevalervene a difesa di una sì

trista causa. È impossibile, Amy, che liberamente e di pien vostro

grado acconsentiate a vivere nel disonore e nella schiavitù. O qualche

talismano vi rattiene, o voi siete il giuoco di perfidi artifizi,

o finalmente vi credete legata da giuramenti, che vi si fecero

pronunziare per forza. — Comunque sia, romperò io tutti gl’incanti con

poche parole: Amy, in nome di vostro padre, di vostro padre condotto

all’ultima disperazione, v’intimo seguirmi in questo medesimo istante.»

Dette le quali cose, le si avvicinò stendendo il braccio, come per

afferrarla, e fu allora che spaventata mandò il grido, onde giunsero in

quella sala il Lambourne e il Foster.

«Per satanasso! (esclamò entrando il secondo) che si fa qui?» Poi

volgendosi alla giovane, le disse in tuono, nè di comando tutto, nè

tutto di preghiera; «Signora, per qual combinazione vi trovate voi fuor

de’ vostri confini? Sarà bene vi ritiriate. È cosa, in cui può stare

la vita e la morte. — E voi, amico mio, chiunque vi siate, uscite di

questa casa. Partite subito prima che la punta del mio pugnale abbia

tempo di far conoscenza col vostro giustacuore. — Fuori la sciabola,

Michele, liberane da questo sciagurato.»

«No, sulla mia anima, disse il Lambourne. Egli è venuto qui in mia

compagnia, e per una conseguenza de’ miei principii, non ha nulla

da temere da me fintanto almeno che non ci torniamo a trovare. — Ma

però ascoltatemi (soggiunse volgendosi a Tressiliano), caro amico di

Cornovaglia, sparite, sfumatevi, levate il campo dalla parte di Dio....»

«Taci, ente spregevole, gli disse fieramente Tressiliano. Vi saluto,

o signora. Quel poco di spirito vitale, che rimane tuttavia al padre

vostro, non so se reggerà alla notizia di cui sto per essergli

apportatore.» Dopo queste parole si ritirò, in tanto che la giovinetta

gli dicea con fioca voce: «Tressiliano, non commettete imprudenze, e

guardatevi dal calunniarmi.»

«Quest’è una bella faccenda, disse Foster. Milady, ritiratevi, ve ne

prego nel vostro appartamento, e lasciateci meditare qual cosa torni

meglio in tal circostanza. — Presto, ritiratevi.»

«Signore, non vivo sotto i vostri comandi» ella rispose.

«È vero, milady; ma però è necessario...... scusate la mia libertà,

milady; ma.... viva Dio! non è momento da cerimonie, e fa d’uopo che

torniate nel vostro appartamento. — Michele, se ti sta a cuore....

tu mi capisci. — Va dietro a quello sfrontato manigoldo, e fallo

sloggiare. Intanto io persuaderò questa signora. — Presto, impugna la

sciabola, e segui l’orme di colui.»

«Lo seguirò, disse il Lambourne, e lo farò andar fuori delle nostre

frontiere, ma quanto ad alzar la mano contro un uomo, con cui ho vôtato

il bicchiere della mattina, nol farò mai. Opererei contro coscienza.»

Dette tali cose, partì.

Intanto Tressiliano, già uscito fuor della casa, prese quel primo

viale, che credè conducesse alla porta d’onde entrò; ma lo stato di

salvatichezza cui era ridotto il parco, le idee che tenevano agitato

il suo animo, la stessa premura di sottrarsi da un luogo ove non

era saggezza il rischiar nulla, gli fecero prendere un viale per un

altro. Quindi invece di trovarsi nel cammino che metteva al villaggio,

dopo molto aggirarsi, si vide dall’altra banda di quel possedimento,

rimpetto ad una porticella fatta nel muro, d’onde si andava ne’ campi.

Si fermò un istante; e poco per vero dire, gli rilevava da qual porta

sarebbe uscito, purchè abbandonasse un soggiorno che non gli offeriva

se non se amarissime ricordanze. Ma vi era probabilità che quella

porticella fosse chiusa, e gli negasse un varco da quella parte.

«Pur conviene farne la prova, pensò egli fra se medesimo. La sola via

di salvare questa infelice giovinetta, questa giovinetta sempre cara

al mio cuore, sta in ciò che il padre di lei faccia appellazione alle

leggi violate del nostro paese. È dunque mestieri partecipargli senza

indugio questa notizia, che oh! quanto deve trafiggergli l’anima.»

Così intertenendosi co’ suoi pensieri, si avvicinò alla porticella, e

mentre indagava se vi era modo d’aprirla, o se tornava meglio scalare

il muro, udì dalla parte esterna il romore d’una chiave introdotta

nella serratura. Tosto la porta si aprì, e mentre aggiravasi su i

suoi cardini, Tressiliano vide innanzi a sè un uomo involto in grande

ferrajuolo, coperto da un cappello tutto disteso cui soprastava un

pennacchio. Questi si fermò pochi passi distante da Tressiliano. E

fu un tempo medesimo, allorchè con esclamazione di risentimento e di

stupore pronunziarono, il nome di Tressiliano quegli che entrava, il

nome di Varney, l’altro che meditava l’uscita.

«Che fate voi qui? (domandò aspramente il nuovo giunto, dopo avere

lasciato trascorrere l’istante della prima sorpresa). Che fate voi qui,

in questo luogo, ove non siete, nè atteso, nè desiderato?»

«E che cosa vi fate voi? posso chiederlo egualmente, o Varney? (rispose

Tressiliano). Venite qui forse per trionfare dell’innocenza che

sagrificaste, siccome l’avoltoio od il corvo si pascono dell’agnello,

cui prima strapparono gli occhi? o veniste piuttosto a ricevere

dovuto castigo dalla mano d’un uomo d’onore? Sguaina quella sciabola,

scellerato, e difenditi.»

E già in ciò dire, Tressiliano avea snudata la sua; ma Varney non

fece per allora altra cosa che metter la mano sulla impugnatura della

propria. «Tu sei, gli disse, in errore, o Tressiliano, benchè le

apparenze, il confesso, stiano contro di me. Ti protesto, con tutti

que’ giuramenti che un sacerdote può suggerire, e che un uomo può fare,

non esservi alcuna cosa che Amy Robsart abbia diritto di rimproverarmi.

T’assicuro che mi spiacerebbe in tal circostanza sollevar la mano

contro di te. Tu però non ignori che mi so battere.»

«L’ho inteso dire, Varney, disse Tressiliano, pure in questo momento ne

bramo un miglior mallevadore che non la tua stessa parola.»

«L’avrai, rispose Varney, se questa lama, e quest’impugnatura non

mi tradiscono». E nel punto medesimo trasse con la mano destra la

sciabola, ed involgendo la manca nel suo mantello assalì Tressiliano

con tal impeto, che pareva dovesse stare per l’assalitore il vantaggio.

Ma questo vantaggio non gli durò lungo tempo, perchè ad un cuore arso

dalla sete della vendetta, aggiugnea Tressiliano un braccio avvezzo

a trattar l’armi, ed un occhio esperimentato a tutti gli stratagemmi

della scherma. Laonde Varney trovandosi a sua volta incalzato

d’appresso, risolvette di assalire da corpo a corpo il nemico, e fermo

in tale disegno, avventurò ad una stoccata di Tressiliano quella parte

del proprio corpo che il mantello copriva meglio; per cui prima che

l’altro avesse sbarazzata la propria arme, gli si gettò addosso, e

tenendogli vicinissima la punta, stava per trapassargli il petto.

Ma l’avversario, esperto ad ogni genere di guardia, trasse presto

coll’altra mano il pugnale, e colla lama di questo parò un colpo che

avrebbe posto fine alla pugna.

Nella qual difesa mostrò tal destrezza, per cui, se Giles Gosling fosse

stato presente, si sarebbe confermato nella credenza che esternò,

essere cioè Tressiliano nativo di Cornovaglia. Gli abitanti di questa

contrada posseggono tanta perizia nell’armeggiare, che se tornassero in

usanza i giuochi e le giostre dell’antichità, essi potrebbero disfidare

il rimanente d’Europa. Varney dopo il suo mal avvisato tentativo fu

rovesciato sì aspramente e sì all’impensata, che la sua sciabola andò

alcuni passi distante da lui, e prima di potersi rialzare, vide sul

proprio collo la punta dell’arme avversaria.

«Dammi tosto modo di salvare la vittima del tuo tradimento, gridò in

quell’atto Tressiliano, o preparati a congedarti dalla luce del giorno

che ti rischiara.»

Varney, troppo confuso, ed irritato per trovar parole a rispondergli,

fece un nuovo sforzo a fine di rialzarsi; ma il suo nemico, sollevando

la sciabola, stava per vibrargli il mortal colpo, allorchè si sentì

rattenere il braccio da un uomo che gli stava alle spalle. E nel

volgersi, vide Michele Lambourne condotto ivi dal fragore dell’armi, e

giunto in tempo di salvar la vita a Varney.

«Su via, compagno, disse a Tressiliano il Lambourne, sono già assai

queste faccende per una giornata. Rimettete nel fodero la vostra

squarcina, e partiamo. L’_Orso nero_ ci ulula da presso.»

«Ritirati, vile insetto! (sclamò Tressiliano, dimenando il braccio per

isciogliersi da costui). Ardisci tu metterti fra me e il mio nemico?»

«Oh! vile insetto tu!, rispose il Lambourne. Ma un ferro mi darà

ragione di questo oltraggio, dopochè un boccale di Canarie m’avrà

fatto dimenticare il bicchiere che bevemmo insieme questa mattina. Per

ora non facciamo scene. Alzate le gambe, andatevene, e sloggiate. Non

vedete che siamo due contra uno?»

E dicea vero; perchè Varney profittando dell’istante, raccolse la

propria sciabola, onde Tressiliano ben vide che sarebbe stata follia il

cimentarsi a tanto dispari combattimento. Cavò due _nobili_ d’oro dalla

sua borsa, e gettandoli al Lambourne: «Tieni, disse, uomo spregevole,

ecco il salario della tua mattinata. Non sarà mai detto che tu m’abbia

servito gratuitamente qual guida. Addio, Varney, noi ci troveremo in

qualch’altro luogo, ove non sia chi possa sottrarti alla mia vendetta.»

Dette le quali cose, uscì del parco per la porticella ch’era rimasta

aperta.

Varney non mostrò avere nessuna voglia di molestare la ritirata al

nemico; e forse nemmeno il potea, tanto lo stordì la sofferta caduta.

Aggrottò solamente le ciglia nel vederlo discomparire; indi voltosi al

Lambourne: «Brav’uomo, gli disse, sei tu un collega di Foster?»

«Suo amico giurato, quanto lo è dell’impugnatura la lama.»

«Tieni questa moneta d’oro, e segui quell’astuta volpe. Indagherai

in qual tana va a rannicchiarsi, poi torna qui a ragguagliarmene. Ma

soprattutto silenzio, e prudenza, se ti è cara la vita.»

«Basta così. V’accorgerete, che non isceglieste un cattivo bracco, e vi

darò contezza di tutte le cose.»

«Fa dunque presto,» disse Varney, rimettendo entro il fodero la sua

sciabola; poi voltando le spalle a Michele s’avviò verso la casa. Il

Lambourne non si fermò che un istante onde raccogliere i due _nobili_

gettatigli con sì poca cerimonia da Tressiliano, e li mise nella sua

borsa insieme all’oro venutogli dalla liberalità del Varney.

«Vedete!, dicea fra se stesso Lambourne, io parlava ieri sera di

Eldorado con quegl’imbecilli. Viva S. Antonio! Per un uomo della mia

fatta, qual più bell’Eldorado della vecchia Inghilterra? I _nobili_

d’oro vi piovono dal Cielo; e la terra ne è coperta, come se fossero

stille di rugiada: non vi vuole che l’incomodo di raccoglierle. Oh! se

di tale preziosa manna non tocca a me la mia parte, sto a patto che la

lama di questa sciabola si liquefaccia come la neve.»

CAPITOLO V.

Dell’ago pur, che la grand’Orsa addita

Ai naviganti, va fornito; e polo

Gli è cieco amor di se medesmo: i lini,

Ch’arte maestra dispiegò, fa gonfi

L’immonda piena degl’ingordi affetti.

_L’Ingannatore, Tragedia._

Il Foster stava adunque disputando colla giovane signora, che opponeva

soltanto disprezzo e sdegno alle preghiere reiterate da costui,

ond’ella entrasse nel proprio appartamento, allorchè un fischio si fece

udire alla porta della casa.

«Eccoci ad una bella stretta, disse egli; questo è, cred’io il segnale

di Milord che arriva. Qual cosa dirgli ora intorno all’accaduto? Il

malanno sta sempre alle calcagna di quel maledetto Lambourne. Pare non

sia scappato dalla forca che per portarmi disgrazia.»

«Datevi pace, sig. Foster, disse la giovane, e pensate solamente ad

aprire al vostro padrone.»

«Milord, amato milord, diss’ella correndo frettolosa verso la porta.

— Ah mio Dio! (sclamò indi in tuono fatto per additarne il dolore

di vedersi defraudata nelle sue speranze); non è altri che Riccardo

Varney.»

«Sì, o signora (disse Varney, salutandola rispettosamente; saluto

ch’ella gli restituì con un’aria mista d’indifferenza e di dispiacere),

sì, non è che Riccardo Varney. Ma non dispiace il mattino veder dalla

parte d’oriente una nube dorata; è questa la foriera del dio del

giorno.»

«Dunque verrà quest’oggi Milord?» soggiunse ella con una gioia, fra

mezzo a cui scorgeasi l’agitazione di quell’animo. La stessa inchiesta

fu ripetuta dal Foster. Varney rispose alla signora, ch’ella avrebbe

ricevuta la visita di Milord in quel giorno medesimo, e stava per

farle alcuni complimenti, quand’essa correndo verso la porta della

sala, cominciò a gridare a tutta voce: «Giannina, Giannina, venite nel

gabinetto della mia toletta.» Indi voltasi a Varney, gli richiese:

«Milord vi ha egli dato nessun ordine da comunicarmi?»

«Eccovi, o signora, una lettera, che egli v’invia, e con essa un pegno

del suo affetto verso la persona, che è sovrana del suo cuore.» In

ciò dire le consegnò parimente un plico accuratamente annodato da un

filo di scarlatto. Fattasi con vivacità a scioglierne il gruppo, non

vi riusciva. Onde si diede a gridare una seconda volta: «Giannina,

Giannina, una forbice, un coltello, tutto è buono, purch’io possa

sciogliere un tal gruppo, che tarda la mia felicità.»

«Questo strumento non potrebb’essere all’uopo, o signora?» disse il

Varney, presentandole un pugnaletto di prezioso lavoro, ch’ei portava

alla cintura entro fodero di marrocchino.

«No, mio signore (rispos’ella, in atto alquanto disdegnoso), l’acciaio

del vostro pugnale non troncherà il mio nodo d’amore.»

«Eh sì! ne ha troncato più d’uno di questi nodi» disse da se stesso il

Foster, lanciando un’occhiata significante al Varney.

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 5 / 12 段