discorsi non quadra ai tempi in cui siamo. Tu gl’infilzi sempre con
giuramenti che sanno di papismo. Poi il tuo portamento è troppo
dissoluto, troppo mondano per mostrarti in mezzo alla comitiva di un
gran signore, obbligato a mantenersi in una certa riputazione agli
occhi del Pubblico. Ti fa mestieri l’assumere un contegno più grave
e composto, portar vesti men licenziose, un collare senza pieghe e
ben inamidato, brache più strette, un cappello con più larghe ale,
non giurar mai che sulla tua fede e sulla tua coscienza, rinunziare a
quest’aria di spadaccino; in somma non toccar mai l’impugnatura della
tua sciabola che quando veramente è dovere di adoperarla.»
«Per la luce del giorno! tu sei divenuto pazzo. Questo ritratto che mi
fai, s’adatta a qualche famiglio d’una vecchia puritana, non mai ad
uom bravo che si dia al servigio d’un cortigiano ambizioso. Per ben
conformarmi al modello che mi dipingesti, non mi mancherebbe altro che
tener la bibbia in luogo di pugnale al mio centurino, nè conservare
in me altra apparenza di fortezza che quanta al più se ne pretende da
chi accompagna qualche orgogliosa devota alla predica, se talvolta
occorre farsele campione contro quegl’insolenti garzoni di bottega che
le vogliono disputare la parte del muro. Non è così, cred’io, che deve
mostrarsi il cortigiano d’un grande.»
«Tu non sai dunque, Lambourne, che da quando partisti dall’Inghilterra,
tutte le cose sono cambiate, e che tal uomo il quale in segreto corre
alla sua meta con passo risoluto, e che nulla potrebbe rattenere,
si studia poi in compagnia, di non prorompere mai in minacce, in
giuramenti, in detti profani.»
«Intendo. Si dee far commandita col diavolo, ma con patto di non
pronunziare mai il suo nome. Ebbene. Mi sforzerò piuttosto a
contraffarmi, che accattar brighe con questo nuovo mondo, che tu vuoi
divenuto sì puntiglioso. Come si chiama adunque questo signore, sotto
cui debbo far noviziato d’ipocrisia?»
«Ah! ah! signor Michele, egli è con questo bel garbo, che vi siete
accinto all’impresa di scoprire i fatti miei. E che sapete voi se
l’uomo che vi ho descritto si trovi in questo mondo, o che piuttosto io
non abbia voluto divertirmi a vostre spese?»
«Tu divertirti a mie spese! Povero gonzo! (disse senza intimidire il
Lambourne). Non sai tu, o testa sventata, che dietro al letamaio ove
credesti nasconderti a tutto il mondo, mi bastano ventiquattr’ore per
vedere tutte le cose tue chiaramente come a traverso all’osso di una
lanterna da scuderia?»
Finiva di dir ciò il Lambourne, quando un acuto grido interruppe questo
intertenimento.
«Per la santa croce d’Abingdon (sclamò il Foster, che preso da paura in
tale momento, dimenticava d’essersi fatto protestante). Io sono un uomo
rovinato, perduto.»
Dette le quali cose, corse nell’appartamento d’onde il grido era
uscito, e ove Michele lo accompagnò. Ma per ispiegare la cagione di
un tal contrattempo ne è d’uopo risalire all’istante d’allora che il
Foster condusse nella biblioteca il Lambourne.
Tressiliano nel rimaner solo, lasciò sovra coloro che uscivano,
un’occhiata di sprezzo, sprezzo di cui serbava parimente una gran
parte per se medesimo per essere disceso a mettersi, anche per poco,
in brigata con gente di tal natura. «Amy, donna crudele, diceva
egli fra se stesso, son questi compagni, che la tua ingiustizia,
la tua leggerezza, l’inconsiderata tua crudeltà m’hanno costretto
a cercarmi! Io non avvezzo a sperar soccorso che da amici degni di
me, i quali oggidì mi sprezzeranno altrettanto quanto io per amarti
mi sono degradato agli sguardi di me medesimo! Ma non quindi io
discontinuerò dal seguirti, o tu che fosti un giorno la meta del più
puro, del più tenero affetto. E benchè tu non possa omai essermi che
argomento di lagrime e di cordoglio, ti strapperò di mano all’autore
del tuo precipizio. Ti salverò da te medesima, ti restituirò ai tuoi
congiunti, al tuo Dio. Gli è vero che non vedrò più quel bell’astro
brillar sulla sfera da cui scese egli stesso! Ma almeno....» Tai
cose ragionava, allorchè un legger romore udito nell’appartamento lo
distolse dal meditare. E voltosi verso la porta laterale, gli occhi
suoi si scontrarono in una donna tanto leggiadra, quanto pomposamente
vestita, ch’ei ravvisò per quella di cui era in traccia. La prima
cosa ch’egli fece dopo tale scoperta fu nascondere il volto entro
il collare dell’abito, onde aspettar così il momento migliore per
darsi a conoscere. Ma la giovinetta (chè essa non contava oltre ai
diciott’anni) mandò a vôto questo divisamento; perchè, tutta brio, il
trasse per l’abito, e con gajezza gli disse:
«Oh! amico del mio cuore! Dopo esservi fatto aspettare sì lungo tempo,
avvisate forse di venire in una festa da maschere? Voi siete accusato
di tradimento al tribunal dell’amore. Dovete comparirmi innanzi, e
rispondere a viso scoperto. Udiamo che cosa sapete addurre in vostra
discolpa. Siete reo, o siete innocente?»
«Oimè! Amy....» disse Tressiliano con voce fioca e dolente, e in dir
ciò lasciò vedere il suo volto.
Il suono di questa voce, ed una presenza sì poco aspettata, posero
termine alla gioia onde la giovinetta era compresa. Diè un passo
addietro, fattasi pallida come la morte, e coprendosi il viso con
ambo le mani. Lo scotimento fu troppo grave per Tressiliano, sicchè
nel primo istante non gli lasciò forza ad articolare parola. Ma poi
ricordandosi la necessità di afferrare un momento che forse non si
sarebbe offerto altra volta, si disse, «Amy, non vi prenda timore
alcuno».
«E perchè dovrei temere? (rispose ella, togliendosi le mani dal volto,
che il rossore ingombrava) e di che temere? Sol mi fa stupore, sig.
Tressiliano, che vi presentiate in casa mia senza esservi nè invitato,
nè desiderato.»
«In casa vostra, Amy! rispose Tressiliano. È dunque un carcere il
vostro soggiorno? e un carcere custodito dal più infame fra gli uomini,
tranne quello che stipendia costui!»
«Sono in casa mia, vi ripeto, e questa abitazione mi appartiene
sintantochè mi piacerà soggiornarvi. Se mi diletta vivere in un ritiro,
chi è che abbia diritto di opporsi a questa mia inclinazione?»
«Vostro padre, o giovinetta; vostro padre tratto alla disperazione.
Egli è che m’ha ingiunto cercarvi per ogni dove, confidandomi
un’autorità, che gli è impossibile l’usare in persona. Leggete questa
lettera, ch’egli scrisse, mentre benediva i patimenti cui soggiace il
suo corpo, sol perchè gli facevano dimenticare per pochi istanti le
angosce del cuore.»
«I patimenti, cui soggiace il suo corpo! È dunque infermo mio padre?»
«Infermo tanto, che è incerto, se la vostra presenza, comunque vi
affrettiate, sarà valevole a restituirgli la salute. Un istante basta
agli apparecchi della partenza, se consentite seguirmi.»
«Tressiliano, non posso, non debbo, non oso abbandonar questa casa. —
Ma tornate da mio padre, ditegli che otterrò la permissione di vederlo
prima che 12 ore sieno trascorse. Accertatelo ch’io sto bene, ch’io
sono felice, o che almeno il sarei, se potessi crederlo felice al pari
di me. Ditegli che non tema di non vedermi, e di non vedermi in modo
da dimenticare tutti gli affanni che gli ho cagionati. — La povera Amy
si trova oggidì in un grado più sublime di quanto osi dir ella stessa.
— Andate, virtuoso Tressiliano. Fui colpevole d’ingiustizia verso di
voi; ma, credetelo, ho il potere di compensarvi per la ferita che vi
apportai. Vi ho negato un cuore che non era fatto pel vostro, ma saprò
in vece assicurarvi onori e fortune degne di voi.»
«E Amy può parlarmi in tal guisa? Meritai sì poca stima da voi che or
mi offeriate in compenso di rapita pace e tranquillità gli spregevoli
trastulli d’una frivola ambizione? Ma della prima ferita che faceste al
mio cuore non vi fo omai più rimprovero, nè qui sono che per giovarvi,
e rendervi la libertà. Sì, la libertà. Vorreste invano celarmelo. Vi
tengono qui prigioniera; perchè se fosse altrimenti, il vostro animo
ben fatto (tale fu almeno una volta) vi farebbe sospirare di essere
già a quest’ora al letto di vostro padre. Venite, figlia infelice, ed
ogni colpa sarà dimenticata, perdonata. — Quanto a me, non temete per
parte mia veruna importunità, veruna querela. Feci un sogno, ma già mi
sono svegliato. Bensì, pensate a vostro padre... Affrettatevi finchè
vive ancora. Venite: una soave parola, una lagrima di pentimento,
cancelleranno da lui la rimembranza di tutto il passato.»
«Non vi dissi già, Tressiliano, ch’era mio volere di condurmi ad
esso? nè metterò a questo soave dovere maggior indugio di quel che
m’è indispensabile per compierne altri parimente sacri. Ne chiamo in
testimonio questo giorno che mi rischiara. Io sarò da mio padre appena
ne avrò ottenuta la permissione.»
«Che ascolto? (rispose impazientendosi Tressiliano) V’ha d’uopo di
permissione per vedere un padre infermo, che giace forse sul letto
della morte? E a chi la chiederete voi, tal permissione? Forse allo
sciagurato, che sotto larva di amicizia, abusò di tutti i diritti della
ospitalità per involare alle paterne braccia una figlia?»
«Non parlate in tal guisa di lui, Tressiliano. L’uomo che ingiuriate
ora, porta una sciabola ben arrotata quanto la vostra, e fors’anche
meglio arrotata. Uomo vano! le azioni più gloriose che tu hai fatte in
tempo di guerra o di pace, cedono tanto al confronto di quelle che lo
illustrano, quanto il grado che tieni nel mondo è al di sotto della
sfera sulla quale egli campeggia. — Lasciami, compi il messaggio, di
cui t’incaricasti col padre mio. Desidero però che dovendomi far sapere
altre cose, egli scelga un messaggiere a me più gradevole.»
«Amy (rispose con tranquillità Tressiliano) questi oltraggi non hanno
forza di movermi a sdegno. Ditemi solamente una parola, che possa far
rilucere un raggio di consolazione all’animo del mio vecchio amico. —
Quest’alto grado di colui che vantate cotanto, lo dividete voi seco? Ha
egli il titolo e le prerogative d’uno sposo per decidere sulle vostre
azioni?»
«Basta così, sclamò ella. Voi vi prendete tal libertà, che non mi
conviene il sofferirla. Avrei rossore di rispondere ad interrogazioni
che offendono l’onor mio.»
«Col negar di rispondere, Amy, mi dite più di quel che vi chiedo.
Ma ascoltatemi, giovinetta infelice! Io vengo munito di tutta
l’autorità d’un padre, e quindi vi comando ubbidire. Saprò sottrarvi
alla schiavitù dell’obbrobrio e della colpa, anche a malgrado di voi
medesima.»
«Non mi minacciate una violenza, (sclamò la giovane, facendosi indietro
alcun passo, e intimorita dal tuono risoluto dell’altro) non mi
minacciate, Tressiliano. Ho modi di resistere alla forza.»
«Ma spererei non aveste vaghezza di prevalervene a difesa di una sì
trista causa. È impossibile, Amy, che liberamente e di pien vostro
grado acconsentiate a vivere nel disonore e nella schiavitù. O qualche
talismano vi rattiene, o voi siete il giuoco di perfidi artifizi,
o finalmente vi credete legata da giuramenti, che vi si fecero
pronunziare per forza. — Comunque sia, romperò io tutti gl’incanti con
poche parole: Amy, in nome di vostro padre, di vostro padre condotto
all’ultima disperazione, v’intimo seguirmi in questo medesimo istante.»
Dette le quali cose, le si avvicinò stendendo il braccio, come per
afferrarla, e fu allora che spaventata mandò il grido, onde giunsero in
quella sala il Lambourne e il Foster.
«Per satanasso! (esclamò entrando il secondo) che si fa qui?» Poi
volgendosi alla giovane, le disse in tuono, nè di comando tutto, nè
tutto di preghiera; «Signora, per qual combinazione vi trovate voi fuor
de’ vostri confini? Sarà bene vi ritiriate. È cosa, in cui può stare
la vita e la morte. — E voi, amico mio, chiunque vi siate, uscite di
questa casa. Partite subito prima che la punta del mio pugnale abbia
tempo di far conoscenza col vostro giustacuore. — Fuori la sciabola,
Michele, liberane da questo sciagurato.»
«No, sulla mia anima, disse il Lambourne. Egli è venuto qui in mia
compagnia, e per una conseguenza de’ miei principii, non ha nulla
da temere da me fintanto almeno che non ci torniamo a trovare. — Ma
però ascoltatemi (soggiunse volgendosi a Tressiliano), caro amico di
Cornovaglia, sparite, sfumatevi, levate il campo dalla parte di Dio....»
«Taci, ente spregevole, gli disse fieramente Tressiliano. Vi saluto,
o signora. Quel poco di spirito vitale, che rimane tuttavia al padre
vostro, non so se reggerà alla notizia di cui sto per essergli
apportatore.» Dopo queste parole si ritirò, in tanto che la giovinetta
gli dicea con fioca voce: «Tressiliano, non commettete imprudenze, e
guardatevi dal calunniarmi.»
«Quest’è una bella faccenda, disse Foster. Milady, ritiratevi, ve ne
prego nel vostro appartamento, e lasciateci meditare qual cosa torni
meglio in tal circostanza. — Presto, ritiratevi.»
«Signore, non vivo sotto i vostri comandi» ella rispose.
«È vero, milady; ma però è necessario...... scusate la mia libertà,
milady; ma.... viva Dio! non è momento da cerimonie, e fa d’uopo che
torniate nel vostro appartamento. — Michele, se ti sta a cuore....
tu mi capisci. — Va dietro a quello sfrontato manigoldo, e fallo
sloggiare. Intanto io persuaderò questa signora. — Presto, impugna la
sciabola, e segui l’orme di colui.»
«Lo seguirò, disse il Lambourne, e lo farò andar fuori delle nostre
frontiere, ma quanto ad alzar la mano contro un uomo, con cui ho vôtato
il bicchiere della mattina, nol farò mai. Opererei contro coscienza.»
Dette tali cose, partì.
Intanto Tressiliano, già uscito fuor della casa, prese quel primo
viale, che credè conducesse alla porta d’onde entrò; ma lo stato di
salvatichezza cui era ridotto il parco, le idee che tenevano agitato
il suo animo, la stessa premura di sottrarsi da un luogo ove non
era saggezza il rischiar nulla, gli fecero prendere un viale per un
altro. Quindi invece di trovarsi nel cammino che metteva al villaggio,
dopo molto aggirarsi, si vide dall’altra banda di quel possedimento,
rimpetto ad una porticella fatta nel muro, d’onde si andava ne’ campi.
Si fermò un istante; e poco per vero dire, gli rilevava da qual porta
sarebbe uscito, purchè abbandonasse un soggiorno che non gli offeriva
se non se amarissime ricordanze. Ma vi era probabilità che quella
porticella fosse chiusa, e gli negasse un varco da quella parte.
«Pur conviene farne la prova, pensò egli fra se medesimo. La sola via
di salvare questa infelice giovinetta, questa giovinetta sempre cara
al mio cuore, sta in ciò che il padre di lei faccia appellazione alle
leggi violate del nostro paese. È dunque mestieri partecipargli senza
indugio questa notizia, che oh! quanto deve trafiggergli l’anima.»
Così intertenendosi co’ suoi pensieri, si avvicinò alla porticella, e
mentre indagava se vi era modo d’aprirla, o se tornava meglio scalare
il muro, udì dalla parte esterna il romore d’una chiave introdotta
nella serratura. Tosto la porta si aprì, e mentre aggiravasi su i
suoi cardini, Tressiliano vide innanzi a sè un uomo involto in grande
ferrajuolo, coperto da un cappello tutto disteso cui soprastava un
pennacchio. Questi si fermò pochi passi distante da Tressiliano. E
fu un tempo medesimo, allorchè con esclamazione di risentimento e di
stupore pronunziarono, il nome di Tressiliano quegli che entrava, il
nome di Varney, l’altro che meditava l’uscita.
«Che fate voi qui? (domandò aspramente il nuovo giunto, dopo avere
lasciato trascorrere l’istante della prima sorpresa). Che fate voi qui,
in questo luogo, ove non siete, nè atteso, nè desiderato?»
«E che cosa vi fate voi? posso chiederlo egualmente, o Varney? (rispose
Tressiliano). Venite qui forse per trionfare dell’innocenza che
sagrificaste, siccome l’avoltoio od il corvo si pascono dell’agnello,
cui prima strapparono gli occhi? o veniste piuttosto a ricevere
dovuto castigo dalla mano d’un uomo d’onore? Sguaina quella sciabola,
scellerato, e difenditi.»
E già in ciò dire, Tressiliano avea snudata la sua; ma Varney non
fece per allora altra cosa che metter la mano sulla impugnatura della
propria. «Tu sei, gli disse, in errore, o Tressiliano, benchè le
apparenze, il confesso, stiano contro di me. Ti protesto, con tutti
que’ giuramenti che un sacerdote può suggerire, e che un uomo può fare,
non esservi alcuna cosa che Amy Robsart abbia diritto di rimproverarmi.
T’assicuro che mi spiacerebbe in tal circostanza sollevar la mano
contro di te. Tu però non ignori che mi so battere.»
«L’ho inteso dire, Varney, disse Tressiliano, pure in questo momento ne
bramo un miglior mallevadore che non la tua stessa parola.»
«L’avrai, rispose Varney, se questa lama, e quest’impugnatura non
mi tradiscono». E nel punto medesimo trasse con la mano destra la
sciabola, ed involgendo la manca nel suo mantello assalì Tressiliano
con tal impeto, che pareva dovesse stare per l’assalitore il vantaggio.
Ma questo vantaggio non gli durò lungo tempo, perchè ad un cuore arso
dalla sete della vendetta, aggiugnea Tressiliano un braccio avvezzo
a trattar l’armi, ed un occhio esperimentato a tutti gli stratagemmi
della scherma. Laonde Varney trovandosi a sua volta incalzato
d’appresso, risolvette di assalire da corpo a corpo il nemico, e fermo
in tale disegno, avventurò ad una stoccata di Tressiliano quella parte
del proprio corpo che il mantello copriva meglio; per cui prima che
l’altro avesse sbarazzata la propria arme, gli si gettò addosso, e
tenendogli vicinissima la punta, stava per trapassargli il petto.
Ma l’avversario, esperto ad ogni genere di guardia, trasse presto
coll’altra mano il pugnale, e colla lama di questo parò un colpo che
avrebbe posto fine alla pugna.
Nella qual difesa mostrò tal destrezza, per cui, se Giles Gosling fosse
stato presente, si sarebbe confermato nella credenza che esternò,
essere cioè Tressiliano nativo di Cornovaglia. Gli abitanti di questa
contrada posseggono tanta perizia nell’armeggiare, che se tornassero in
usanza i giuochi e le giostre dell’antichità, essi potrebbero disfidare
il rimanente d’Europa. Varney dopo il suo mal avvisato tentativo fu
rovesciato sì aspramente e sì all’impensata, che la sua sciabola andò
alcuni passi distante da lui, e prima di potersi rialzare, vide sul
proprio collo la punta dell’arme avversaria.
«Dammi tosto modo di salvare la vittima del tuo tradimento, gridò in
quell’atto Tressiliano, o preparati a congedarti dalla luce del giorno
che ti rischiara.»
Varney, troppo confuso, ed irritato per trovar parole a rispondergli,
fece un nuovo sforzo a fine di rialzarsi; ma il suo nemico, sollevando
la sciabola, stava per vibrargli il mortal colpo, allorchè si sentì
rattenere il braccio da un uomo che gli stava alle spalle. E nel
volgersi, vide Michele Lambourne condotto ivi dal fragore dell’armi, e
giunto in tempo di salvar la vita a Varney.
«Su via, compagno, disse a Tressiliano il Lambourne, sono già assai
queste faccende per una giornata. Rimettete nel fodero la vostra
squarcina, e partiamo. L’_Orso nero_ ci ulula da presso.»
«Ritirati, vile insetto! (sclamò Tressiliano, dimenando il braccio per
isciogliersi da costui). Ardisci tu metterti fra me e il mio nemico?»
«Oh! vile insetto tu!, rispose il Lambourne. Ma un ferro mi darà
ragione di questo oltraggio, dopochè un boccale di Canarie m’avrà
fatto dimenticare il bicchiere che bevemmo insieme questa mattina. Per
ora non facciamo scene. Alzate le gambe, andatevene, e sloggiate. Non
vedete che siamo due contra uno?»
E dicea vero; perchè Varney profittando dell’istante, raccolse la
propria sciabola, onde Tressiliano ben vide che sarebbe stata follia il
cimentarsi a tanto dispari combattimento. Cavò due _nobili_ d’oro dalla
sua borsa, e gettandoli al Lambourne: «Tieni, disse, uomo spregevole,
ecco il salario della tua mattinata. Non sarà mai detto che tu m’abbia
servito gratuitamente qual guida. Addio, Varney, noi ci troveremo in
qualch’altro luogo, ove non sia chi possa sottrarti alla mia vendetta.»
Dette le quali cose, uscì del parco per la porticella ch’era rimasta
aperta.
Varney non mostrò avere nessuna voglia di molestare la ritirata al
nemico; e forse nemmeno il potea, tanto lo stordì la sofferta caduta.
Aggrottò solamente le ciglia nel vederlo discomparire; indi voltosi al
Lambourne: «Brav’uomo, gli disse, sei tu un collega di Foster?»
«Suo amico giurato, quanto lo è dell’impugnatura la lama.»
«Tieni questa moneta d’oro, e segui quell’astuta volpe. Indagherai
in qual tana va a rannicchiarsi, poi torna qui a ragguagliarmene. Ma
soprattutto silenzio, e prudenza, se ti è cara la vita.»
«Basta così. V’accorgerete, che non isceglieste un cattivo bracco, e vi
darò contezza di tutte le cose.»
«Fa dunque presto,» disse Varney, rimettendo entro il fodero la sua
sciabola; poi voltando le spalle a Michele s’avviò verso la casa. Il
Lambourne non si fermò che un istante onde raccogliere i due _nobili_
gettatigli con sì poca cerimonia da Tressiliano, e li mise nella sua
borsa insieme all’oro venutogli dalla liberalità del Varney.
«Vedete!, dicea fra se stesso Lambourne, io parlava ieri sera di
Eldorado con quegl’imbecilli. Viva S. Antonio! Per un uomo della mia
fatta, qual più bell’Eldorado della vecchia Inghilterra? I _nobili_
d’oro vi piovono dal Cielo; e la terra ne è coperta, come se fossero
stille di rugiada: non vi vuole che l’incomodo di raccoglierle. Oh! se
di tale preziosa manna non tocca a me la mia parte, sto a patto che la
lama di questa sciabola si liquefaccia come la neve.»
CAPITOLO V.
Dell’ago pur, che la grand’Orsa addita
Ai naviganti, va fornito; e polo
Gli è cieco amor di se medesmo: i lini,
Ch’arte maestra dispiegò, fa gonfi
L’immonda piena degl’ingordi affetti.
_L’Ingannatore, Tragedia._
Il Foster stava adunque disputando colla giovane signora, che opponeva
soltanto disprezzo e sdegno alle preghiere reiterate da costui,
ond’ella entrasse nel proprio appartamento, allorchè un fischio si fece
udire alla porta della casa.
«Eccoci ad una bella stretta, disse egli; questo è, cred’io il segnale
di Milord che arriva. Qual cosa dirgli ora intorno all’accaduto? Il
malanno sta sempre alle calcagna di quel maledetto Lambourne. Pare non
sia scappato dalla forca che per portarmi disgrazia.»
«Datevi pace, sig. Foster, disse la giovane, e pensate solamente ad
aprire al vostro padrone.»
«Milord, amato milord, diss’ella correndo frettolosa verso la porta.
— Ah mio Dio! (sclamò indi in tuono fatto per additarne il dolore
di vedersi defraudata nelle sue speranze); non è altri che Riccardo
Varney.»
«Sì, o signora (disse Varney, salutandola rispettosamente; saluto
ch’ella gli restituì con un’aria mista d’indifferenza e di dispiacere),
sì, non è che Riccardo Varney. Ma non dispiace il mattino veder dalla
parte d’oriente una nube dorata; è questa la foriera del dio del
giorno.»
«Dunque verrà quest’oggi Milord?» soggiunse ella con una gioia, fra
mezzo a cui scorgeasi l’agitazione di quell’animo. La stessa inchiesta
fu ripetuta dal Foster. Varney rispose alla signora, ch’ella avrebbe
ricevuta la visita di Milord in quel giorno medesimo, e stava per
farle alcuni complimenti, quand’essa correndo verso la porta della
sala, cominciò a gridare a tutta voce: «Giannina, Giannina, venite nel
gabinetto della mia toletta.» Indi voltasi a Varney, gli richiese:
«Milord vi ha egli dato nessun ordine da comunicarmi?»
«Eccovi, o signora, una lettera, che egli v’invia, e con essa un pegno
del suo affetto verso la persona, che è sovrana del suo cuore.» In
ciò dire le consegnò parimente un plico accuratamente annodato da un
filo di scarlatto. Fattasi con vivacità a scioglierne il gruppo, non
vi riusciva. Onde si diede a gridare una seconda volta: «Giannina,
Giannina, una forbice, un coltello, tutto è buono, purch’io possa
sciogliere un tal gruppo, che tarda la mia felicità.»
«Questo strumento non potrebb’essere all’uopo, o signora?» disse il
Varney, presentandole un pugnaletto di prezioso lavoro, ch’ei portava
alla cintura entro fodero di marrocchino.
«No, mio signore (rispos’ella, in atto alquanto disdegnoso), l’acciaio
del vostro pugnale non troncherà il mio nodo d’amore.»
«Eh sì! ne ha troncato più d’uno di questi nodi» disse da se stesso il
Foster, lanciando un’occhiata significante al Varney.