a quelli di cui favelliamo. Altra volta lo fiancheggiavano, una per
banda, due file leggiadramente ordinate di tassi, e di allori spinosi.
Ma questi arbusti non rimondati dopo lunga serie di anni aveano fatta
una folta boscaglia d’alberi nani, i cui rami malinconici e neri
usurpavano terreno a quel viale che un giorno avevan protetto. Vi
crescea l’erba per ogni dove, e in due o tre luoghi si vedeano cataste
delle loro legna, fatte nell’istesso parco, e poste ivi a disseccarsi.
Lo stesso viale era attraversato da altri viali, ma parimente ingombri
di macchie, rovi, ed erbe cattive. Oltre a quel senso di molestia, che
ne invade con tanta forza al vedere le più nobili opere dell’industria
andare in scadimento per una sequela d’incurie, e le tracce della
vita sociale scomparire a gradi a gradi sotto la prevalenza di una
intemperante vegetazione, non più regolata dall’arte, l’immensa altezza
delle querce, e la foltezza di questi sottoposti alberi diffondeano
colà tal tetraggine anche allor quando il sole era più alto, che si
comunicava in proporzione agli animi di chiunque stavasi a contemplare
sì fatta scena. Lo stesso Lambourne non ne andò immune, benchè
d’ordinario lo commovessero le cose che urtavano di fronte le sue
passioni.
«Questo bosco è nero quanto la gola d’un lupo», disse Tressiliano,
innoltrandosi verso quel viale solitario, che parea la sede della
mestizia. Di lì vedeasi la facciata dell’edifizio, costrutto altra
volta dai frati. Centinate ne erano le finestre, e costrutte di
mattoni le muraglie, cui si rampicavano l’edere e l’altr’erbe vaghe di
tappezzar vecchie pareti. Sovrastavano alla fabbrica alti cammini.
«Per altro, dicea Michele, non so dar torto al Foster, se avendo
sposata la massima di non vedere nessuno, tiene la sua abitazione in
tale stato da non invogliar le persone ad entrarvi. Ben v’assicuro, che
s’egli fosse tuttavia il Foster da me conosciuto altra volta, da lungo
tempo queste roveri sarebbero ite a starsene in qualche legnaia, ed i
materiali della casa che vediamo avrebbero servito a fabbricarne altre,
intanto che il nostro galantuomo avrebbe sfoggiato il prezzo ritrattone
sopra un vecchio tappeto verde, in qualche tenebroso nascondiglio dei
dintorni di White Friars.»
«Era egli adunque tanto dissipatore?» soggiunse Tressiliano.
«Non si mostrava nè più nè meno di quel che sono gli uomini della
nostra fatta, nè santo, nè economo. Ma ciò che fortemente spiaceami in
esso era il vederlo avverso ad ogni comunanza di godimenti. Sospirava,
come suol dirsi, tutte le gocciole d’acqua, che non passavano pel suo
molino. — Tracannava sempre da solo tal quantità di vino, che vi giuro
non mi sarei preso assunto di finirla, nemmen col soccorso del beone
più accreditato della contea di Berk. Tal circostanza, aggiunta a ciò
ch’egli era per natura dedito alla superstizione, lo facea indegno di
stare in brigata co’ suoi colleghi. E vedete di fatto come si è sepolto
in una tana, che è quanto al giusto conviensi ad una volpe di tal
natura.»
«Ma poichè l’umore di questo che vi fu un giorno compagno si confà sì
poco col vostro, potrei chiedervi, sig. Lambourne, d’onde viene in voi
tanta vaghezza di rinnovellar con lui conoscenza?»
«E potrei io domandarvi a mia volta dond’è in voi la vaghezza
d’accompagnarmi in tal visita, sig. Tressiliano?»
«Non vel dissi? la parte che presi alla scommessa, la curiosità.....»
«Davvero! Ecco in qual modo, voi altri signori, usi a vantarvi di
urbanità e ragionevolezza, vi levate d’impaccio nel rispondere a noi,
che però sappiamo usar liberamente del nostro ingegno. Ma se alla
vostra prima inchiesta avessi dato per risposta, ch’io non aveva
altro motivo di visitare il mio antico collega Foster, se non se la
curiosità, oh! scommetto che l’avreste detta una scappatoia, un ingegno
del mio mestiere. Nonostante capisco bene, mi sarà d’uopo aver per
buona la risposta che mi avete data.»
«E perchè non potrebbe la semplice curiosità avermi indotto a far
questa camminata in vostra compagnia?»
«Servitevi, signore, servitevi; ma non credeste però di darmela ad
intendere. Ho vissuto assai lungo tempo in mezzo a quelli che sanno
sbarazzarsi in questo mondo, nè quindi è sì facile il darmi semola per
farina. Voi siete gentiluomo, così per nascita come per educazione, e
il vostro portamento stesso lo dà a divedere. Da questo si scorge pure
che godete buona riputazione, cosa di cui si fece anche mallevadore
mio zio. Or vi mettete in compagnia d’uno sfaccendato, tale almeno è
il titolo di cui mi si fa onore, e ciò per andar a trovare un altro
della stessa lega, a voi sconosciuto. Nè v’induce che sola curiosità!
Eh! via. Se questa ragione da voi addotta, venisse pesata in una giusta
bilancia, oh! per bacco, si troverebbe calante, e calante assai.»
«Quand’anche non v’ingannaste in tal raziocinio, dovreste considerare,
signor Lambourne, che non mi deste finora assai prove di confidenza
onde eccitarne, o meritarne altrettanta per parte mia.»
«Se dipende da ciò, i miei fini li vedete a fior d’acqua. Osservate
(e in ciò dire trasse di saccoccia la borsa, che gettò in aria, lesto
indi a raccoglierla colla mano, affinchè non toccasse terra)... Tanto
che durerà questa borsa non mi mancheranno passatempi di morbino,
ma, terminata che sia, mi farà d’uopo cercarne d’altro genere. Ora
se la misteriosa signora di questa casa, questa bella invisibile di
Tony _Brucia-cataste_ è un pezzo appetitoso, come la dipingono, non
è fuor del probabile ch’essa mi aiuti a convertire in soldi di rame
tutti questi _nobili_ d’oro. Ma se per altra parte è vera l’asserita
ricchezza di Tony, quanto è fuor di dubbio la costui ribalderia,
potrebbe anche accadere che queste due cose diventassero per me la
pietra filosofale, onde cambiar nuovamente i miei soldi di rame in
_nobili_ d’oro.»
«Non posso negarvi che questo doppio divisamento è immaginato assai
bene; ma non vedo troppo la via di mandarlo ad esecuzione.»
«Nè io vi dico che ciò debba succedere piuttosto oggi o domani. Perchè
non mi son già messo in mente di prendere nelle mie reti questo
vecchio praticone, prima d’avergli preparato quel vischio che sarà più
confacente a tal uopo. Ma conosco meglio sta mane le cose sue di quello
che le vedessi ier sera, e saprò ben io far valere il poco che so per
dargli a credere di saperne anche di più. Del rimanente, se non avessi
sperato o diletto o profitto nel tentare questa avventura, credete
pure, che non mi sarei cimentato, tanto più che non la vedo priva
affatto di rischio. Ora vi siamo, e convien andarne al termine.»
Nel dirsi queste cose, entrati erano in un gran verziere, che
circondava da due bande la casa, se però potea più dirsi verziere
un bosco d’alberi, che comunque da frutto, frutto non produceano
pressochè di sorte alcuna, tanto ne crebbero i rami parassiti; e tanto
l’industria umana gli avea abbandonati, che i tronchi loro andavano
tutti ricoperti di musco. Quelli di tali alberi che prima erano stati
piantati in ispalliera, avendo ripreso l’andamento primitivo del
crescer loro, presentavano tai forme, che confondeano in grottesca
guisa l’opera dell’arte e l’opera della natura. La maggior parte di
questo terreno dianzi foggiato in aiuole ornate di fiori, mostravasi
incolto, tranne pochi scompartimenti ove si faceano nascere legumi.
Alcune statue che aveano abbellito il giardino ne’ giorni del suo
splendore, vedeansi rovesciate dai loro piedistalli e messe in pezzi.
Nè in migliore stato trovavasi una conserva, pria serbata alle piante
più timorose del freddo, la cui fronte, adorna di bassi rilievi in
pietra, rappresentava la vita e le geste di Sansone.
Aveano già i due viandanti attraversato questo giardino della pigrizia,
e giunti erano pochi passi lontano dalla porta della casa, allorchè
il Lambourne terminava il suo discorso. La qual cosa fu di grande
soddisfazione per Tressiliano, poichè lo tolse dall’imbarazzo di
corrispondere con egual sincerità a quella che gli dimostrò il suo
compagno nel confidargli senza ritegno quai mire lo avessero tratto
in questo luogo. L’ardimentoso Lambourne diede alcune aspre picchiate
alla porta, non senza far osservare al suo collega, che avea visto
guernita di porte men sode più d’una prigione. Non fu se non se dopo
aver picchiato parecchie volte, allorchè un servo di figura sgradevole
si affacciò, per fare scoperta, a un buco quadro, tagliato nella porta
medesima, e munito di spranghe di ferro, poi chiese ai venuti che si
volessero.
«Parlar tosto per affari importantissimi di stato, al sig. Foster»
disse con sicuro tuono il Lambourne.
«Temo che incontrerete qualche difficoltà all’atto di provare il vostro
assunto» soggiunse Tressiliano con voce sommessa al compagno, nel tempo
che il servo portava al suo padrone questo messaggio.
«Che mi dite ora? (rispose l’altro). Niun soldato marcerebbe avanti,
se stesse prima a meditare in qual modo farà la sua ritirata. La prima
cosa è entrare. Indi tutte le cose si accomoderanno da sè.»
Non tardò il servo a tornare, e tratti i grossi catenacci che fermavano
quella porta, fece passare gli stranieri per una stretta in volta
d’onde trovaronsi in una corte quadrata, cinta d’ogn’intorno di
fabbriche. Poi aperta altra porta, che in fondo della corte stava
rimpetto alla prima d’ingresso, gl’introdusse in una sala lastricata
di pietre, e fornita di poche suppellettili, antiche e ridotte in
cattivo stato. Le finestre della medesima guardando soltanto nella
corte, l’altezza delle fabbriche non lasciava che i raggi del sole
penetrassero in quel luogo. Aggiungasi che ogni battitoio di finestra
essendo separato dall’altro col mezzo di scompartimenti di pietra, e
i vetri carichi di dipinture, che rappresentavano diversi fatti della
sacra storia, finestre di sì fatta costruzione, lunge dall’ammettere
la luce in proporzione di lor grandezza, produceano che quella tenue
ancora cui davano passaggio, fosse ingombra de’ colori tetri e
malinconici dipinti su i loro vetri.
Tressiliano e la sua guida ebbero tutto l’agio di contemplare tali
particolarità, perchè il padrone di casa si fece aspettar qualche
tempo. Comparve in fine, e benchè Tressiliano fosse preparato a vedere
una figura spiacente e schifosa, la costui laidezza oltrepassava
ancora tutto quanto immaginato egli aveva. Era il Foster uomo di
mezzana statura, nerboruto a quanto scorgeasi, ma di fattezze sì poco
diverse dalla difformità, che mettea nausea; alle quali grazie esterne
aggiugneasi ancora ch’egli era mancino. In quei tempi davasi per solito
molta cura all’acconciatura del capo. Ma i capelli di costui, anzichè
essere o ben lisciati, o ordinati in anella, o ritti sulle loro radici,
come se ne vedono i modelli in alcuni ritratti antichi, e come usano in
circa i nostri cicisbei nel mentre ch’io scrivo, cadeano sconciamente
fuori d’un fitto berrettone, intricati insieme, che parea non avessero
mai visto pettine, e coprendo a grado dell’aria la fronte ed il collo
del nostro uomo, la qual circostanza non faceva cattivo accompagnamento
ad un aspetto sì tristo. I suoi occhi neri, nè per vero dire privi di
vivacità, s’ascondeano sotto due foltissime sopracciglia, e per lo più
guardavano verso terra, quasi, vergognosi del cattivo animo che davano
a scorgere, volessero sottrarre la bruttezza di questo indizio ai
circostanti. Nelle poche volte però, che per la necessità di vedere in
volto gli altri, li sollevava, si leggeva in essi la forza di esprimere
ardentissime passioni, e l’altra ad un tempo di simularle a talento.
Tutti gli altri lineamenti erano irregolari, ma buttati là in modo
da far sì che chi avea veduta una volta quella sì ladra fisonomia,
non la dimenticasse più mai. E bastò a Tressiliano il trovarsi alla
presenza di costui per confessare a se medesimo essere questo Foster
l’ultimo fra gli uomini cui avesse dovuto fare una visita, che non era
certamente nè aspettata, nè desiderata da chi la riceveva.
Portava un giubbone con maniche di cuoio rosso, simile al vestito
usato allora dai contadini più facoltosi degli altri, ed un cinturino
parimente di cuoio, che sosteneva a mano diritta un pugnale, e a manca
una scimitarra. Alzò gli occhi nell’atto di entrare, misurando d’un
guardo rapido ed accorto le persone che il visitavano, poi gli abbassò,
come se avesse dovuto numerare i passi che dovea fare per arrivare
alla metà della sala; indi con voce bassa e contegnosa si fece a dire:
«Vogliate spiegarmi, o signori, il motivo di vostra venuta».
Parve che a Tressiliano principalmente fosse volta l’inchiesta, e
che da questo solo aspettasse il Foster risposta, tanto era giusta
l’osservazione del Lambourne, che la superiorità derivata da nascita e
da educazione si fa scorgere per traverso al più semplice vestimento.
Ma la risposta venne in vece da Michele, che prese nel darla i modi
famigliari d’uomo francheggiato da ricordanza d’antica amicizia, e che
punto non dubitasse della cordialità, con cui stava per essere accolto.
«Mio caro amico, primo compagno di mia giovinezza, dilettissimo Tony
Foster! (e così sclamando, lo prese quasi a costui malgrado per la
mano, dimenandola con sì bel garbo che gliene comunicava lo scotimento
a tutta la persona) come avete passata la vita vostra dopo tant’anni
che non ci vediamo? Ma che? avete forse dimenticato affatto l’amico, il
fedele compagno, Michele Lambourne?»
«Michele Lambourne! (replicò Foster levando sopra di lui gli occhi,
che poi immantinente abbassò; indi senza cerimonie sciolse da quella
dell’altro la propria mano); voi siete dunque Michele Lambourne?»
«Sicuramente, come voi Tony Foster.»
«E ciò pur sia (soggiunse Foster, aggrottando le ciglia). Qual cagione
può condurre in questo luogo Michele Lambourne?»
«_Voto a Dios_, sclamò Michele, io credea trovar qui migliore
accoglienza di quella che, se non m’inganno, s’avrebbe voglia di farmi.»
«E che? Mercanzia da forca, masserizia da galera, avventor del
carnefice! puoi tu pensarti di ricevere buona accoglienza da chiunque
non abbia sempre dinanzi gli occhi la spaventosa prospettiva di Tiburn?»
«Tutte queste cose possono esser vere, e voglio anche supporle tali.
Ma non toglierebbero mai ch’io non fossi la compagnia che si vuole a
Tony _Brucia-cataste_, benchè ora, non so troppo bene per qual merito o
titolo, si trovi egli padrone di Cumnor Place.»
«Ascoltatemi, Lambourne, come giuocatore dovreste conoscere il calcolo
delle probabilità. Calcolate quante ne stanno ora per voi che da questo
finestrone io vi getti nella fossa sottoposta.»
«C’è da scommettere venti contr’uno che non ne farete niente.»
«E perchè di grazia?» chiese Foster coi denti serrati, e colle labbra
convulse, com’uomo agitato da forte commozione interna.
«Perchè, se vi piace vivere (rispose senza punto scomporsi il
Lambourne), voi non ardirete toccarmi colla punta di un dito. Io sono
più giovane e più vigoroso di voi, e il demonio della guerra mi ha
infuso una doppia dose di coraggio, benchè io non sia invasato come
voi dal demonio dell’astuzia, e benchè non vi rassomigli nel sapermi
aprire strade sotterra per arrivare ai miei fini, e nel mettere, come
suol dirsi in teatro, il tossico nelle pietanze, e il capestro sotto il
guanciale di chi dorme.»
Foster alzò una volta gli occhi sopra di Michele, poi fece due giri
lungo la sala con passo fermo e tranquillo siccome quando v’entrò.
Indi volgendosi d’improvviso e stendendo a questo la mano, sì gli
disse: «Non conservare verun astio contro di me, buon Michele. Volli
sperimentare se avevi mantenuta quell’antica, e lodevole franchezza,
che gl’invidiosi e i maligni sogliono denominare sfrontatezza e
impudenza.»
«La chiamino come diavolo credono. È una qualità indispensabile per
chi ama viver nel mondo. Corpo di mille diavoli! Sappi Tony, che il
fardello di franchezza da me posseduto non era abbastanza considerabile
per la natura del mio commercio, onde ho cresciuto il mio carico
d’alcuni barili in tutti que’ porti ove ho toccato nel viaggio della
vita; anzi per far luogo a questi, ho gettato sopra bordo quel poco di
modestia e di scrupoli che mi rimanevano.»
«Via, via! replicò il Foster. Quanto alla modestia e agli scrupoli, vi
stavate già sulla zavorra nell’atto di salpare dall’Inghilterra. Ma chi
è il vostro compagno, onesto Michele? Sarebb’egli un uom di Corinto[6]?»
«Io vi presento, bravo Foster, il signor Tressiliano (così si affrettò
il Lambourne a rispondere all’interrogazione dell’amico). Imparate
a conoscerlo e a rispettarlo, perchè egli è un gentiluomo fornito
d’ammirabili prerogative; e comunque il suo traffico non sia, almeno
per quanto so, della natura del mio, egli onora ed ammira i prodi della
nostra confraternita. E spero col tempo ne farà parte, perchè è cosa
che non suol fallire. Presentemente non è che un neofito, un proselito,
il quale cerca la compagnia de’ grandi maestri, come coloro che
imparano ad armeggiare frequentano le sale di scherma per vedere come i
più abili sanno maneggiare il passetto.»
«Se i suoi pregi stanno in tale misura, onesto Michele, è d’uopo che
tu passi con me in un altro appartamento, poichè ho da dirti alcune
cose che non debbono andar più in là delle tue orecchie. Quanto a voi,
signore, vi prego aspettarne qui, e di non uscire da questo luogo,
perchè si trovano nella mia casa, persone, che la vista d’uno straniero
potrebbe conturbare.»
Tressiliano diede il suo assenso chinando il capo, e i due degni amici
lo lasciarono nella sala, ove rimase solo ad aspettare che ritornassero.
CAPITOLO IV.
È un cattivo impegno servir due
padroni. Ma questo malandrino
vorrebbe servire ad un tempo il Cielo
e l’Inferno, e mostrarsi riconoscente
al primo del salario che si fa pagare
dall’altro.
_Monologo tolto da antica commedia._
La sala entro cui Foster condusse il rispettabile collega era più vasta
assai di quella onde uscivano; e più dell’altra offeriva tracce di
sofferto smantellamento. Le pareti all’intorno sostenevano un edifizio
ad uso di biblioteca, costruito di rovere, e cogli scaffali dello
stesso legno. Dell’immensa raccolta di libri ch’essi contennero, ne
restava ancora una parte, ma tutti coperti di polvere, e laceri gli
uni, privi gli altri de’ lor fibbiagli d’argento, e messi in disordine
sulle scanzie, e siccome cose non meritevoli di veruna cura abbandonati
al primo che volea impadronirsene. L’edifizio istesso pareva aver
incontrato il disfavore dei saccheggiatori, che non contenti di
distruggere una maggior parte de’ volumi, fracassarono le nicchie ove
questi stavano, e ne tolsero molti scaffali, e tutte le cortine, delle
quali tenean vece in quel tempo le tele di ragno.
«Gli autori di queste opere, disse, dando un’occhiata intorno il
Lambourne, non s’immaginavano certamente in che mani sarebbero andate a
finire.»
«Nè tampoco l’uso cui verrebbero riserbate, soggiunse il Foster. La mia
cuciniera non si vale mai d’altro per pulire i candelieri, ed è con la
loro carta che il mio servo accende il fuoco ogni giorno.»
«Eh sì: ho veduto più d’una città, ove si avrebbero tuttavia in tanto
pregio da non valersene mai in questa guisa.»
«Lo credi tu? Dal primo all’ultimo non contengono che insulsaggini
scritte da altrettanti papisti. Ella era la biblioteca di quel vecchio
rimbambito dell’abbate di Abingdon. La diciannovesima parte di un
sermone, composto da un predicatore della nuova dottrina, val meglio
che tutto un carro di queste istorie pescate nel lezzo di Roma.»
«Che ascolto? Ed è il sig. Tony _Brucia-cataste_ che tiene simile
linguaggio?»
«Uditemi, Michele (disse austerissimamente il Foster, che lanciò
sull’altro uno sguardo d’indignazione), dimenticate questo soprannome,
e l’occasione che lo fece nascere, se non vi piace che la nostra
conoscenza, rinnovellata da poco in qua, muoia di morte improvvisa.»
«Almeno spiegatemi una cosa, che non posso comprendere; perchè vi
fu un tempo in cui vi davate vanto voi stesso di avere contribuito
all’arrostimento di due vecchi vescovi eretici.»
«Pur troppo, in que’ giorni mi gravarono i ceppi dell’iniquità, ed io
era ingolfato nel mare della perdizione. Ma ho cambiato avviso dopo una
chiamata che ebbi dal Signore per entrare nella sua casa. Il degnissimo
predicatore Melchisedec Maultext paragonò a tal proposito la mia
disgrazia a quella, cui soggiacque l’apostolo san Paolo, allor quando
tenne da conto i vestiti di coloro, che si affaccendavano a lapidar
santo Stefano. Egli impiegò tre successive domeniche a predicare su
questo argomento, e senza nominarlo, citava l’esempio d’uno de’ suoi
ragguardevoli uditori, ch’io sapeva essermi quel tale.»
«Basta, Foster, basta. Tai vostri discorsi mi fanno venire la pelle
d’oca, cosa che mi accade sempre, nè so il perchè, quando ascolto il
diavolo parlare di santa scrittura. Ma come avete potuto licenziare
l’antica vostra religione colla facilità che altri mette nel levarsi un
guanto? voi che non vi stavate mai un mese dall’andarvi a confessare,
benchè poi nell’uscire da quel tribunale di penitenza, non vi trovaste
men pronto a commettere la più enorme ribalderia che vi fosse venuta al
destro, pari in ciò ai ragazzi che per aver il bell’abito della festa
non si astengono all’uopo di avvoltolarsi in mezzo al pantano. E non
sentite nessun rimprovero dalla vostra coscienza?»
«Lascia in disparte la coscienza. È questa una cosa intorno la quale
non puoi ragionare, perchè non ne avesti mai in vita tua: ed entriamo
piuttosto in materia. Dimmi in poche parole, qual affare credi avere
con me, o quale speranza qui ti condusse?»
«Quale speranza? quella certamente di star meglio, dicea la vecchia
che si mettea lunga distesa sul ponte di Kingston. Osserva questa
borsa: è quanto mi rimane di una somma tanto rispettabile, che ciascun
galantuomo se la sarebbe augurata nelle sue tasche. Ti vedo ben
collocato, e a quanto sembra spalleggiato meglio, perchè si sa che
un gran signore ti ha preso a proteggere. Sì, Tony, si sa, perchè tu
non puoi sguizzare entro la rete, senza darti a conoscere di mezzo
ai buchi. Io poi ho pratica, che queste protezioni non si concedono
gratuitamente; e tu la cambi del certo con servigi che vai prestando.
Venni adunque per assisterti in questo mercato.»
«Ma io non ho bisogno del tuo aiuto, Michele! la tua modestia almeno
doveva farti ravvisare questo caso come possibile.»
«Vale a dire, che tu vuoi fare ogni cosa da solo, per non partire con
altri il salario. Ma bada bene. La troppa avidità nel voler mettere più
grano che non ne cape in un sacco, fa rompere il sacco e il grano va
alla malora. Poi osserva come si regola un accorto cacciatore. Prende
con sè un bracco a fine di non perdere l’orme del cervo, ma non lascia
a casa nè meno il cane da corsa, che è quanto vi vuole per raggiungere
la bestia selvaggia. Il tuo protettore, senz’altro, ha bisogno di due
persone, ed io posso essere all’uopo d’una di queste. Perchè è vero,
che possedi profonda sagacia, che corri in dirittura alla tua meta,
che la malignità della tua indole è ferma, instancabile oltre quanto a
tal proposito io possa vantarmi: ma in compenso ti supero in audacia,
in vivacità, in prontezza di eseguire, e in fertilità d’inventar
espedienti. Disgiunti l’uno dall’altro, manca a ciascun di noi qualche
cosa; uniti, chi vale a resisterci? Pondera bene quanto ti dico.
Dunque!... Faremo noi insieme la nostra caccia?»
«Questa tua proposta ha molto dello stravagante, o Michele, ed è un far
più che da cane da presa il venire sino in casa mia a morsicarmi la
polpa della gamba. Ma già, tu fosti sempre un cane mal educato.»
«Accetta la mia offerta, e non avrai motivo, di dir così. — Infine,
poi, fa come credi. Ma ti avverto, che se non mi vuoi soccorritore
nelle tue imprese, m’avrai instancabile nell’intralciarle; perchè
assolutamente ho bisogno di lavoro, e ne troverò adoperandomi o per te,
o contro di te.»
«Dunque poichè la tua cortesia è tanta, che mi lasci la scelta, ti
accetterò piuttosto amico, che nemico. — Di fatto non t’inganni. Posso
procurarti un protettore, che ha modi per giovare ad entrambi e ad un
centinaio d’altri; e per vero dire tu hai quanto abbisogna per fartigli
utile. Il servigio ch’egli chiede domanda ardimento e destrezza; e i
protocolli dei tribunali fanno testimonianza in tuo favore. Egli ha
d’uopo di gente che non si lasci arrestare dagli scrupoli; e nessuno
ti fa il torto di credere nemmeno che tu abbi coscienza. — Per tener
dietro a un cortigiano è necessaria la sapienza di non si dar a
conoscere; e la tua fronte è impenetrabile come se un elmo di pelle di
nibbio la ricoprisse. — Non vorrei in te altra riforma che in un certo
punto.»
«E qual è questo punto, mio buon Tony? Parla, e ti giuro pel guanciale
dei sette dormienti, che cercherò gradirti in tutto e per tutto.»