IX

Frattanto, nella casa di Giorgio Fiesco, Novella aveva messo al mondo il

figlio di Andrea.

Era nato serenamente, verso l'ora dello stellare, in una calma e

religiosa camera, dov'entravano a larghe ondate i profumi sfiorenti e

grevi del voluttuoso autunno.

Ella fu addormentata, perchè non soffrisse, e lo diede al mondo con

pace, come se lo avesse portato, non già nel grembo doloroso, ma su le

braccia forti.

Si svegliò e sorrise, cercando con gli occhi l'amante che dall'ombra la

guardava. Piano sollevò dal lenzuolo il braccio seminudo, per chiamarlo,

poi volse il capo sovra una guancia e richiuse gli occhi.

Davanti a lei, ne' quadrati azzurri delle due finestre, il cielo

notturno accendeva migliaia di stelle; non veniva dal quartiere

sottostante alcun rumore pur fievole. Questa creatura battezzata con

tanta morte aveva cominciato a respirare nel mondo in un'ora di pace.

L'aveva raccolta su le fedeli sue braccia la bianca madre di Novella,

che non si dimenticava d'aver cullato i suoi tre figli, ad uno ad uno, e

che sentiva ella pure qualcosa della sua morta gioventù rivivere in quel

vagito indistinto, ch'era già una voce umana.

Come poteva ella, ch'era vecchia e stanca, non sorridere a questo verde

fiore? Sì, le ombre, le ombre!... Ma per lei, ch'era un'arida esausta

madre, la sola cosa che fosse ancor bella nel mondo era il palpito nuovo

di quella vena che proveniva da lei. Sebbene fosse stata una casta

consorte, s'accorgeva che il peccato della donna contro la fede nuziale

si riduce ad essere una ben ridevole cosa davanti alla santità della

creatura che nasce; onde le sue braccia senili palpitavan di gioia

recando verso la cuna quell'ineffabile peso.

La sua figlia peccatrice aveva portato nel grembo un cuore nuovo, e per

lei questo l'assolveva da ogni peccato, versava sopra la sua lussuria

d'amante la sacra e dolorosa purezza della maternità. Anch'ella

inconsciamente scordava l'ombra del morto, per difendere, per amare

quelli che facevano continuare la implacabile vita.

E Maria Dora, quella medesima biondinetta che aveva guardato in silenzio

il feretro risalire dalla profonda fossa, or si chinava sorridente, con

una curiosità quasi materna, su la piccola cuna gonfia di pizzi e di

cuscini soffici, ove una specie di gomitolo vivo tentava d'aprire le

fessure degli occhi, le labbruzze umide, per guardare, per respirare nel

mondo.

Lo scemo era nella stanza vicina, al buio; stava presso la finestra in

attesa di veder piovere le stelle filanti e sghignazzava, con la sua

risata stridula, quasi beffarda, ogniqualvolta gli riuscisse

d'acchiapparne una.

In quel mentre poetava come al solito.

«Le stelle filanti filanti

son fili di paglia che bruciano.

Per prenderle mi metto i guanti...

sicuro... ne ho prese già tre!»

Il Ferento rimaneva muto ed assorto nella camera di Novella. Guardava il

letto ricomposto, le sembianze di lei riassopita, pallida in volto, con

qualche ciocca di capelli rappresa intorno alla fronte. Aveva un braccio

nudo fuori dal lenzuolo, ed al polso un braccialetto, che nonostante il

lutto, ella non lasciava mai. Quel cerchio d'oro luccicava nitidamente

in mezzo alla penombra, quasi fosse il centro luminoso della camera e

d'una spirale di sciarpe nere che s'avvolgessero intorno alla donna

supina.

Il suo braccio prendeva un color dorato; la mano era tranquilla,

singolarmente pura, quasi diafana. Il respiro dell'addormentata

sollevava leggermente il lenzuolo; un bel copripiedi di pizzo, a punto

d'Irlanda, con un nastro di raso azzurro, largo un palmo, ch'entrava ed

usciva dai fori della merlettatura, facendo agli angoli quattro vaste

gale, confondeva la lunghezza del suo corpo in un leggero sollevamento.

I suoi capelli dormivano accanto a lei, raccolti a fascio dietro la nuca

scintillante; le sue narici, volte verso il lume, parevan tinte di

roseo, mentre la bocca era del tutto scolorata.

Una calma lampada, nascosta sotto il paralume, fasciata con un velo,

addormentava la stanza nel suo morbido chiarore; di lontano batteva una

pendola; sul tavolino da notte c'erano tre rose, in un bicchiere.

Come l'amava! come l'amava!... che struggimento, che intollerabile

tristezza, che voglia malata di piangere... che affettuoso dolore!

Adesso avevan un figlio, eran legati, avvinti l'uno all'altra per intera

vita... Eppure egli non sentiva di avere un figlio, non lo conosceva,

sebbene fosse già nato e l'avesse appena intravveduto con i suoi occhi

distratti. Sentiva solamente una cosa: l'amore per lei, l'amore, il

desiderio, la paura di lei... Ma anche questo in un modo già diverso,

già nuovo.

La vita comincia domani: romanzo · 第 30 / 34 题