L'istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti
risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi
chiuse l'istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la
quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento
l'inesistenza del reato.
Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l'interrotto sonno in quel
piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de' papaveri
si piegavano con una specie d'ubbriachezza, dondolando su gli esili
steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in
tomba nelle folate crepuscolari.
Così era passata la bufera sul grande omicida, su l'anima sua di tiranno
e su l'insorgere tempestoso delle fazioni. Era passata e già si
disperdeva, come tutto si disperde nel mondo, in una nube di polvere, in
un'eco lontana e fievole che man mano la distanza confonde.
Nell'ora più tragica del combattimento un fanatico s'era gettato a
fronte bassa nella mischia per salvare il suo tragico maestro, ed anche
se un tal eroismo per avventura fosse stato inutile, allora come sempre
il mondo non poteva impedirsi d'ammirare queste barbare magnificenze.
Come il Ferento aveva creduto e voluto, la battaglia era vinta; vinta
senza riserve, ampiamente, crudelmente. Ora, poichè la strada era
sgombra, poteva camminar oltre, verso il domani vertiginoso. Si era
fatto amare abbastanza per trovare intorno a sè una falange di
partigiani, serrata e forte, che ovunque lo avrebbe difeso a spada
tratta, vita per vita; ormai non gli restava che godere il premio della
sua temeraria impunità.
Colpita nel cuore, la fazione avversaria s'era lasciata debellare
facilmente: egli poteva ora scegliere vendette come rose profumate in un
largo paniere. La folla, quella medesima folla ch'era insorta contro il
suo nome, ora l'applaudiva; persuasa o meno, egli era stato il più
forte; e ciò bastava perchè, secondo la logica della vita, il più forte
avesse anche ragione.
Era stata immolata una vittima per placare il dio della civile
discordia; dopo molto contorcersi, la città aveva bevuta per gli
interstizi del suo lastricato una fresca vena di sangue; l'epilogo era
nella morte: bastava.
Domani, con altre bandiere, si ricomincerebbe a guerreggiare; ma la
battaglia di ieri diventava una fredda pagina di storia morta, un nero
turbine che si allontanava nella immensa caligine delle cose finite. Su
l'avvenire degli uomini urgeva e pulsava il domani, che appartiene
sempre al vincitore ed è implacabilmente la disperazione del vinto.
Questo era vero nella breve battaglia fra due fuggenti uomini, com'è
vero nella storia dei popoli, nelle leggi fondamentali della vita, in
tutte le distruzioni, in tutte le creazioni della possibilità umana.
Egli era stato adunque il padrone del suo diritto imperatorio: aveva
ucciso, aveva costretto altri ad uccidere, e la folla soggiogata
l'applaudiva. Sopra il suo delitto non aveva trovato altro giudice che
sè.
Questo anarchico e questo santo alzava la sua rilucente potestà sopra i
divieti che sono la catena dei mediocri: s'era involto, calmo ed
inesorabile, in quel magnifico diritto che gli uomini titubanti avevano
decretato agli Dei.
Ma non soltanto sopra la scena mutevole della commedia umana era passata
ormai come polvere l'improvvisa bufera; non soltanto fuori da lui, ma
nel suo spirito stesso, era passata e lontanava.
Non più l'irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente
che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non
più giornate sospese nel dubbio del domani, non più l'accanimento
febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una
stanchezza quasi vuota, una specie d'annientamento, un gorgo aperto
nell'essere, un'ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...
Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto
anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro
d'aver battuto il buon cammino, d'aver distinto il bene dal male con
alti sensi, d'aver professata la propria coscienza con assoluta
sincerità. Se aveva peccato, era d'orgoglio, nel non credere agli altri,
nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che
nasceva e moriva con l'uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche
minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un
sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva
con tenacità in una intensa e buona fatica.
Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che il
_Dio lontano_ fosse, fino ad un certo punto, il potere dell'uomo.
Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo
l'ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl'idoli
marci le cloache del mondo.
La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto
quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo
ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l'uomo.
Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade
all'essere più comune: -- s'era innamorato, innamorato fino ad uccidere,
-- e non più d'un pensiero astratto, ma d'una creatura fugace, lieve,
bella, transitoria, d'una forma femminile che s'impadroniva del suo
mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.
Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d'improvviso
assumere un significato diverso; non peggiore, non migliore: diverso.
Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più
definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti
principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza.
L'immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue
verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d'una
uccisione e d'un amore. L'ultimo volo del suo pensiero temerario si
abbatteva esausto contro una parete insuperabile.
Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale,
poichè infatti, nell'ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della
sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che
amava gli parvero d'un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più
significante, nell'universo mondo. Non era più così necessario che la
materia opaca rivelasse all'indagatore il suo segreto essenziale, poichè
la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare
con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell'uomo
che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del
mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l'anima
delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»
Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone
anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo
che un atto barbaro dell'amore, non fosse in lui che un ritorno
immemorabile dell'uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena:
doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.
E lo fece.
Cominciò a ricercare nelle origini, laggiù, dov'era nato l'amore,
laggiù, dove per la prima volta, con una tristezza paurosa e crudele,
aveva in sogno posseduta la moglie del suo fratello infermo,
accorgendosi nel medesimo tempo ch'ella era già ne' suoi sensi, quando
ancora con l'animo ne rifuggiva, e l'amicizia era già morta, e la donna
era già sua, e la vita subitamente lo assaliva da tutte le parti con un
furore incontrastábile...
Sì, v'erano parole grandi e sante che il respiro d'una bocca poteva
disperdere. Ciò che aveva una meta erano i sensi; erano i sensi cupi,
necessari, violenti, che inveivano in lui quasi con un urlo, ed era,
oltre i sensi, qualcosa d'indomito che si levava dalle oscure profondità
del suo essere per avventarlo con ira, ma pieno insieme d'una convulsa
felicità, verso la dedizione di sè stesso nell'amore per un'altra
creatura, verso la continuazione di sè stesso nelle vene d'un'altra
creatura, nella rigogliosa giovinezza d'un figlio che la perpetui verso
il domani, -- ciò che rappresenta nel mondo la vera ed unica immortalità
dell'uomo.
Ecco: ed egli dubitò di aver ucciso per amare la sua donna, per far
nascere il suo figlio. Tutto questo che altri compendiano con ubbidienza
e con pace intorno ad un intimo focolare, a lui veniva traverso il
dramma, dopo ch'era salito in cima alla montagna del mondo, e aveva
gridato nel vuoto la sua parola magnifica: -- «No!»