Un pensiero l'occupò improvvisamente: «Rimarrà bella?»

E s'accorse che la sua bellezza gli era necessaria.

Poi cominciò a guardare indietro, verso tutto quello che aveva compiuto

per giungere fino a quell'ora, e ne provò un senso quasi di vertigine,

come se avesse guardato smarritamente nell'immenso gorgo del proprio

amore.

Di nuovo il senso quasi erotico della loro complicità gli venne al sommo

del cuore. La rivide in lontane ore notturne, disperata e sorridente

nella gioia che mai non la saziava; ricordò il profumo della sua gola

turgida, che ora da molte settimane non baciava più.

Si udiva dall'altre stanze un'eco di rumori confusi; ma in quella camera

di natività, immersa nella penombra vaporosa, non si udiva che il rumore

della notte, simile a quello che fa, nell'aprirsi, un grande ventaglio

di piume.

Li avevano lasciati soli, mentre di là v'eran il medico, la levatrice,

le domestiche, l'intera famiglia radunata intorno alla culla, e già

tutti eran curvi su quella debole incominciante vita, come se il nascere

fosse ancora un miracolo che stupefacesse i vivi, e come se davanti al

vagito d'una creatura nascente fosser cosa di ben lieve importanza tutte

l'altre voci che provengono dal confuso agitarsi del mondo.

Ella dormiva in pace, stanca d'aver compiuta la sua fatica materna,

forse ondeggiante nel sonno in una sensazione d'allegrezza e di lievità.

Su la bocca un po' tumida, leggermente contratta, le alitava un sorriso

che pareva somigliante allo stupore d'una ubbriachezza; egli, che la

guardava con l'occhio geloso e mai casto d'un amante, provava un senso

complesso d'ostilità e di compassione contro la donna che aveva dovuto

soggiacere così apertamente alle tiranniche leggi della natura, e che,

invece di esaudir l'amore come un divino sterile delirio, aveva dovuto

avvilire il suo grembo con il peso bestiale della fecondità.

Veduto così, l'amore non era più che un prestigioso inganno, traverso

cui l'uomo s'induceva necessariamente a creare. Una volta di più _il

divino esulava dalla materia_; l'uomo non era che il tramite aleatorio

traverso il quale passa la corrente inestinguibile della vita; il

figlio, appena concepito, impoveriva già la sua madre; nascendo,

incominciava ad ucciderla.

Davanti a quel primo vagito, a quel primo brancolare nella luce d'una

creatura da poco respirante, essi, che l'avevano generata, esaurivano

sostanzialmente la lor ragione d'essersi amati, finivano di ubbidire

alla volontà naturale della materia, trasmettevan nella forza d'un cuore

più celere il già morente fuoco delle lor vene, quasichè la lor concorde

ragione di vivere fosse trapassata in quel più giovine spirito, e la

vita camminasse oltre, immemore, sopra la loro subitanea vecchiezza.

Nel momento ch'ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva

inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l'origine di quel buio

dolore che rivolge l'uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente,

poich'egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia

di vivere nel cuore più giovine d'un figlio, come d'un altro sè stesso,

che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.

L'onda, l'onda, l'onda... e più lontano ancora l'onda, e fin oltre i

limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente,

l'onda...

Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di sentirsi uccidere con

una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se

tale infatti è il mondo, qual'esso appare all'uomo che avvedutamente lo

guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere,

ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch'è nostra

nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè

mai l'uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato

gauditore di gioie distruttibili?

O forse la materia è così prodigiosa, ch'essa ci salva persino dal

nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s'accanisce a

distruggere il senso del vivere, tanto più l'istinto illogico ed

imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello

che pur vediamo essere un nulla?...

Forse. Perchè l'uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè

stesso. Quando l'addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato.

Nulla vi è che resista, che _sia qualcosa_, davanti al nostro pensiero:

nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l'amore, nè il pensiero

medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati

inguaribili dell'una o dell'altra di queste cose fallaci, non possiamo

far altro nel mondo che seguitare a credere l'assurdo, a fidare

nell'inganno, a volere l'inutilità...

«Sorella, non eran fili

di paglia, e nemmeno d'argento;

non erano che un po' di vento

rosso... Ne ho prese più che cento;

m'hanno bruciato i guanti.

Le diamo al bambino piccino

le stelle filanti filanti?...»

Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d'autunno, con folate

calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più

piccolo rumore. Nel guardare la notte, pareva che un velo di mussola

nera continuamente s'avvolgesse intorno ad un cerchio d'azzurrità; entro

infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.

Allora egli ricominciò a sognare che l'amava, che l'amava con voluttà e

con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d'un oppio

ubbriacante; perchè al disopra d'ogni titanica impotenza del pensiero

cantava tuttavia l'amore, questo volo dell'essere ch'era il più lontano

dalla morte, ch'era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del

mondo...

X

Ma egli aveva ucciso.

Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino,

di costituire l'alta sua libertà sotto l'arbitrio dei pavidi

legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che

ciò fosse un delitto. L'aver soppresso non era, nella sua coscienza

incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non

lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà

micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto.

Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile

impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo

dubbio. Le piccole paure dell'uomo non erano fatte per lui. Ma quello

che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali

non poteva disciogliere il suo virile coraggio.

Preso d'assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed

uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata

la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode;

perchè, se l'uomo può mentire in un giorno di pericolo, non deve, non

può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.

Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma

dall'altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè

stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man

mano più insopportabile.

Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l'epilogo d'una storia di

morte s'era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per

lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore,

aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con

Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo

bimbo.

Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza

il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto

un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso

la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s'era

impadronito quasi d'un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra

poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva

lasciato superstiti, e la famiglia, ch'è un organismo incoscientemente

avido di dominio, si rinserrava intorno a quell'intruso che la faceva

continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno

e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un

certo limite nell'osservanza dei vivi.

Già tardo era l'autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed

essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che

non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre,

tornò ad abitare per l'ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.

Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè

ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità.

Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza ombra

di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di

sole.

Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più

strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e

le vene, sino ad averne bisogno come d'un farmaco soave nel quale

s'addormentasse l'indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita

mutava colore.

Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era

liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava

quasi più d'essere madre; in lei traboccava il riso dell'amante felice;

il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai.

Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario

alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione

profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d'amore

sotto il cilicio della sua veste claustrale.

Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto

fiorire negli anni del matrimonio doloroso.

Più tardi, coi primi segni della vecchiezza, ella diverrebbe veramente

una madre; ma ora, finchè un tale rigoglio di sensualità le sbocciava

per la bella persona, finchè sentiva così forte, fra vena e vena, lo

spasimo della sua giovinezza, finchè, dietro il velo delle sue ciglia

quasi d'oro, il mondo ancora le mandava luce come una prateria piena di

sole... benchè vedova, benchè madre, benchè ravvolta in un dramma oscuro

e temibile, non sapeva che tendere le sue braccia piene di colpa verso

l'inebbriata esultanza dell'amore..

Egli era qualche volta buio; ma una sua carezza bastava per

rasserenarlo. Ed in tal modo, la coscienza del potere che aveva sopra di

lui le impediva perfino di vigilare con attenzione la crisi che andava

logorando il cuore dell'amante. La sua propria gioia era così obliosa

che nemmeno le concedeva di accorgersi del dolore; poichè gli uomini

riescono difficilmente ad essere così attenti o così distratti come può

essere una donna.

I giorni passavano, ad uno ad uno, come granelli di una lenta collana;

quella casa di Giorgio Fiesco era divenuta troppo vasta per lei sola e,

nell'abitarvi, ella provava un non so quale disagio, anzi una

intollerabile malinconìa. Vi rimaneva solo in quelle ore che Andrea

seguitava macchinalmente a dividere fra le cure della Clinica e

dell'Università. In quella casa egli non metteva mai piede; ambedue, per

un tacito consenso, usavano questo rispetto verso il morto.

Ma non appena s'avvicinasse l'ora verso la quale Andrea soleva

rincasare, a mezzodì e nel pomeriggio, ecco, ella si calava su la faccia

sorridente il velo di crespo e con un senso delizioso di peccato,

cercando in mille guise di sottrarsi all'anonima indiscrezione della

strada, rapidamente si faceva condurre alla sua casa.

Per lo più giungeva innanzi ch'egli tornasse: l'aspettava con il cuor

trepidante, quasi non lo vedesse da mill'anni, e vigilava ogni rumore

per sorprendere quello del suo passo noto.

Alle volte gl'impediva di uscire, o lo faceva tardare a bella posta,

godendo con una specie di crudeltà infantile quei pochi momenti rubati

a' suoi severi offici. Da quando ella era con lui, così intima nella sua

vita, gli aveva insegnato ad amare i suoi piccoli capricci femminili, ai

quali egli s'arrendeva sorridendo. La sera pranzavano insieme, ad una

tavola imbandita con fiori, sopra una tovaglia leggiadra, con cibi

delicati, ch'ella si occupava di scegliere. Nessuno svago avrebbe

superato per loro la dolcezza di quel vivere intimo, e la sua maschia

ruvidità si lasciava ravvolgere con inerzia da quella soave atmosfera

femminile.

Ora l'appartamento era pieno di cose ch'ella vi portava: specchi, abiti,

biancherie, fiori a profusione, oggetti graziosi e inutili, ch'ella

raccoglieva intorno a sè come un adornamento inseparabile. Tutte queste

cose infatti cominciavano con divenire anche a lui quasi necessarie,

cominciavano con occupare un posto notevole nella sua vita severa.

Ogni notte stavano insieme fin tardi, alle volte fino al mattino; ed

egli amava di ritrovare le sue vestaglie appese nello spogliatoio, le

sue pianelle su lo scendiletto; amava di veder luccicare sui pavimenti

qualche forcella caduta e di trovare sui lavabi di marmo, su le

specchiere, su le pettiniere, tanti vasetti e bossoletti e ferri e lime

e piumini per la cipra e pettini e profumerie: tutta insomma quella

minuscola confusione luccicante che serve per l'ornamento della bellezza

femminile.

A poco a poco egli s'accorgeva d'aver preso tanto amore a queste inezie,

che il privarsene ormai gli sarebbe stato veramente impossibile; senza

di lei, senza la profusione per ogni stanza di cose che le

appartenessero, gli sarebbe divenuta odiosa e tetra la casa dove abitava

da tanti anni; senza quel profumo di lei che ondeggiava nell'aria, che

s'attorcigliava come una sciarpa intorno ad ogni cosa, gli sarebbe

sembrato che al suo respiro mancasse la parte più benefica e più

sostanziale.

Aveva presa l'abitudine di trovarla dietro l'uscio entrando, e di

sentirsi all'improvviso cingere dalle sue braccia; aveva imparato a

conoscere il rumore ch'ella faceva, camminando, con la sua liscia

gonnella nera, co' suoi tacchi sottili che battevano sui pavimenti

lucidi; quel rumore, egli lo ascoltava talvolta anche quando ella non

v'era, e si sarebbe sentito infelice come il più misero uomo se gli

avessero detto per avventura che non l'udrebbe mai più.

Non era più soltanto amore, ma un affanno crescente, un bisogno

inguaribile della sua presenza, una specie di malattia sottile, che gli

entrava nel sangue, s'immischiava nel dolore, nel piacere delle sue

vene.

Talvolta uscivano insieme, la sera, nascosti nell'automobile chiusa, e

correvano per lunghi tratti nel silenzio della campagna circostante.

Faceva un inverno dolce, con qualche notte stellata; l'ombre della

strada, assalire dal fascio dei riflettori, si rompevano come

impalcature di tenebra che rovinassero con uno schianto. Il rumore del

congegno parlava come una voce umana. Pigra, ella si coricava nelle sue

braccia, lasciandosi urtare da tutte le scosse, con una inerzia che

accresceva il suo peso caldo e profumato. Era senza cappello,

spettinata; ogni tanto sollevava la faccia per farsi baciare su la

bocca.

Ella, nell'ombra, non vedeva i suoi occhi accesi e fissi, non poteva

nemmeno sospettare quanta furia di pensiero si agitasse dietro la sua

fronte pallida.

La strada camminava rapidamente, come un fiume in piena fra la tenebra

delle due rive.

Al ritorno, la città riappariva, dapprima obliqua, sollevata su la

pianura circostante; poi man mano si delineava più ferma sotto una

cupola di fumo rossastro, e cominciava lontanamente a tremolar di lumi,

come un accampamento immenso, dove le sentinelle camminassero, avanti,

indietro, in ogni verso, con lanterne cieche.

Irrompevan sui bianchi selciati con un fragore di velocità ripercosso

dai muri delle case: ella frettolosamente si rimetteva il cappello,

avvolgendosi nel velo di crespo.

Così vissero alcuni mesi. Già stava per sopraggiungere la primavera

anniversaria; le brine del mattino si tingevano di rosei colori.

La vita comincia domani: romanzo · 第 31 / 34 题