VII

Egli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi

alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi.

Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade

piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A

piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le

strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo

riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli.

Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un

bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti

del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta

con una precisa e fredda crudeltà.

Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva

più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla

gola d'una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d'un tratto riafferrato

il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere,

con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L'avere

ucciso, l'esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole

perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente

sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle

catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che

bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile

volontà.

Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di

ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli

accusati; mai elargirebbe quest'ora di trionfo all'ambizione d'un

Salvatore Donadei.

Rifiuterebbe l'obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle,

come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche

giornata di guerra civile; -- in ultimo, non lo avrebbero che morto.

La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per

lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all'eccidio, darebbe

il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti

coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell'ardore della

contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi

che facevano di questo apostolo d'idee un selvaggio dominatore di

uomini.

D'altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per

esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei

quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni

private, come un padrone conosce le pecche de' suoi domestici; nè per

coscienza propria nè per istigazione d'altri, mai avrebber osato

accertare a suo danno la prova, ch'era d'altronde inaccertabile.

Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in

Corte d'Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran

tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo

sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.

Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare

dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando

appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma

professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali

era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora

speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella

polvere.

Ben lo sapeva, ed era con un senso d'orgoglio intimo ch'egli sentiva

battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella

sua Clinica stessa, nell'Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una

rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa

del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore

Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di

splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero

togliersi via la maschera!

Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio

inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per

un uomo com'era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e

d'impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di

poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva

bruciato i ponti dietro di sè.

Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste

complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che

l'estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto

conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi

degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno

alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo

nemico per morto.

In verità s'era troppo affidato alle testimonianze del medico Paolieri e

di alcuni fra quelli che avevano veduto il cadavere del Fiesco. Era

forse rimasto così stupefatto di questa possibilità inattesa, che

l'aveva súbito accettata, non senza discuterla, ma parteggiando per

essa, ben certo che un'accusa di tal genere, o vera nei fatti, o

soltanto verisimile, dovesse riuscir bastevole a pugnalare in pieno

petto un uomo come Andrea Ferento.

Non aveva dunque troppo indugiato nell'esaminare se questi fosse

colpevole davvero; gli bastava che a rigor di legge una simile

colpevolezza potesse venirgli imputata; gli bastava di poter finalmente

radunare contro lui tutta l'ira della sua parte, trascinarlo giù

dall'altare, mettere alla gogna la sua storia d'amore.

Quell'uomo era stato il fantasma nero della sua vita. Salvatore Donadei

credeva di combattere per un'idea sua propria, mentre in verità non

faceva che combattere contro le idee dell'altro; supponeva di avere

un'ambizione sua propria, la quale non era nata invece che dal desiderio

di misurarsi con la potenza dell'altro; e sopra tutto l'odiava, perchè

il Ferento, invece di raccogliere la sua sfida, non si era mai curato

d'altro che di squassarlo da sè come un piccolo avversario importuno.

Con l'andar degli anni quest'odio aveva preso in lui così profonde

radici, che avrebbe dato la sua fede, il suo giornale, il suo denaro, e

perfino i suoi figli, per il piacere di calpestarlo senza remissione con

la sua fredda ira, come si tenta spegnere coi piedi la fiamma di una

lampada rovesciata. Giunta l'ora in cui tutto ciò gli parve possibile,

questo uomo cauto e pieno d'insidie si lasciò quasi ubbriacare dalla sua

crudele speranza.

Dal giorno in cui Tancredo ed il Metello eran venuti a proporgli quel

terribile mercato, egli non si era più concesso un attimo di pace. Aveva

tramato, congiurato, subornati o fatti subornare testimoni, s'era

accaparrato a forza di denaro una parte della stampa ed aveva messa in

opera tutta la sua potenza d'uomo politico, di giornalista, di capo d'un

numeroso partito, finchè suonata gli parve l'ora di dar fuoco alle

polveri e scatenare nella piazza la congiura tessuta nell'ombra.

E, se Andrea Ferento non fosse stato che un platonico banditore d'idee

od un eroico cercatore di verità, esiliatosi fuor dal mondo, costoro,

senza dubbio, per il lor numero e la potenza grande che ancora il

pregiudizio esercita sopra la terra, costoro lo avrebber vinto con

facilità. Ma in Andrea Ferento v'era un uomo altresì che amava la

potenza per sè stessa, v'era il partigiano accanito che sapeva l'arte

imperatoria del guidar le fazioni, e sapeva che al di sopra di tutte le

forze radunate in mano dei poteri sociali, v'è sempre stata e sempre

dominerà la violenza d'un uomo solo.

Oh, quanto nel suo spirito beffardo egli derideva coloro che si

aspettavano di veder lui, Andrea Ferento, semiconfesso e pavido sui

banchi d'una Corte d'Assise! Credevano dunque che per tanti anni egli

avesse investigata la materia invano? che per tanti anni avesse dalla

sua cattedra bandita l'ultima parola delle scienze positive, per doversi

ridurre, quando gli fosse mestieri sopprimere, ad iniettare nelle vene

della sua vittima qualcosa che tre chimici dozzinali potessero poi

raccogliere nei loro suggellati specilli? Ma no! ma no!... egli aveva

disciplinato il suo delitto come si disciplina un esperimento

scientifico, e la natura è ben più vasta che non suppongano gli sbadati

farmacisti o gli avvelenatori da suburbio che solo confidano sopra il

silenzio delle tombe. Non lui, che si chiamava Andrea Ferento, ch'era il

più dotto e prodigioso fra gli scienziati d'Europa, non lui che aveva

per giorni e settimane fatto progredire il suo delitto, a grado a grado,

indisturbatamente, col pieno potere che gli veniva dalla sua coraggiosa

libertà.

Per un istante infatti egli aveva temuta, non la giustizia degli uomini,

ma l'onnipotenza dei partiti che si collegavano contro lui, capaci senza

dubbio di subornare un giudice, di dettare ai periti un responso

dubbioso e per tal modo trascinarlo in Corte d'Assise, od anche mandarlo

assolto per non provata reità. Era quello che tuttavia bastava per

distruggere in un sol giorno la sua magnifica vita.

Ma davanti al pericolo egli aveva ritrovato con una prontezza

meravigliosa il suo posto di battaglia e la memoria strategica dell'uomo

che in altri tempi aveva camminato alla conquista del potere.

Ormai, se da una parte operavan sul giudice istigazioni potenti, egli ne

faceva esercitare altre più incontrastabili; se poteva esservi nella

designazione dei periti un intento recondito, egli era giunto a far

cadere questa scelta su persone che avrebbero dovuto resistere a

qualsiasi adescamento; se una parte della stampa lo aveva nei primi

giorni assalito con furia, man mano egli era giunto a far piovere

dall'alto certi minacciosi avvertimenti, che persuadevano i Direttori ad

imbrigliare i più focosi retori; e frattanto egli allestiva con una

pazienza, con una minuzia da certosino, la querela di diffamazione che

avrebbe chiaramente dimostrato i pericoli del firmarsi «Ergo» alla dolce

pecorella cristiana che si chiamava Salvatore Donadei.

Egli sapeva bene che per le grandi cause occorrono grandi avvocati, e

giornalmente passava un paio d'ore nello studio del senatore Ippolito

Sandonato, l'oratore che piegava sotto il suo potere le Corti di

Giustizia, soggiogava l'alte Assemblee con la speciosa eloquenza del suo

discutere, il patrono che nonostante la tarda canizie rimaneva un uomo

di toga intrepido e focoso come un esordiente.

Incominciata la battaglia, non bisognava nè perdere nè vincere a metà;

nella tensione di nervi che il combattimento gli dava, la storia verace

del suo delitto aveva esulato lontano da lui, s'era quasi affondata

senza memoria nella buia tempesta del suo spirito.

Ora egli camminava leggermente, esagitando fra sè stesso le più remote

conseguenze di tutto quello che stava per accadere, ed anzi era

particolarmente gaio, per aver avuta in quel giorno un'idea felice, che

Ippolito Sandonato si accingeva per l'appunto a mettere in opera.

«Quel buon Tancredo Salvi... che aveva senza dubbio uno sviscerato amore

per la Giustizia, e doveva certo essere incorruttibile come un santo

monaco francescano...»

Camminava tra questi pensieri, e frattanto era giunto vicino alla sua

casa, quando, all'uscir dal vicolo nella diritta contrada, un clamore

confuso di voci, un accorrere di persone, subitamente lo fermarono.

Pochi passi lontano era la sua casa, l'ultima su l'angolo; più oltre, la

piazza con il porticato, che nereggiava di gente ferma, dalla quale

provenivano i clamori. Egli non poteva ben discernere nè udire, ma erano

i giornalai che gridavano a squarciagola una notizia inattesa e

vendevano a centinaia le copie de' giornali, che la folla spiegava

concitatamente. Quasi nello stesso tempo, alle sue spalle, si levò un

simile clamore, e, vóltosi, vide accorrere cinque o sei strilloni,

rossi, rauchi, affannati, sotto il peso dei fasci che portavano,

inseguiti da una folla che li spogliava man mano del supplemento

stampato a grandi lettere. Gli passaron davanti come un'ondata, ed

allora udì.

Egli divenne orribilmente pallido, non volle credere a sè stesso, volse

in giro gli occhi ed aguzzò l'udito come per riafferrar quel grido.

-- «L'assassinio di Salvatore Donadei!... Supplemento all'_Epoca_!...

Supplemento al _Nuovo Giornale_!... L'assassinio di Salvatore

Donadei!...»

Non vide, non udì più nulla; un cerchio rosso, che si partiva dalle sue

stesse pupille, occupò la vuota órbita che gli roteava tutto

all'intorno... E sentì che il cuore gli batteva nel petto fino allo

schianto, ma non seppe se di gioia, d'ansia o di terrore, tanto gli

pareva che nel vortice improvviso del mondo si disperdesse come polvere

il senso di tutte le cose.

Poi si calmò. D'un tratto gli parve che la gente lo guardasse, anzi

guardasse lui solo, quasi già sospettandolo di questo nuovo delitto. La

morte gli si allacciava intorno come una compagna necessaria; ebbe

istintivamente voglia di volgersi, di fuggire... poi di cacciarsi

avanti, frammezzo a quella moltitudine e di gridare con tutto il suo

fiato: -- Non io! non io!...

Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava

di pagine spiegate. Macchinalmente anch'egli si cercò nelle tasche una

moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza

che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che

l'ingombrava: si trovò nella corte. Un lampione ad acetilene rischiarava

il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l'accesso

dello scalone.

Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: -- Che è

stato? che è stato? -- e spiegò il giornale.

Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: --

«L'assassino è l'assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»

-- Ma no! ma no! ma no!... -- si mise a dir forte, mentre con gli occhi

leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di

persone silenziose.

Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per

interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.

La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei

scendeva dalla Redazione della _Crociata_ insieme col suo capo

redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede,

scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli

ad ogni colpo: -- Basta! basta! basta!

Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò

senza rispondere, morto.

L'aggressore gli gettò sopra l'arma fumante, si volse alla strada e

gridò:

-- Voleva uccidere un santo! Io l'ho vendicato!

E scomparve. Tutto questo in un baleno.

Dieci minuti più tardi, presentatosi al Commissario di Polizia, ripeteva

le stesse parole con una calma ed una fissità da ipnotizzato, poi

rimaneva immobile davanti alla scrivania del Commissario, stringendosi

con una mano il polso tremante, che aveva ucciso.

-- Il vostro nome?

-- Egidio Rosales. Ho ventisei anni, mio padre è morto; mia madre anche.

Sono il primo assistente di Andrea Ferento: a quest'uomo debbo tutto, e

non feci che assolvere un debito liberandolo dal suo nemico.

-- Conoscevate l'onorevole Donadei?

-- No.

-- Sapete che è morto?

-- Lo so, e volevo che morisse.

Non un muscolo, non una linea trasaliva nella sua delicata faccia

pallida; solamente le pupille, che parevano aver perduta ogni virtù di

espressione, bruciavan d'un fuoco fermo e s'affondavano sempre più nelle

profonde órbite.

Allora il Ferento, con impeto, ruppe il cerchio delle persone ch'erano

intorno, uscì fuori, balzò in una vettura, corse al Commissariato di

Polizia.

-- Voglio vederlo, súbito, súbito... vederlo!

Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in

mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara

fronte, ne' suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.

Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi

volesse tentare di strapparlo a' suoi carcerieri, a quelle due guardie

impassibili, ferme, agghindate nell'uniforme dalle bottoniere

luccicanti.

-- Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per

carità?!...

Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece

brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a

piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle

sue ginocchia.

-- Perdono! perdono... -- balbettava; -- ma non era più possibile che

Lei...

Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e

figlio, come fratello e fratello, que' due uomini, fra i quali stava la

morte, insieme piansero abbracciati.

La vita comincia domani: romanzo · 第 28 / 34 题