Cominciaron giorni d'una guerra disperata, piena d'insidie, a colpi di
coltello.
Intanto correva l'istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi,
chiarissimo nome d'una famiglia catanese che aveva dato all'Italia buon
numero di valorosi giureconsulti.
Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d'un povero giudice
istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu
esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia.
Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno
scoppio di furor civico da lunghi anni contenuto; il Parlamento, la
strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l'individuo,
tutto si batteva.
Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi
avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel
fuoco. In segno di protesta l'Università si chiuse. Ma le contrade si
ridestavano al mattino con i muri pieni d'iscrizioni oltraggiose per il
Ferento.
Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l'odio
e l'amore dell'uomo di parte. Il suo delitto, anch'egli quasi lo
dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con
magnificenza, per la causa di quelli ch'erano con lui; vincere anzi con
crudeltà, spazzando il nemico, poich'egli portava una bandiera, e le
bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada.
Aggredito, si difendeva; preso d'assalto, si cacciava con i suoi, a
fronte bassa, contro gli assalitori.
Intanto correva l'istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in
quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l'anima della
città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno
il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all'altro i muri stessi
dell'edificio potessero preannunziare al pubblico l'esito
dell'istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni
eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano
la giornata ne' corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano
i supplementi dei giornali; un'atmosfera d'impazienza e di febbre
pervadeva la città.
Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l'automobile del Ferento, dalla
sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell'una e
dell'altra eran continuamente vigilate dalla Polizia.
Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe,
si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto
il denunziatore Tancredo Salvi, ch'era in quei giorni tronfio di
popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera,
ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata
persona con un far magnifico da istrione applaudito.
In buona fede a lui pareva d'essere il «deus ex machina» di tutta questa
faccenda. Il vedere la città piena d'ammutinamento, rossa di furore, in
séguito alla sua denunzia, lo investiva d'un così grande orgoglio della
propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava
quasi d'aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.
Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto
in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la
losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l'orlo delle sue
labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse
per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si
era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia
egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio
sospettoso la piega degli avvenimenti.
Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve
apprezzamento era quell'ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava
Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio
nemmeno il becco d'un quattrino, mentre continuava nell'alta soffitta a
preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza
macchia.
Il Metello aveva preso l'abitudine di andarlo a trovare quasi ogni
giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a' suoi piedi che
s'inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle
farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta
istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad
ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente.
Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior
fiducia nella toga del giudice che nell'uniforme del poliziotto. Tutto
era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica
poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.
Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta
senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di
legnate su la groppa di questo re da burattini.
Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga
dell'accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui
solamente l'uomo di paglia. S'intravvedeva dietro le sue spalle quadrate
il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore.
L'articolo firmato «_Ergo_» aveva dato fuoco alle polveri; l'uomo che si
firmava «_Ergo_» era, nell'opinione di tutti, l'insidiatore nascosto,
che aveva teso l'agguato all'antico avversario. La battaglia era
unicamente fra loro; l'odio che fomentava tanto insorgere portava il
suggello antagonistico dei loro due nomi.
Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani,
con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo
dell'odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una
buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.
La battaglia pareva una sfida mortale; o l'uno o l'altro doveva tendere
il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.
Nell'intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che
il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme
tutti gli uomini d'una certa elevatezza d'ingegno lo avvicinava
piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore.
D'altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito
nei recessi d'una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve
nell'animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l'incolpato come un
perverso allettamento.
Leonardo Niscemi, eretto a giudice d'un uomo e ad arbitro d'una grande
contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul
tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola
gonfia e luccicante come una bolla di sapone.
Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L'accusa pareva in sè
stessa un po' vaga ed arbitraria, ma c'era, fra le molte voci raccolte,
un'affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri,
ch'erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte
ed aveva notato nell'infermo alcuni sintomi sospetti.
Dalle chiacchiere del Paolieri, per l'appunto, i primi bisbigli eran
nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto
il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di
ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e
proprie, di molte persone ch'eran pronte a ripeterle, a firmarle, a
costituire insomma quel che si chiama l'accusa dell'opinione pubblica.
Inoltre v'eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento,
ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del
Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.
L'accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e
poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza.
Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la
visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice
ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a
necroscopìa.
I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche
giudiziarie.
Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna,
dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio
Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.
Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi
su gli alti steli, sbocciava tra gli zoccoli delle sepolture; una
festività di grano maturo invadeva l'aria turchina sopra il tranquillo
cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con
qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte
dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva,
pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.
La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch'eran giunte al
villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar
garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il
mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in
un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po'...
Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da
morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed
affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella
sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch'era
lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per
quanto forte, _non le pareva_ che egli potesse trionfare.
Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole
offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi
bene se ancora l'amasse o l'odiasse, tanto l'evidenza della colpa
ch'egli consumava con la sua sorella, e forse l'invidia della lor
colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo
soffocante.
Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e
rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte,
con il capo raccolto fra le spalle un po' inquiete; quasi cullando in sè
stessa un'assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che
già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor
viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch'ella sentiva
essere, ahimè, troppo certa!...
Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè
intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando.
Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò
curiosamente sopra la fossa vuota.
E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il
terriccio umido con le sue molte zampe villose.
Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio
Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita,
febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento
e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era
sfinita di fatica, d'amore e di maternità; mancavano poche settimane
alla nascita della sua creatura.
Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero
ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella
non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e
sopra il suo dolore.
Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso
vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d'ogni scrupolo e
d'ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento.
Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se
l'infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero
persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua
famiglia. Era d'altronde necessario che tutti venissero in città per
coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand'egli
sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il
tempo d'essere annunziato.
Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole,
custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda
casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in
piedi con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in
quell'attimo non trovarsi viso a viso con lui.
Marcuccio, ch'era d'umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio,
se ne stava seduto sul bracciuolo d'una poltrona, con un piede
accavallato su l'altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie
contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben
fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.
Andrea guardò Novella, ch'era lì, seduta; guardò il suo cappello da
vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine
sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava
tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua
scollatura.
Dall'infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le
fisionomie parevano colorarsi d'una vampa. Essi a lor volta lo
fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza
raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i
sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato
sarcasmo gli armava la mascella dura.
Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi
negli occhi di nessuno; poi disse:
-- Benvenuti; era tempo che foste qui.
Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre
affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava
il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le
dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo
incline all'indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a
quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei,
tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva
l'aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una
specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla.
Andrea s'avvicinò al vecchio Stefano e con forza gli prese una mano, con
forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel
medesimo tempo della sua docile volontà.
Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una
specie d'angustia, con un visibile impaccio, ch'egli stesso avrebbe
voluto poter nascondere.
-- Voi sapete ogni cosa, è vero? -- disse il Ferento, con una voce opaca
e piena tuttavia d'una concitazione mal dominata. Egli sentiva per
istinto che c'era in quegli animi una ostilità involontaria contro di
lui; quella medesima ostilità che ormai gli pareva d'incontrare
dappertutto, più sensibile ancora fra le persone che l'amavano. Talvolta
gli era sembrato perfino d'accorgersi che questo senso vago d'ambiguità
penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi
dell'amante.
Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo,
spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino
all'ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si
trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola
necessità: vincere.
Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue
proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò.
Poi disse:
-- Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a
lungo rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da
comunicarvi, ed è per questo che ora son venuto.
Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto
una mano su la fronte.
-- Fra pochi giorni tornerò ad essere l'uomo di prima. Se ne dubitate
anche voi... poco importa!
-- No... -- volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo:
-- Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a
vincere nella vita. Ma, davanti ad una simile accusa, ero del tutto
impreparato. Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in
ultimo. Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come
si vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare
voi, sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere
di Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti
ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine.
Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l'espressione dei lor
volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole.
-- Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che
non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: -- la scienza, ve
lo dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se
n'avveda. In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia.
Così, almeno fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza
di farlo senza che io gliene fornisca la prova.
Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata
gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro
la suola delle scarpe.
Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un'alzata di
spalle:
-- Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non
siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella
commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore
veramente imparziale!...
Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva
la ruga diritta ch'era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse,
parve d'improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la
spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con
una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due
mani aperte sovra le spalle dell'amante.
Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all'indietro, per guardarlo
negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli
di lei non s'avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel
fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d'una passione che la
stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di
faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo
era visibile, come se l'amore che aveva per lei fosse una luce d'anima
che gli splendesse all'intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima
tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d'essere uniti
al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che
vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore.
Allora egli guardò ad una ad una l'altre persone, poi disse lentamente:
-- Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia
fin da prima ch'egli morisse... Questo è innegabilmente vero.
Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore
brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le
dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo
all'indietro, barcollando, con un visibile tremito.
-- Sì, questo è vero, -- egli confessò un'altra volta. -- Ma era
necessario che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno
questa grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e
vi dica: -- Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto!
Ella s'aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una
spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un
singhiozzo ed un bacio.