Poich'essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto,
bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea
Ferento non valeva più che l'ultimo ed il più briaco degli spazzaturai,
bisognava ch'egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo
modo che aveva in suo potere, cioè negando.
Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di
affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: --
«Incatenátemi!» -- poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla
sibilante.
Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della
sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le
infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la
sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata.
Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor
stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava:
maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora
d'affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de'
suoi primi vent'anni, quand'egli amava, più che la potenza, il potere.
Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a
vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in
altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi
gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un
capitano senza bandiere.
Si voleva la testa di Andrea Ferento?
Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era
necessario far pesare il suo pugno di ferro su le amministrazioni
arrendevoli? E questo si farebbe.
Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla
sopra un'asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli
non darebbe la sua testa! Ma, per un'ultima volta, nella iraconda gioia
del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!»
La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la
porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la
lancia di un Salvatore Donadei!
Tali furono le parole ch'egli si disse, con quella terribile volontà che
in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo
capace così d'un eroismo come d'un delitto.
Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli
era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale,
pallido, ma senz'affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz'ora;
lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella
quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche
settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella
casa dell'amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del
repentino dramma.
Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le
tese un giornale, dicendo: -- Leggi.
Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava.
Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si
mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza
trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da
un enorme terrore.
Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò
intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella
taceva; l'ostinazione di quel silenzio era per lui come un'oscura nube
che tutta l'avvolgesse. Ebbe d'un tratto la sensazione d'una distanza
enorme che s'andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare
per la prima volta il valore dell'accusa lanciata contro il suo nome.
Si ricordò in quell'attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta
in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo
piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella
dall'orlo d'ermellino...
La medesima paura di quel momento l'assalse, il medesimo bisogno di
trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal
guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.
Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino
all'alba, e s'accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella
notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso
della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei
baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli
percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e
d'agonìa.
La guardava senza dir parola; ne' suoi grandi occhi fermi si condensava
una specie di vacuo terrore, d'immobile ombra, che alterava i suoi
lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l'espressione del suo
volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o
fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e
non osava; un'ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene
in tutto ciò, infuori, al di sopra d'ogni cosa, l'uno e l'altra non
vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al
loro amore.
Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una
storia d'altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva
nel cuore.
Anch'ella, inconsapevolmente, amava nell'uomo il suo delitto. I suoi
vigili sensi d'amante avvertivano la straordinaria potenza ch'era
imprigionata nel fascio de' suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi
amata d'un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest'accusa
lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla
tranquillamente, come se infatti anche d'uccidere fosse per lei capace.
Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza.
Mentr'egli supponeva ch'ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un
vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so
quale vertigine fatta d'orgoglio e di stupefazione, ov'eran commiste la
paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.
Per un poco lottò co' suoi pensieri, ma infine il suo cuore d'amante la
vinse. Fu come un'ondata soverchia d'amore che le salisse fino alla
gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia,
lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d'amore.
Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d'interrogarsi a
vicenda? Non era questa una parola di perdono, d'oblìo, di promessa? Non
era, su la bocca lieve dell'amante, una parola di complicità?
Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani
profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan
prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce
capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle
d'una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che
poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l'accesso all'eterna
felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l'infinita
bellezza del mondo.
Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente
sentiva. Il morto, l'accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in
quel momento così lontano da loro... A dispetto d'ogni legge convenuta,
eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si amavano; erano
l'amore giovine che nasce dall'amore spento, e vuole per sè la vita, la
gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il
fiume felice nel vivo mare...
Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che
gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie
che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.
Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche
tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente,
supinamente, senza chiedersi perchè, in quell'ora tragica, egli la
volesse, nè perchè l'uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse
tanta battaglia per colmare d'una voluttà insensata la paura intima che
li stringeva nell'ombra del medesimo delitto.
Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de' suoi baci aspri ed il bisogno
d'incriminar quell'ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo
pericolo e d'inebbriata voluttà.
. . . . . . .
Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.
Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le
labbra umide, una specie d'innamorato abbandono, quasi di addormentata
lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con
la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano,
attenta e quasi distratta.
Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione.
Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le
piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d'essere fisicamente
in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch'egli
spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest'accusa... Ella
sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo
modo; non era necessario ch'egli le spiegasse come si sarebbe difeso;
era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.
Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e
di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta,
che l'afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente
negli occhi: -- «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai
veramente ucciso!»
Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal
macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre
s'accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l'orribile
silenzio di quella morte, pensava che l'amore d'una donna è cosa troppo
lieve per dividere una così grande colpa.
Egli anzi temeva che l'ombra del delitto giungesse a pervadere ogni
altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile
di confessione gli saliva dall'anima sino al fiore dei labbri, egli, con
una strana duplicità, si perdeva ne' più sottili ragionamenti per
distruggere in lei fin le radici del sospetto.
Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo
nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto
infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il
medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi
nell'ignoto e nell'ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.
V
La mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito
s'immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che
fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che
gli urgeva di veder nella giornata.
Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso
l'alba, con l'anima piena di sperdimento e pervasa da una così grande
stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col
mattino le tornava l'intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con
occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la
nebbia della sua concitazione.
Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi
folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade
opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata,
la piazza ne brulicò.
Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a
supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma
questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in
pace. Fermo, dietro le cortine d'una finestra, si mise a guardare la
folla.
Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola,
politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera
del Lavoro. Non popolo insorto, ma un'accozzaglia sobillata e
prezzolata, che veniva per vilipendere l'uomo contro il quale si voleva,
non giustizia, ma vendetta.
Qua e là, forse con piccoli gruppi de' suoi partigiani, accadevano
zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.
Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo
braccio, e paurosa lo guardava.
Gli alti vetri luccicavano d'azzurrità; si udiva dalla strada salire un
vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce
quando s'aggruppa in tumulto.
Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi,
reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d'un tratto, si staccò dalla
finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo
la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d'essere assalita insieme
con lui dal furore della piazza.
S'annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.
-- Andrea!... Andrea, che faremo?
Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la
fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto
coraggio, ch'egli parve, nella sua bianca tranquillità, più forte che la
moltitudine.
Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la
piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i
gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con
la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d'una rossa ira e gli
parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari
lo insultavano.
Che si voleva da lui? Vederlo?
Con impeto si sciolse dalle braccia dell'amante, s'avventò alla
finestra, volle aprire.
-- No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... -- gridò la donna, avvincendosi
a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s'interpose
fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.
Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli
rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.
-- Perchè piangi? Hai forse paura per me?
Si mise a ridere d'un riso beffardo e cominciò a camminare per la
stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle
contro l'invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de'
suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra
piena d'azzurrità.
-- Hai paura per me? -- diss'egli con più forza. -- Non io di loro!
Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva
ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:
-- Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?...
Vengo!
-- Andrea!... -- ella gridò sbigottita, -- che vuoi fare?... Andrea!...
-- Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come
faccio ogni giorno.
Con la sua poca forza ella s'avvinghiò a lui per trattenerlo, e
balbettando lo supplicava: -- No, non andare...
-- Io?!... -- diss'egli con un riso. -- Allora forse non mi conosci
bene.
-- Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...
-- Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario
andare.
Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual
cosa era la sola ch'egli davvero temesse.
-- No, non piangere... -- le diceva con dolcezza. -- Ascóltami,
ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle
tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze
per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere
un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver
paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni
terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio
vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la
catena!
Dicendo quest'ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come
se per un attimo l'avesse odiata.
Ella comprese ch'era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli
occhi pieni di terrore.
-- Ma... ti faranno male...
-- Che male! -- Andrea gridò. -- Al primo che osi toccarmi spiano la
rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il
coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del
resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s'accorgeranno
bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare!
Fece una pausa e guardò l'amante, la donna curva, disfatta, che
l'ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di
tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i
capelli, come se quell'atto gli fosse necessario, prima di scendere
nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de' suoi
bestemmiatori.
-- Atténdimi qui, -- le disse. -- Per nessuna ragione al mondo non uscir
di casa. Dietro me s'allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti
telefonerò.
Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca,
rovesciò indietro la fronte con quell'atto leonino che gli scuoteva
tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell'amante, e uscì.
Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:
-- Andrea... -- ma quand'era già lontano. Poi si precipitò alla
finestra.
Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti.
Sui pianerottoli v'eran persone ferme, ch'egli non guardò; a
pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse
bisbigliando.
Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l'usciuolo con la
chiave in mano.
-- Aprite, -- gli disse il Ferento.
-- Non è possibile...
-- Aprite, vi dico...
-- Professore, non faccia questa pazzia!...
Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo
sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse
tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che
s'affacciava:
-- Chiudete in fretta.
L'impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini
credettero d'ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell'uomo che
usciva.
Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni
tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.
Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l'occhio
vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò
non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza,
come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada
ingombra.
In verità non pensava che una cosa:
«Novella s'è affacciata e mi guarda.»
Il pensiero di quegli occhi amati che dall'alto vigilavano la sua
persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d'un animale
generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza
elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con
una spavalderia che lo inorgogliva.
Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini
audaci si ridestava in lui d'improvviso e cantava nel suo spirito come
una fanfara; gli pareva d'essere un soldato sopra il terreno di
combattimento, e, più che un soldato, l'alfiere della sua parte, il
portabandiera di sè stesso.
La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue
gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito
stesso, che propaga nell'aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera
quant'altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.
Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno;
l'atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti,
era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà. Nel
sentire quell'onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva
l'impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e
rimaner solo in capo della moltitudine, come l'insorto che guida la sua
fazione, alfiere d'ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori
delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano
le città.
Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.
Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle
contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a
distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora
una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più
degno e più innamorato che mai.
Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d'un
privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell'impronta, nel
calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di
ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza,
davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli
sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si
occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava
la sua medesima tranquillità. Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea
Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un
senso di stupefazione in coloro stessi ch'erano schierati sotto altre
bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e,
davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori,
aveva il merito incomparabile di aver detta la verità. Di aver detta la
verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando
le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale
contro lui, perchè tacesse.
Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era
un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non
certo quell'eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella
rozza femmina eccitata che si chiama la folla.
Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.
Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per
meraviglia della sua temerità, e forse per vedere dove quell'uomo
andasse. Nessuno aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui,
nè creduto ch'egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro
con un gesto così deliberato e così tranquillo.
Questa folla, che da un momento all'altro s'aspettava d'essere sgombrata
dai gendarmi, o d'azzuffarsi con i partigiani dell'avversario, si vedeva
improvvisamente fendere dall'uomo stesso ch'era venuta per provocare.
Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava
in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la
fronte. Non solo, ma quest'uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che
dalla cattedra inebbriava i giovani, co' suoi libri commoveva l'opinione
del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i
malati; quest'uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e
solo per isdegno volontario ne aveva receduto.
Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di
cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a
gridargli sul volto: -- Assassino! -- se pur questo era l'ordine?
Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla;
camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo
precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l'ammutinamento;
era un accorrere da ogni parte verso l'uomo che si faceva strada. Si
faceva strada senza parlare, senz'ascoltare, guardando innanzi a sè,
diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo
ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.
Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi
all'opposto lato, verso lo sbocco d'una contrada; la folla crescente lo
accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla
sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di
morsa.
Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo strepito ed il
clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che
dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che
dovette fermarsi; -- ma egli non impallidì.
Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano
sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini
tacevano, guardando l'uomo alto e fermo, con una specie di timore.
Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al
flusso ed al riflusso d'una marea, -- poi le grida inveirono contro il
cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba
erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda.
La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso,
gli potevan mettere la mano alla gola.
Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile,
nel cerchio d'uomini più vicini a lui si taceva, come nell'attesa d'un
dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle
spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere
altrui.
-- Signori, -- egli disse tranquillamente, levandosi l'orologio di
tasca: -- da nove anni, tutte le mattine, a quest'ora, esco di casa per
recarmi alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od
un bruto mi lancia un'accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa
una ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch'io non
possa recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro
chiunque mi fermi, e su la mia parola d'uomo vi giuro che passerò!
Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra
gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l'arma
caricata, egli vi s'inoltrò.
Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d'ira. I suoi occhi
magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un
comando muto.
Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo
della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla
spinta esterna, e così lasciandosi portare.
Sopra la folla egli ergeva l'alta statura, per guardar oltre: un émpito
selvaggio d'orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia
s'allentava.
Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un'invettiva esclamò:
-- Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o
delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora
gridate sia quella d'un assassino? -- Avanti! fátemi strada, che ho
fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno
ancora bisogno di me!
Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza
contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di
gomiti nella direzione ch'egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli
parlava, con l'occhio attento al varco difficile, con un palpito nel
cuore di gioconda impazienza.
Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue;
si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere.
-- Fate com'io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro
chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse
comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una
splendente volontà.
La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con
lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s'incanalò nella strada
formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti,
spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non
riuscivano a frenarli.
Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che
lo amava, che irrompeva correndo nell'opaca moltitudine avversaria,
portando il suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con
una forza che lo inebbriava.
Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per
un momento l'avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel
torrente impetuoso che li trascinava.
Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch'egli, da solo, era uscito
contro la piazza, s'era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il
pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu
come un delirio che lo circondò, che l'avvolse da ogni parte, fu la
vendetta più bella ch'egli potesse immaginare, perchè un'altra folla era
nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare
su la sua spada, a camminare dov'egli volesse, rovesciando il suo
patibolo per innalzargli trofei.
Un riso grande, sarcastico, gli empì l'anima; si guardò intorno, e gli
parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva
ora camminare.
Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato,
era illeso, la vittoria incominciava.
Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani
s'azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad
intervalli sopra l'urlare della mischia, ed ancora una volta, nella
storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un
nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte
delle umane moltitudini: l'odio è fra condottieri, ed esse debbono
insanguinarsi per la vittoria di uno solo.
Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le
soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città
soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile.
Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la
fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva
intorno quasi una guardia d'onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli
sbarrasse il cammino.
Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d'interrompere il corteo; ma
esso rinasceva da' suoi frantumi, quasi fosse dotato d'una inseparabile
vita. Sotto le finestre d'un giornale avversario volaron sassi e vetri
si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli
squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a
disperdere l'assalto.
Fu allora che un Commissario s'avvicinò al Ferento, pregandolo di voler
salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza
eccitava.
Egli scosse il capo duramente, poi rispose:
-- No! Se avete ordine d'arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò
a piedi.
Egli certo non ignorava che l'imprecisione dell'accusa e le potenti
energie ch'erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli
avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell'arresto; ma rispondeva
così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un
abilissimo istrione.
Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine.
C'era troppo sole in quell'aria mattutina perch'egli accettasse di
trafugarsi nell'ombra!
Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra;
incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel
mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle
contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava.
Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l'edificio bianco, le
vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i
bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano,
un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch'egli avesse
rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che
s'attribuiva di medicatore.
Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e
tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano:
-- Qui -- disse, -- ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare.
Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle
d'alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente,
varcò l'ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro
inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire.
Là in alto, la Direttrice, i medici, gl'infermieri, tutti i custodi
familiari del sereno edificio ch'egli aveva eretto per amore dell'uomo,
gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d'accoglienza, che
parve racchiudere in sè una grande assoluzione.
Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non
pensava, ch'era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio
della bontà che l'uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso,
qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli
parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli
occhi.
Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e
ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d'impassibilità,
strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo,
come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere:
-- Nulla, nulla... andiamo, è nulla!...
Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò,
come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:
-- Rosales, mi faccia vedere i bollettini.
Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come
una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso,
entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra
gli odorosi rami dell'ólea fiorita.
Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, senza dir nulla, poi, con un
moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.
L'altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza muover labbro, come un
figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per
morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i
fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.
Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il
giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed
incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con
una muta tranquillità.
Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre,
quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:
-- Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si
ricordi che io son qui...
E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.
Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse
altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare:
piangere.