Ormai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da
ventiquattr'ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia
stupefacente; l'infamia stava per assalirlo impreparato e solo.
Una mattina, d'improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia.
Credette ancora d'essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo
scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare
verso la propria casa, dove ignara e nascosta l'amante lo attendeva, udì
gridare dagli strilloni l'accusa irremediabile, che trascinava nel rumor
della strada l'alto potere del suo nome.
«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì;
conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch'era il nome
giornalistico del Donadei. L'edizione andò a ruba; gli altri giornali,
usciti a breve distanza l'un dall'altro, furono saccheggiati; la vita
cittadina s'interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani
e d'avversari.
Tutto ciò era come l'ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge;
accadeva nella vita uniforme d'ogni giorno il tragico fatto clamoroso
che innamora e spaventa la folla.
Un giorno viene, in cui l'uomo destinato ad essere troppo solo deve dare
la sua battaglia. Era l'ora, ed egli lo sentì.
Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l'anima, con una
specie di piacere selvaggio e d'implacabile crudeltà. S'apparecchiò alla
lotta in un momento, in un baleno fu pronto.
Allora s'accorse d'aver avuta infatti l'oscura intuizione che già da
tempo qualcosa pur s'andasse tramando nell'ombra contro di lui. Ma
quando s'avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che
stupore e stordimento, n'ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di
sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello
stato d'animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito
sperdere in que' giorni pieni d'ambiguità che seguirono il suo delitto.
Ma ora, d'un tratto, si ritrovava come una volta l'uomo cui era
necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una
forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.
Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo
torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille:
questo lo lavava dall'aver infierito, egli, così forte, contr'un uomo
solo.
V'eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di
soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano
per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto,
quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello
buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di
potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per
sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l'uomo
incurvabile una vendetta soffocante.
Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse
lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.
Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini avrebbe potuto arrogarsi di
giudicare l'opera sua? Qual'era la giustizia umana che chiamerebbe
Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?
Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad
uomo, i mille contr'uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia
la sua parola magnifica: «No!»
Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari, si sarebbe alzato
e avrebbe detto: -- «Sì, ho ucciso.»
Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara,
del suo delitto:
«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme,
più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura
fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la
propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o
giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè
il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: -- «Sì, lo puoi. Sì, lo
devi!» -- mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o
giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera
opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare
non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?
Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.
Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero
terribile: -- O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o
lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna
che amavo.
Qui è tutto il problema, o giudici sereni: -- Abbiamo noi il diritto,
noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo
tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che
vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo
noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?
E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel
miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore
neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile,
quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra
vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con
gioia?
La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che
muore. Io, che studiai me stesso e le ragioni del mio essere con aperti
occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage,
sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e
nell'immenso come una bufera universale.
Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un
lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.
Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con
disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza
dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.
O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto
la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa
che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male,
ma non può in alcun modo esserne disciplinata.
Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie
spalle il peso della porpora imperatoria.
Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose,
doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.
Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante
una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono
al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di
mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola
dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece
più?
Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso,
abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il
quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due
palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato,
curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli
nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento,
quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero uomo,
parimenti a me lo chieda, e quando -- ascoltátemi bene, perchè in questo
è l'essenziale, -- quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura
morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile
vita e della umana felicità.
In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.
E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di
ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto
che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare
quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi
compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto
della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue
tempeste.
Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare
più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che
l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...
O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti
medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è
in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con
l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...