IV

Ormai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da

ventiquattr'ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia

stupefacente; l'infamia stava per assalirlo impreparato e solo.

Una mattina, d'improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia.

Credette ancora d'essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo

scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare

verso la propria casa, dove ignara e nascosta l'amante lo attendeva, udì

gridare dagli strilloni l'accusa irremediabile, che trascinava nel rumor

della strada l'alto potere del suo nome.

«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì;

conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch'era il nome

giornalistico del Donadei. L'edizione andò a ruba; gli altri giornali,

usciti a breve distanza l'un dall'altro, furono saccheggiati; la vita

cittadina s'interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani

e d'avversari.

Tutto ciò era come l'ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge;

accadeva nella vita uniforme d'ogni giorno il tragico fatto clamoroso

che innamora e spaventa la folla.

Un giorno viene, in cui l'uomo destinato ad essere troppo solo deve dare

la sua battaglia. Era l'ora, ed egli lo sentì.

Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l'anima, con una

specie di piacere selvaggio e d'implacabile crudeltà. S'apparecchiò alla

lotta in un momento, in un baleno fu pronto.

Allora s'accorse d'aver avuta infatti l'oscura intuizione che già da

tempo qualcosa pur s'andasse tramando nell'ombra contro di lui. Ma

quando s'avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che

stupore e stordimento, n'ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di

sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello

stato d'animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito

sperdere in que' giorni pieni d'ambiguità che seguirono il suo delitto.

Ma ora, d'un tratto, si ritrovava come una volta l'uomo cui era

necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una

forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.

Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo

torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille:

questo lo lavava dall'aver infierito, egli, così forte, contr'un uomo

solo.

V'eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di

soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano

per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto,

quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello

buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di

potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per

sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l'uomo

incurvabile una vendetta soffocante.

Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse

lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.

Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini avrebbe potuto arrogarsi di

giudicare l'opera sua? Qual'era la giustizia umana che chiamerebbe

Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?

Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad

uomo, i mille contr'uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia

la sua parola magnifica: «No!»

Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari, si sarebbe alzato

e avrebbe detto: -- «Sì, ho ucciso.»

Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara,

del suo delitto:

«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme,

più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura

fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la

propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o

giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè

il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: -- «Sì, lo puoi. Sì, lo

devi!» -- mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o

giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera

opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare

non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?

Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.

Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero

terribile: -- O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o

lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna

che amavo.

Qui è tutto il problema, o giudici sereni: -- Abbiamo noi il diritto,

noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo

tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che

vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo

noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?

E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel

miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore

neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile,

quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra

vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con

gioia?

La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che

muore. Io, che studiai me stesso e le ragioni del mio essere con aperti

occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage,

sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e

nell'immenso come una bufera universale.

Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un

lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.

Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con

disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza

dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.

O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto

la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa

che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male,

ma non può in alcun modo esserne disciplinata.

Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie

spalle il peso della porpora imperatoria.

Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose,

doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.

Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante

una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono

al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di

mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola

dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece

più?

Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso,

abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il

quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due

palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato,

curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli

nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento,

quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero uomo,

parimenti a me lo chieda, e quando -- ascoltátemi bene, perchè in questo

è l'essenziale, -- quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura

morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile

vita e della umana felicità.

In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.

E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di

ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto

che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare

quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi

compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto

della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue

tempeste.

Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare

più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che

l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...

O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti

medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è

in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con

l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...

La vita comincia domani: romanzo · 第 24 / 34 题