III

Salvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che

ingombravano la sua larga scrivania, quando l'usciere della redazione

entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali

teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d'esser

ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò

il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con

una matita sul margine d'un articolo e domandò nervosamente:

-- Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?

L'usciere s'avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da

visita, che il Donadei sbirciò in fretta: -- «Saverio Metello,

giornalista» -- «avv. Tancredo Salvi»

-- Quest'ultimo, -- illustrò l'usciere con un forte accento meridionale,

-- si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero

ieri e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve

interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore.

Fanno anticamera dalle tre, ossia da un'ora e venti minuti. Mi sembran

due persone pulite... -- aggiunse con sussiego l'usciere loquace, il

quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d'uomini.

-- Seccature! -- mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.

Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:

-- Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.

E per non perder tempo riprese la lettura dell'articolo che andava

sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti,

sopra tutto quando v'eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde

alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d'oro per osservare que' due

sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un

profondo inchino.

-- Onorevole! Onorevole!... -- dissero insieme.

Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch'egli

rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in

modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno

impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch'era più piccolo

ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra,

Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla

sinistra ed il Salvi alla destra dell'onorevole Salvatore Donadei, il

quale faceva scivolare dall'uno all'altro un lento sguardo lumacoso

dietro i suoi convessi occhiali d'oro.

Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto

vizio d'analizzar le persone, anzi d'immaginarle a modo suo, non era

punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia.

Il Metello invece se ne infischiava.

Siccome il silenzio durava oltre quell'attimo che prepara ogni esordio,

il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce

con aria interrogativa.

-- L'avvocato Tancredo Salvi?

-- Son io! -- esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.

-- Saverio Metello? -- fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.

-- Per servirla.

Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi

nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:

-- Dicano, dicano pure.

La mano grassa e villosa dell'onorevole tamburellava su la scrivania,

facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La

catenella d'oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della

giacchetta nera. Infine Saverio trovò l'esordio.

-- È una cosa delicata, -- incominciò con somma cautela, -- così

delicata che mi trovo impacciato nell'esporla, essendo questa la prima

volta che ho l'onore di parlare con lei.

-- Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere,

dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, -- osservò

l'onorevole, con l'urbana ironia d'un sorriso che gli scivolava giù dai

labbri tumidi nella barba liscia.

-- Onorevole, -- disse il Metello con un sottil riso, -- mi permetta un

breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da

lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga.

Nell'alta sua posizione politica e come Direttore d'un grande giornale

cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da

sollecitatori d'ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un

senso di naturale diffidenza.

-- Affatto, affatto, -- credè opportuno inframmettere l'onorevole

Donadei.

Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:

-- Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente

imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte

le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare -- e sono

a un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del

giornalismo italiano -- abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.

Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e

l'ascoltava guardandolo a bocc'aperta, quasi ch'egli stesse per rivelare

un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s'affondò

mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la

catenella d'oro se li riappinzò sul naso.

-- Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... -- cercò il

biglietto da visita e soggiunse: -- Metello! Da quanto ella mi dice non

comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente

imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano

scelto di dirigersi proprio a me.

E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d'arguzia.

-- Vuol permettermi, onorevole, ch'io cominci col rispondere alla sua

seconda domanda?

-- Scelga lei, -- fece l'onorevole con l'aria di chi deve prepararsi ad

una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:

-- Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere

un'idea da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da

spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto

più si possa nel cuore.

-- L'uomo, l'uomo... -- interruppe quietamente il Donadei, -- è una

faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.

-- Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua

potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto

un ordine d'idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile

un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le

pare?...

Egli disse così dolcemente questo: -- Le pare?... -- che il Donadei lo

guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si

risollevò alquanto su la poltrona dov'erasi affondato, la trasse un poco

avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito.

Infine ammise, come per condiscendenza:

-- Già, già...

Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava

l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la

moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la

figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po'

giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce

quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio

Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso,

che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.

-- Allora? -- fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione

che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi

per dar prova di una rara modestia.

-- Non vorrei presumere troppo delle mie forze, -- disse con umiltà, --

se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in

quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità

coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno

la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani

quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»

L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli,

d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina

scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro

ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il

bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo

nell'incerta fisionomia.

-- Egregi signori, -- disse in tono declamatorio, -- se andassimo avanti

un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la

prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.

-- Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a

perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.

Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un

poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di

crudeltà sarcastica:

-- Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di

Erode, noi veniamo a portarle sopra un vassoio d'argento la testa recisa

del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre

istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale

possa oggi divenir spettatrice l'Italia!

Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co'

suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva

seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la

figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia

dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia,

forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose.

Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo

della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da

un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di

schermirsi.

-- Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor

Metello! -- esclamò con sussiego. -- Ma per sua regola mi pregio

avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra

vassoi d'argento nè di alcun altro metallo!

Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:

-- Certamente mi sono espresso male.

-- Molto male! -- asserì con intendimento l'onorevole Donadei. -- Ed in

primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di

conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l'idea di volerli

sbaragliare con ferro e con fuoco?

Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La

voce dell'onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:

-- E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni

Decollato?

-- Credevo, -- spiegò il Metello con audacia, -- che si trattasse di

Andrea Ferento.

-- Ah, vedo... -- fece l'onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora

due volte: -- Vedo, vedo...

Il Metello s'accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò

d'incalzare.

-- Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè

tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle

un'indiscrezione, tuttavia...

-- Tuttavia sono stupefatto ch'ella voglia insistere! -- l'interruppe il

Donadei, senza un soverchio sdegno.

-- Tuttavia, -- insistè il Metello, -- mi permetto di farle osservare, a

mia difesa, che, se mi sono ingannato nell'attribuirle un nemico

immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa

eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini

che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e

sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le

sconfitte o le vittorie d'un capo non appartengono a lui solo.

-- Ma, scusi, -- l'interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, --

io non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente,

nè sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!

-- Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei!

Ma uno spettatore che di punto in bianco s'alza dalla platea ed affronta

la scena per rappresentarvi una parte capitale.

Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così

altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una

rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d'una così tranquilla

sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che

ancora gli parvero inopportune.

Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre,

che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:

-- L'uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il

Colosso di Rodi, i piedi d'argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo

d'un colpo stenderlo a terra, per sempre.

La sua faccia splendeva d'un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli

battevano sui piccoli occhi bigi.

Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba

quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di

là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a

patti con que' due sconosciuti.

-- Ma tutto questo non è possibile! -- esclamò, dopo una lunga pausa,

guardando con una specie di compassione que' due meschini uomini che

pretendevano di aver catturata una così bella preda.

-- Impossibile! assurdo! -- esclamò ancora, scrollando le spalle, e con

la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa

dalla realtà.

Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si

gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè

solo debellata la più tenace incredulità.

-- È quello che vedremo! -- disse a fior di labbro, aggrottando la

fronte.

-- Tutto questo infatti, -- ammise il Metello, -- ha l'aria d'una

favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è

prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare

inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha

bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma

buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi

la prova tangibile di quel che ora le affermo?

-- Sarebbe un altro conto, -- si lasciò sfuggire il Direttore della

«Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette

cercare il sèguito. -- Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi

presterei volentieri all'esame di questa faccenda.

-- Esaminiamo, -- disse il Metello pacatamente, con un respiro di

sollievo.

-- Ma no, ma no, ella precipita!

-- Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con

un'ipotesi... Vuole?

Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa

carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva

il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli

occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla

mal costrutta e pesante.

Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola,

e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente

recisa:

-- Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in

persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta

per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.

Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non

avrebbe dato un simile sobbalzo.

-- Cosa diavolo? cosa diavolo?... -- cominciò a balbettare. Divenne

rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di

lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi.

Poi disse: -- Zitti ... zitti! -- E levatosi, andò ad accertarsi che le

due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel

corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa

per strizzare l'occhio a Tancredo.

-- Anzi, è una cosa certa, -- soggiunse. -- Noi denunzieremo Andrea

Ferento al Procuratore del Re.

-- Zitto, zitto... -- suggeriva l'onorevole, tornando verso la

scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie

d'avversione invincibile.

Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla

sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si

raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza,

ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva

molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto

la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora

biancastra. I polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi,

ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia

catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due

curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.

La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta

fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa

quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di

spazioso in quella ingrata fisionomia.

Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il

Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.

-- Non parliamo forte, mi raccomando...

Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si

rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il

Metello, bisbigliando:

-- Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro

denunzia contenga un fondamento serio?

-- Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all'eccesso,

dica una presunzione di verità così forte, che ne' suoi effetti equivale

ad una prova inconfutabile.

-- Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...

-- Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s'intende, ma

che basteranno allo scopo, non dubiti.

-- Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non

vedo che tenebra!

-- Eppure, -- disse il Metello con prontezza, -- lei solo può tendermi

quel filo d'Arianna che ci condurrà verso la luce.

-- Sarebbe?... -- interrogò l'onorevole con una voce opaca.

Il Metello rispose con soavità:

-- Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è

qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.

-- Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!

-- Non è colpa mia, onorevole! -- si scusò il Metello col suo più

modesto sorriso. -- Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga,

laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi

trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una

impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e

fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale,

abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a

dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi

siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli

l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le

due cose, preferisca.

Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si

proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:

-- Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in

tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.

-- Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei,

-- rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle

sue parole parve inafferrabile.

-- Sicchè? -- fece il Donadei, grattandosi la fronte. -- Concludiamo.

-- Volontieri, -- disse il Metello. -- Si tratta...

-- Si tratta innanzi tutto, -- lo interruppe l'onorevole con una voce

sbrigativa, -- di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano,

cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè

involontariamente, nè...

-- Va bene, -- rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.

-- Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, -- incalzò nervosamente

il Donadei. -- Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto

così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda

necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.

Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione,

poi disse con aria pudica:

-- Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo

depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che

ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come

direi?... platonico.

Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del

panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio

l'ascoltò con attenzione.

-- I documenti che sono in nostro possesso, -- precisò il Metello, -- e

l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone

intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto

ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a

produrre.

-- Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? -- disse

deliberatamente l'onorevole Donadei.

-- Voglio alludere, -- spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi

d'un'amabile perifrasi, -- alla certezza in cui siamo di poter scegliere

a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra

fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la

rovina come la salvezza di quell'uomo.

-- Perdoni, perdoni... -- l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole

Donadei, -- ma non è questo il luogo per parlare di simili cose, tanto

più che il tempo stringe.

Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia

dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi

veloci:

-- Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca

d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si

faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve

appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato:

Giorgio Fiesco.

-- Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... -- precisò

Tancredo, con modestia e con malinconia.

-- Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe

indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano...

Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed

è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio,

nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro

quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi

finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede,

ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a

tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere

imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un

giornale cattolico.

-- S'intende... -- mormorò il Metello con un fil di voce.

-- Insomma sentano, -- concluse il Donadei; -- sarebbe assai meglio se

loro potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore

tranquillità.

I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità

sinistra.

-- A' suoi ordini, onorevole, -- rispose il Metello. -- E quando?

-- Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...

La vita comincia domani: romanzo · 第 23 / 34 题