Salvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che
ingombravano la sua larga scrivania, quando l'usciere della redazione
entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali
teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d'esser
ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò
il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con
una matita sul margine d'un articolo e domandò nervosamente:
-- Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?
L'usciere s'avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da
visita, che il Donadei sbirciò in fretta: -- «Saverio Metello,
giornalista» -- «avv. Tancredo Salvi»
-- Quest'ultimo, -- illustrò l'usciere con un forte accento meridionale,
-- si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero
ieri e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve
interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore.
Fanno anticamera dalle tre, ossia da un'ora e venti minuti. Mi sembran
due persone pulite... -- aggiunse con sussiego l'usciere loquace, il
quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d'uomini.
-- Seccature! -- mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.
Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:
-- Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.
E per non perder tempo riprese la lettura dell'articolo che andava
sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti,
sopra tutto quando v'eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde
alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d'oro per osservare que' due
sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un
profondo inchino.
-- Onorevole! Onorevole!... -- dissero insieme.
Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch'egli
rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in
modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno
impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch'era più piccolo
ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra,
Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla
sinistra ed il Salvi alla destra dell'onorevole Salvatore Donadei, il
quale faceva scivolare dall'uno all'altro un lento sguardo lumacoso
dietro i suoi convessi occhiali d'oro.
Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto
vizio d'analizzar le persone, anzi d'immaginarle a modo suo, non era
punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia.
Il Metello invece se ne infischiava.
Siccome il silenzio durava oltre quell'attimo che prepara ogni esordio,
il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce
con aria interrogativa.
-- L'avvocato Tancredo Salvi?
-- Son io! -- esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.
-- Saverio Metello? -- fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.
-- Per servirla.
Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi
nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:
-- Dicano, dicano pure.
La mano grassa e villosa dell'onorevole tamburellava su la scrivania,
facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La
catenella d'oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della
giacchetta nera. Infine Saverio trovò l'esordio.
-- È una cosa delicata, -- incominciò con somma cautela, -- così
delicata che mi trovo impacciato nell'esporla, essendo questa la prima
volta che ho l'onore di parlare con lei.
-- Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere,
dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, -- osservò
l'onorevole, con l'urbana ironia d'un sorriso che gli scivolava giù dai
labbri tumidi nella barba liscia.
-- Onorevole, -- disse il Metello con un sottil riso, -- mi permetta un
breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da
lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga.
Nell'alta sua posizione politica e come Direttore d'un grande giornale
cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da
sollecitatori d'ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un
senso di naturale diffidenza.
-- Affatto, affatto, -- credè opportuno inframmettere l'onorevole
Donadei.
Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:
-- Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente
imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte
le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare -- e sono
a un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del
giornalismo italiano -- abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.
Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e
l'ascoltava guardandolo a bocc'aperta, quasi ch'egli stesse per rivelare
un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s'affondò
mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la
catenella d'oro se li riappinzò sul naso.
-- Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... -- cercò il
biglietto da visita e soggiunse: -- Metello! Da quanto ella mi dice non
comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente
imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano
scelto di dirigersi proprio a me.
E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d'arguzia.
-- Vuol permettermi, onorevole, ch'io cominci col rispondere alla sua
seconda domanda?
-- Scelga lei, -- fece l'onorevole con l'aria di chi deve prepararsi ad
una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:
-- Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere
un'idea da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da
spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto
più si possa nel cuore.
-- L'uomo, l'uomo... -- interruppe quietamente il Donadei, -- è una
faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.
-- Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua
potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto
un ordine d'idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile
un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le
pare?...
Egli disse così dolcemente questo: -- Le pare?... -- che il Donadei lo
guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si
risollevò alquanto su la poltrona dov'erasi affondato, la trasse un poco
avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito.
Infine ammise, come per condiscendenza:
-- Già, già...
Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava
l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la
moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la
figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po'
giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce
quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio
Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso,
che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.
-- Allora? -- fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione
che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi
per dar prova di una rara modestia.
-- Non vorrei presumere troppo delle mie forze, -- disse con umiltà, --
se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in
quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità
coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno
la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani
quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»
L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli,
d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina
scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro
ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il
bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo
nell'incerta fisionomia.
-- Egregi signori, -- disse in tono declamatorio, -- se andassimo avanti
un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la
prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.
-- Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a
perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.
Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un
poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di
crudeltà sarcastica:
-- Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di
Erode, noi veniamo a portarle sopra un vassoio d'argento la testa recisa
del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre
istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale
possa oggi divenir spettatrice l'Italia!
Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co'
suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva
seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la
figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia
dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia,
forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose.
Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo
della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da
un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di
schermirsi.
-- Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor
Metello! -- esclamò con sussiego. -- Ma per sua regola mi pregio
avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra
vassoi d'argento nè di alcun altro metallo!
Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:
-- Certamente mi sono espresso male.
-- Molto male! -- asserì con intendimento l'onorevole Donadei. -- Ed in
primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di
conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l'idea di volerli
sbaragliare con ferro e con fuoco?
Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La
voce dell'onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:
-- E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni
Decollato?
-- Credevo, -- spiegò il Metello con audacia, -- che si trattasse di
Andrea Ferento.
-- Ah, vedo... -- fece l'onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora
due volte: -- Vedo, vedo...
Il Metello s'accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò
d'incalzare.
-- Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè
tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle
un'indiscrezione, tuttavia...
-- Tuttavia sono stupefatto ch'ella voglia insistere! -- l'interruppe il
Donadei, senza un soverchio sdegno.
-- Tuttavia, -- insistè il Metello, -- mi permetto di farle osservare, a
mia difesa, che, se mi sono ingannato nell'attribuirle un nemico
immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa
eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini
che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e
sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le
sconfitte o le vittorie d'un capo non appartengono a lui solo.
-- Ma, scusi, -- l'interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, --
io non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente,
nè sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!
-- Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei!
Ma uno spettatore che di punto in bianco s'alza dalla platea ed affronta
la scena per rappresentarvi una parte capitale.
Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così
altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una
rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d'una così tranquilla
sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che
ancora gli parvero inopportune.
Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre,
che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:
-- L'uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il
Colosso di Rodi, i piedi d'argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo
d'un colpo stenderlo a terra, per sempre.
La sua faccia splendeva d'un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli
battevano sui piccoli occhi bigi.
Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba
quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di
là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a
patti con que' due sconosciuti.
-- Ma tutto questo non è possibile! -- esclamò, dopo una lunga pausa,
guardando con una specie di compassione que' due meschini uomini che
pretendevano di aver catturata una così bella preda.
-- Impossibile! assurdo! -- esclamò ancora, scrollando le spalle, e con
la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa
dalla realtà.
Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si
gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè
solo debellata la più tenace incredulità.
-- È quello che vedremo! -- disse a fior di labbro, aggrottando la
fronte.
-- Tutto questo infatti, -- ammise il Metello, -- ha l'aria d'una
favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è
prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare
inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha
bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma
buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi
la prova tangibile di quel che ora le affermo?
-- Sarebbe un altro conto, -- si lasciò sfuggire il Direttore della
«Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette
cercare il sèguito. -- Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi
presterei volentieri all'esame di questa faccenda.
-- Esaminiamo, -- disse il Metello pacatamente, con un respiro di
sollievo.
-- Ma no, ma no, ella precipita!
-- Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con
un'ipotesi... Vuole?
Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa
carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva
il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli
occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla
mal costrutta e pesante.
Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola,
e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente
recisa:
-- Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in
persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta
per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.
Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non
avrebbe dato un simile sobbalzo.
-- Cosa diavolo? cosa diavolo?... -- cominciò a balbettare. Divenne
rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di
lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi.
Poi disse: -- Zitti ... zitti! -- E levatosi, andò ad accertarsi che le
due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel
corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa
per strizzare l'occhio a Tancredo.
-- Anzi, è una cosa certa, -- soggiunse. -- Noi denunzieremo Andrea
Ferento al Procuratore del Re.
-- Zitto, zitto... -- suggeriva l'onorevole, tornando verso la
scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie
d'avversione invincibile.
Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla
sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si
raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza,
ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva
molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto
la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora
biancastra. I polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi,
ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia
catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due
curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.
La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta
fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa
quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di
spazioso in quella ingrata fisionomia.
Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il
Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.
-- Non parliamo forte, mi raccomando...
Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si
rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il
Metello, bisbigliando:
-- Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro
denunzia contenga un fondamento serio?
-- Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all'eccesso,
dica una presunzione di verità così forte, che ne' suoi effetti equivale
ad una prova inconfutabile.
-- Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...
-- Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s'intende, ma
che basteranno allo scopo, non dubiti.
-- Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non
vedo che tenebra!
-- Eppure, -- disse il Metello con prontezza, -- lei solo può tendermi
quel filo d'Arianna che ci condurrà verso la luce.
-- Sarebbe?... -- interrogò l'onorevole con una voce opaca.
Il Metello rispose con soavità:
-- Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è
qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.
-- Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!
-- Non è colpa mia, onorevole! -- si scusò il Metello col suo più
modesto sorriso. -- Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga,
laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi
trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una
impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e
fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale,
abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a
dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi
siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli
l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le
due cose, preferisca.
Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si
proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:
-- Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in
tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.
-- Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei,
-- rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle
sue parole parve inafferrabile.
-- Sicchè? -- fece il Donadei, grattandosi la fronte. -- Concludiamo.
-- Volontieri, -- disse il Metello. -- Si tratta...
-- Si tratta innanzi tutto, -- lo interruppe l'onorevole con una voce
sbrigativa, -- di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano,
cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè
involontariamente, nè...
-- Va bene, -- rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.
-- Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, -- incalzò nervosamente
il Donadei. -- Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto
così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda
necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.
Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione,
poi disse con aria pudica:
-- Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo
depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che
ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come
direi?... platonico.
Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del
panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio
l'ascoltò con attenzione.
-- I documenti che sono in nostro possesso, -- precisò il Metello, -- e
l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone
intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto
ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a
produrre.
-- Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? -- disse
deliberatamente l'onorevole Donadei.
-- Voglio alludere, -- spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi
d'un'amabile perifrasi, -- alla certezza in cui siamo di poter scegliere
a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra
fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la
rovina come la salvezza di quell'uomo.
-- Perdoni, perdoni... -- l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole
Donadei, -- ma non è questo il luogo per parlare di simili cose, tanto
più che il tempo stringe.
Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia
dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi
veloci:
-- Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca
d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si
faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve
appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato:
Giorgio Fiesco.
-- Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... -- precisò
Tancredo, con modestia e con malinconia.
-- Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe
indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano...
Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed
è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio,
nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro
quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi
finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede,
ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a
tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere
imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un
giornale cattolico.
-- S'intende... -- mormorò il Metello con un fil di voce.
-- Insomma sentano, -- concluse il Donadei; -- sarebbe assai meglio se
loro potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore
tranquillità.
I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità
sinistra.
-- A' suoi ordini, onorevole, -- rispose il Metello. -- E quando?
-- Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...