Il serpentello fischiava e diceva: «L'hanno avvelenato... sì, sì, sì...»

Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione;

tutto il giorno v'era gente che si aggirava nei pressi del cimitero,

discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente,

quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si

spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni

scendevano a turbare la fantasia di que' semplici lavoratori.

Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa;

era entrata per l'ortaglia e per la porta di servizio; s'era fermata

qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.

Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due

vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate

inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar

con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all'anno un

così lungo tragitto co' suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli

pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè

gli paresse lecito di tacer oltre.

-- Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa

grave... molto grave.

Stefano aggrottò le ciglia.

-- Poichè tu, naturalmente -- continuava l'altro, -- non sai nulla...

Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche

indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della

gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto

sfuggiti.

-- Si dice... -- cominciò il vecchio.

Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare,

con parole spedite.

Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di

contenere la sua collera.

-- Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?...

-- Tutti.

Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore,

perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il

falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch'eran pazzi e

birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato

ancora. Poi si giurò d'impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai

notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un'ora, che già

egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava

sottovoce: -- Senti, vecchia...

Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non

dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non

poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di

ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...»

Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del

giardino, dell'ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i

bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si

spegneva tra i denti.

Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci

di nuovo ancora?»

Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero

le faceva un po' dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era

stizzosa, e verso l'alba udiva spesso i galli cantare.

«Cos'era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua

visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era

cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la

misteriosa...»

Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni

le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme,

sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in

fretta che non cucisse con l'ago veloce; Maria Dora le dava del tu e

cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome:

Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a

punta -- Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava

zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra

sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo

come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema

volubilità.

Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con

mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le

voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi

si confuse.

Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso

funebre...

Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore

di farfalle aveva compiuta l'opera sua con una precisione davvero

scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso

incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane,

poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita

regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva

d'esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo

spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro

fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per

tutta la via del ritorno.

Quest'uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la

sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle,

amava tuttavia la vittoria come l'amano i predatori, e nella sua

piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti.

Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i

cinque piani della sua soffitta, schiuse l'uscio e corse a riveder le

sue farfalle, con la medesima tenerezza d'una madre la quale andasse a

riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d'abiti, con grande

cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per

dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un

grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio

cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai

sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì.

Tancredo, che gli avvenne d'incontrar per primo, cominciò a tempestarlo

di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che

affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il

Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro.

-- Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in

tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando

potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò.

-- Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! -- lo supplicava

Tancredo.

-- Figúrati, -- gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, --

figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch'io non

possedessi: la _Vanessa Atalanta_ con le ali nere vellutate. Non solo,

ma una magnifica _Saturnia Pavonia_, grossa quasi come un pipistrello!

Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l'omino. Allo

scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di

Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto

come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un

formidabile: Urrà!

-- Dunque? dunque? -- non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un

salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo

d'infinite premure.

Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva

forza, esclamando:

-- Siedi, e parla finalmente!

-- Siamo soli? -- premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare

la loro impazienza.

Il Metello andò a chiudere la porta.

-- C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?

-- Ti prego, Tancredo, sièditi, -- fece l'omuncolo. -- Dall'altezza

della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.

Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo

introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un

legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai

dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese

meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un

portacenere ove deporre il cerino.

-- Butta per terra, -- disse nervosamente Saverio, davanti a

quell'indugio.

-- Oh, non importa! -- E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.

Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza

mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente:

-- Ha ucciso.

I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto

sorsero in piedi.

-- Vivaddio! Ci siamo!

-- Non ci siamo... -- corresse l'omino. -- Anzi non ci siamo affatto.

Una bufera di domande l'avvolse, ond'egli per difendersi protese un

braccio.

-- Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare.

E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto.

-- Vi ho comunicata -- riprese -- la mia profondissima convinzione. Ha

ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello

che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente

un'istruttoria così greve di conseguenze; voi m'avete dato un incarico,

io l'ho assolto. Se poi v'interessa conoscerne i particolari, ve li

racconterò, ma più tardi.

-- Insomma, -- lo interruppe il Metello, -- perchè hai detto che non ci

siamo?

-- Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi

dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me.

-- Come? come? -- lo aggredirono.

-- Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro;

per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L'«affare», siamo

intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia;

quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una

condizione.

-- Quale?

Egli disse con voce risoluta:

-- Che non vi baleni mai per il capo l'idea di vendere al Ferento stesso

il delitto di Andrea Ferento.

-- Oh, perchè? -- esclamarono i due.

-- Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi

fino a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un

delitto che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento

nella vita pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far

sì che un tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me

lacerato il suo velo.

Poichè tacevano perplessi, egli domandò:

-- Mi capite?

Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.

-- Insomma, ragazzi, -- li interruppe Dandolo bruscamente, -- non

perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea

Ferento e dirgli su la faccia: -- «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco.

O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»?

No, è inutile che vogliate rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai

fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non

intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio

denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.

-- Assurdo?

-- È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al

telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a

parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato.

Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua,

la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi

fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui.

Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto -- concluse, -- o voi

m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.

-- Non ti eccitare, -- lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.

-- Io sono un uomo risoluto, -- spiegò Dandolo. -- Vi ho messa una

condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto

che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il

Donadei.

-- Può darsi che tu abbia ragione, -- ammise per primo il Metello,

ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e

forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso

di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli

conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui,

quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la

sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per

quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di

questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma

quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero

in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:

«Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo?

Venga, la condurrò.»

-- «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un

uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» -- rifletteva Tancredo fra

sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.

-- Anzi, -- affermò il Metello, -- più vi penso e più vedo che hai

ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire.

Faremo come tu vuoi. Dunque racconta.

Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma:

-- Voi dovete innanzi tutto sapere che l'uomo è naturalmente nemico del

proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla

significa tradirsi.

-- Sarà benissimo, -- gli accordò il Metello, che amava i racconti

laconici.

Ma Dandolo proseguì:

-- Dovete anche sapere che l'individuo, nella vita sociale, non è mai

veramente solo; c'è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa

i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre,

sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l'Invisibile, che monta

di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale

sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è

l'Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che pare

non somigli a nessuno ed è invece l'onnipresente complice di tutti

quanti gli uomini.

-- Dandolo, per carità!... -- intercesse il Metello.

Costui non se ne dette per inteso.

-- E vi sono due specie di delitti: veloci e lenti. Se i primi possono

talvolta contare su l'impunità, gli altri, nella diuturna loro

incubazione, finiscono con ravvolgere il colpevole d'un'atmosfera

sospetta, che inevitabilmente lo tradisce. Ma tutto questo non

v'interessa, mi pare...

-- Questa non è per lo meno la parte essenziale, -- disse il Metello con

urbanità.

-- Invece, mio caro, questo è proprio l'essenziale. Io sono andato

laggiù solo per fare conoscenza con l'Anonimo, e sono stato così abile

da inspirare a costui la più assoluta fiducia. Quella denunzia che noi

porteremo contro Andrea Ferento non è opera mia nè vostra; è l'Anonimo

che ha lavorato per noi, è l'Anonimo che l'ha tessuta. Volessimo anche

offrire a quest'uomo il dono del nostro silenzio, è forse troppo tardi:

l'Anonimo l'accuserà. Ma sarebbe un'accusa vaga e disorganica, priva di

un ordinatore che ne abbia raccolte le fila: io stesso; di un

denunziatore che l'assuma: Tancredo; di un avvocato abile che ne

dimostri l'efficacia: il Metello; d'un uomo potente che la sostenga: il

Donadei.

-- Bravo! -- esclamò Saverio. -- Per quello che mi concerne, io sono

pronto.

-- Infatti, -- concluse il raccoglitore di farfalle, -- ora tocca a voi.

Per mio conto vi affermo che il giudice istruttore in persona, con tutti

i suoi sgherri, non potrà fare più di quello ch'io feci. Ho recitate

venti parti nella commedia, senza mai perdere il filo. Vi basti sapere

che il medico Paolieri mi ha promesso di venirmi a trovare in città ed

il vecchio Landi mi ha condotto ben due volte a visitare le sue

campagne. Non vi parlerò dei De Martino, che, per farmi cosa grata, si

sono messi a caccia di farfalle, nè di venti altre persone delle quali

ho notato come un fonografo tutte le parole importanti. Cominciamo

dunque, se volete, a sfogliare l'incartamento...

Trasse alcuni fogli da uno scartafaccio che teneva nella tasca interna

del suo giubbino, e sciolta la funicella che lo serrava, piegatala,

messala via, distese le pagine ch'eransi arricciate e, con la voce

metodica d'un cancelliere, dalla prima parola incominciò:

«Clemente Gaspare De Martino, di professione fittabile, nativo di...

d'anni quarantasei...»

La vita comincia domani: romanzo · 第 22 / 34 题