E scandì queste parole inesorabili: -- «Tuo marito è morto.»

Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l'intera frase, le attirò

la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse

il capo come d'un manto, per soffocare il suo grido.

Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del

respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso

l'orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un'altra

volta:

-- È morto: l'ho trovato nel suo letto... morto.

Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante

immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per

istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro

l'invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa

vita.

Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle

raccoglieva lo splendore della sua nuca, l'ombra confusa de' suoi

capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro,

in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario

fra le lor anime distanti.

Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole

incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile,

quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all'anima spaventata

l'inafferrabile verità.

-- Morto?... è morto?!...

Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di

lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli

occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi,

di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d'un riso convulso, e

torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per

allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:

-- No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!

Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del

dolore che vedeva in lei, e disse un'altra volta, scuotendola:

-- Sì, sì, è morto.

In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s'era

slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi

politi; l'ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che

tradisse l'intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza

la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella

loro ertezza, di qua, di là pungevano con l'oscuro vértice il finissimo

lino.

Egli n'ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo

della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell'arterie del

collo, dove batteva più celere l'impetuosa vita. Gli pareva che sopra le

corde vigili de' suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si

mescevano e s'uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per

quel fantasma del morto; l'altra era un brivido, ma di gioia, che gli

veniva dalla bellezza di lei, dall'immagine del suo corpo seminudo -- e

questa era senza dubbio la paura più forte.

Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione

dell'uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore

transitorio d'un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue

membra femminili, ch'erano per lui quasi una tentazione soverchiante,

quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo

desiderio, e fosse una specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla

quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.

Quand'ella passava, o s'appressava, od un'eco portava la sua voce, o per

un filo d'aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto

da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un

oggetto suo, ne riceveva nell'anima e per le vene un tremito che gli

faceva male, che gli dava una specie d'inquietudine oscura, di desiderio

affaticante; quand'eran soli, quando la baciava, e pur quando nella

brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d'amore,

invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla

sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l'ansia che lo

struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo

stremo nascere un desiderio più forte.

L'amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di

non poterla amare abbastanza, la paura ch'ella valesse più di quanto

poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la

gioia dell'uomo fugace, inane la forza dell'uomo, -- e la sua bellezza

infinita. Onde l'amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si

accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere

dimenticata una felicità.

Ecco, ed egli s'accorse che davanti all'annunzio di quella morte il suo

primo impulso era stato un rifiuto, era stato -- o gli pareva -- un

immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore

d'amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un

lampo sinistro di gioia. No; ell'aveva detto per prima cosa: -- «Non è

vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell'aveva tentato quasi di farlo

rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s'era sciolta, quasichè

sentisse per istinto l'orrore della sua mano micidiale.

Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane di quello che

immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione

faceva nella mente oppressa dell'amante, precisandosi a poco a poco,

divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a

sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: -- «È

morto.»

Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così

forte, che l'aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo

vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non

moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: --

Novella...

E guardando queste immagini, s'avvicinò di nuovo all'amante. Gli

afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella

sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua

tremante anima.

Poi cominciò a mormorare:

-- Perchè è morto? Perchè?

Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: -- Come? dove?

quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov'è? -- Anzi lo

disse:

-- Dov'è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo

che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse

vederlo d'improvviso.

Egli spiegò, senza batter ciglio:

-- L'ho trovato immobile nel suo letto; l'ho chiamato: non s'è mosso:

l'ho toccato: era freddo.

Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:

-- No...

Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell'amante.

Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir

nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra

loro, come una involontaria colpa, quell'orrendo secreto. Ma appunto

perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a

credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:

-- Il babbo...

Egli le prese forte una spalla:

-- No, taci.

-- Perchè?

Non sapeva rispondere; disse:

-- Aspettiamo.

Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni

alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per

rinserrarsi più forte. Andrea s'accorse ch'ella potrebbe avere un

qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè

fosse conveniente aspettare.

-- Più tardi li chiameremo, -- disse. -- Ma ora sono così stordito, che

non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure...

-- Sì, sì, io pure... -- ella si affrettò a dire, quasi contenta di

esaudirlo e di sentire infatti come lui.

Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse:

-- Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno,

bisogna che noi siamo preparati; noi due che...

-- Sì, sì, hai ragione.

Allora quel lampo ch'egli voleva subito vedere negli occhi dell'amante,

le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli

teneva e soffermando il suo tremito in un'altra sospensione, ma

vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto

guardare al di là da quella morte.

Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all'amante, con una

specie d'insidia: -- Ho paura...

Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le

labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per

proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non

rasentasse la colpa.

Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel

deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di

splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo

frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un

lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo

rogo nella raggiera dei mondi vicini.

La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio

invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce,

l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.

Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto

dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in

sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie

d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor

materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la

memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non

la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti,

nell'apoteosi del cielo roteante.

La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor

sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...

Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il

suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una

parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo.

Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo

simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una

donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza

all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella

interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a

spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore

gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua

propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario;

questa esultanza temuta invadeva l'emisfero notturno, percorreva la

materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava

nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di

polvere d'oro...

Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva

quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal

terrore.

E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti

radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena

d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e

le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più

violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta

dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più

s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate

dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna,

ella ogni tremito in lui.

Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo

l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua

persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva

staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi

dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non

sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo

soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei,

di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto,

imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole

complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non

tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella

camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.

Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento

premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche

fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore,

quand'egli, tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa

prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido

bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla

per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne,

«ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo

aveva ucciso...»

Non era questo un legame di complicità che l'avrebbe con lui serrata,

per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione

ch'equivaleva all'aver veduta con i suoi propri occhi l'opera criminosa,

ed esservi stata consenziente, anzi all'aver data la morte con una più

sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch'ella il cadavere

su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?...

Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto

appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel

suo solo cuore. Insieme la incolpava d'essere così bella, per lui così

bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell'ora nefanda, così

bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l'odore

nauseabondo del cadavere, l'odore immaginario, che ad intervalli credeva

di sentir effondersi nell'aria contaminata. Anzi egli non sapeva

scindere una cosa dall'altra: il nudo corpo di lei si vestiva d'un

lenzuolo funebre, come, ne' suoi occhi allucinati, la visione macabra

del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine

della sua nudità.

-- «Se tu mi ami, -- le diceva senza dirlo, -- e se vuoi che t'ami, devi

entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me

nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti,

com'io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei

timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che

gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io

non t'avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...»

E la notte passava immemore, nell'alto cielo, con fulgori che parevano

tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna;

l'oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di

brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l'immenso infinito, e gli

affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo.

Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua

bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d'una droga

meravigliosa, che lentamente l'ubbriacasse. Non vederla, non udirla,

recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice

senza fondo, per non amare al di là d'ogni cosa la sua dolce bocca

umida, i suoi labbri cosparsi di peccato.

Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge

a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò

con sospetto, come s'ell'avesse potuto sorprendere i suoi pensieri,

tanta era l'affinità che li stringeva. Ne' suoi limpidi occhi non vide

alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro

vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente,

con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata;

e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del

loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse

freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno

delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In

quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d'oro la vellutatura

bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei

capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di

fulgore.

Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la

sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio,

d'odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un

altr'uomo la possedesse.

Da che l'amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch'ella

potesse da lui dividersi; -- ma ora che aveva ucciso, per una strana

successione d'idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal

suo possesso, far sorgere un'avversità imprevedibile, anche s'ella

dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò

era; -- e vedendo l'uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento

rabbrividì.

Nell'assedio d'un tal pensiero, subitamente l'attrasse, quasi per

custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch'egli sentì su le labbra

il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con

insidia; l'ampiezza del suo bacino l'accoglieva in sè, quasi che ritta

non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel

nodo stanco e forte che contiene l'amore.

-- Tu... -- egli disse, quasi cercando fra le parole una via di

salvamento, -- hai compreso tu quello ch'è accaduto?

Ella solamente rispose: -- Taci... -- abbassando le palpebre, come

quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso

ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio.

-- Ora l'ho compreso, non prima: ora che tu mi baci.

-- Lo amavi? -- egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria

crudeltà.

-- Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... --

Poi riflettè e soggiunse: -- Forse non lo sai?

Egli tacque; la sua fronte s'incise di una ruga profonda.

-- E tu? -- ella fece dopo una pausa.

-- Io? che?

-- Lo amavi?

Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua

volontà riottosa in un'armatura di metallo, e disse recisamente, con

impeto:

-- No! l'odiavo!

Ella n'ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio

datole su la nuca.

-- Avrà sofferto, credi?

-- Nulla o poco; era composto.

Allora l'immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma

calmo: appena appena un po' di saliva agli angoli della bocca, un po' di

gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale

stanchezza, e, per la prima volta dopo quell'annunzio, vide nei propri

occhi la spenta fisionomia di lui.

Questa visione le fece comprendere ch'ella pure non lo amava, poichè,

nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio

fisico, nel quale involontariamente si rammentava d'essere stata baciata

da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da

sè tutto questo; -- ma la visione tornava.

Improvvisamente, un'altra volontà che la sua le fece dire: -- Andiamo a

vederlo...

-- Sì?... vuoi?... -- mormorò egli, come côlto in fallo.

Ma intanto pensò ch'era opportuno accertarsi un'ultima volta di quanto

aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch'era la più fidata,

l'impressione che gli altri ne avrebbero.

-- Andiamo, -- fece risolutamente. E non si mosse,

-- Sì... -- ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi

sbarrati.

Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono.

-- Fa piano, -- egli diceva, -- che nessuno si desti...

Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell'ombra,

quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per

vincere la volontà restìa.

In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi

entrambi, addossati l'uno all'altra, comunicandosi per la mano serrata

la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando,

ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti.

Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano,

avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch'egli si sentiva meno

forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla,

sentendo il suo peso riluttante.

-- Andrea...

-- Che hai?

-- Non andiamo...

Eran presso l'uscio e sostarono.

-- Perchè?

Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana.

-- Tremi anche tu... -- ella disse.

-- Io?... No! -- egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per

non tremare.

La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso

tenebra.

-- Non aprire...

-- Sì, apro...

Girò la maniglia e sospinse l'uscio.

Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna

che imbiancava la camera funeraria d'una chiarezza livida, piena

d'irrealità.

Poi d'improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro

sembrò -- tanto la temevano -- si fosse mossa e li avesse guardati.

-- Non andargli vicino... -- ella balbettava, -- non posso...

Ma egli, lì, di fronte all'opera che aveva compiuta, riacquistava il suo

coraggio; e s'avvicinò al letto trascinandola.

Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo

su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo

morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di

quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne,

al gelo della sua materia spenta.

-- Vedi, -- egli disse, -- com'è tranquillo?

Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con

gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.

Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come

fosse piombo.

La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei

capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un

umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli

angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla

fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro

color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non

facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano

entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare

immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la

quale noi la guardiamo.

Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da

comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento

cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in

attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe

a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse

dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma

un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.

Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si

stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le

mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi.

Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre,

lievemente, ritraendola con velocità.

-- Giorgio... -- profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere

se veramente fosse lui.

Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza

dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola,

toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non

ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una

infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di

fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: -- «Povero,

povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi

perdonerai!...»

E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un

bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole

conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi

guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era

un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse

nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola,

soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che

appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza

paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva

circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo

trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una

parola buona...

In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si

considerava più come la schiava di quell'infermo inguaribile; provava

solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell'ultima ora,

quando il suo pensiero fuggente l'aveva cercata ed il suo cuore cessante

l'aveva con sè trascinata nel silenzio della morte...

«Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi, e non c'ero! hai

voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t'ho

potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver

sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la

tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore... Ed

io non t'ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per

giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi

perdonerai!...»

Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non

osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che

pauroso era solenne.

Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse.

Quand'egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che

un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor

dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si

aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la

fronte, quanto più l'amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e

nelle lacrime per il morto.

Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l'altro teneva un

gomito e nei palmi la fronte.

Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei

stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli

quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo

dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava

inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il

bianco malleolo ed il tendine teso, che s'allentava nella rotondità del

polpaccio.

Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone

roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan

ritta la calzatura piegandosi contro l'orlo d'ermellino.

Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che

vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse,

nell'atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui.

Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto più forte non gli

consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore

taciturno, ed intese che pregava.

Sì, dall'atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò

che l'amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non

crederebbe mai che all'uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava,

qualcosa v'era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte

infinita, qualcosa v'era in quel silenzio, di più sacro e di più forte

che l'amore, poich'entrambi avevano creduto nella parola inverosimile:

«Dio».

Allora si trasse indietro, e pensò ch'ell'avrebbe trasalito per la paura

di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non

s'accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal

raggio lunare, prosternata com'era davanti al letto funerario, pareva

una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse

trascinata con delirio verso il marmo dell'altare, affinchè la pietra

del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più

nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto

muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi

al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la

stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore.

-- Novella... -- egli chiamò sommessamente.

La sua propria voce lo ferì come la voce d'un estraneo, senza che le due

creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese.

Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire

insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi

toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane

scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso

l'attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d'ombra.

Poi d'un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, allentar le

braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far

rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto,

si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano,

sollevando la camicia, una profonda incavatura.

Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si

fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù.

«Vedi? -- mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel

cuore sarcastico, ma d'un riso che non gli saliva fino alla bocca.

«Vedi?»

Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio. Senza maraviglia si volse e

guardò.

Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che

l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.

Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante

sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo

stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e

guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che

lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante

nell'immensità.

«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»

L'usignuolaccio saltava.

Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore

contro le foglie sonore.

«Vedi?»

Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del

letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una

vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel

fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare

nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.

«Vedi?»

E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio tornava, più mite,

poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...

Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella

sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con

tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.

-- Via... via... -- balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro

col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse

volgersi per riguardare il morto. -- Via... portami via!

Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede,

resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.

Uscirono.

Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti,

quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni,

lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra

camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono.

Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre

luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A

lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte,

o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che

gliel'avesse rapita.

Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio

dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi

gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia

i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa

metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le

vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata

fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.

-- Dammi a bere... -- ella fece, comprimendosi il petto soffocato: --

brucio di sete!

-- Acqua? egli disse. -- Non ho che acqua.

-- Sì.

Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante,

lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo

gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:

-- E tu non hai sete?

-- Sì; dopo.

-- No, bevi, -- ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere

e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con

ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.

-- Ancora ne vuoi? -- diss'ella.

-- Non più. -- Respirò forte, soggiunse: -- Lo sai ch'eri svenuta?

Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si

ritrae da una visione paurosa:

-- Non parlarne... -- pregò. -- Che orrore! che orrore! Ho bisogno per

un momento di scordarlo... Non parlarne più!

Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto,

curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte

china.

Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra,

guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.

Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore;

incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi;

dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito

scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una

lentissima pioggia di sabbia.

Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un

grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a

lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto

su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore,

l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva

ritrarsi dal guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a

dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che

giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana

spezzata.

E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la

ghiaia.

Senza volgere il capo ella chiamò per nome l'amante; ma egli non si

mosse.

Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata

bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in

fondo, contro l'opposta parete, c'era un uomo che dormiva per sempre nel

letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla

magnificenza delle stelle.

Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale

navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non

respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo.

Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il

capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con

una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po' chinata su

la sua pallida fronte. Infine disse:

-- Che ora è? tardi?

Egli guardò l'orologio, distrattamente:

-- Le tre passate.

-- Hai sonno?

-- Non ho sonno; e tu?

-- Nemmeno. Guàrdami!...

Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati.

-- Che faremo? -- ella disse, tremando fin nell'anima.

-- Non so.

Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle;

egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza

toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle fresca e

giovine, sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore

stesso di lei.

-- Tu l'amavi! -- gli esclamò d'un tratto, con iracondia, senza levare

il capo.

-- No... taci...

-- Sì, lo amavi! ora l'ho visto! lo so... -- egli disse caparbio.

Novella si chinò presso l'orecchio dell'amante, quasi baciandolo, e

bisbigliava di continuo:

-- Taci... taci...

Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l'attrasse,

alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava.

-- Sei mia, ora?

Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta

l'anima rise.

-- Rispóndimi!

-- Sì... sì!

-- Ma per poco... -- egli fece, tetro.

-- Come?

-- Ho detto: per poco. Adesso non c'è più divieto, e allora...

-- E allora? -- ella interrogava con la medesima voce.

Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola,

su la bocca, affannosamente, lo baciò.

E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla

gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una

coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva...

. . . . . . .

... poi, lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che

imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti,

quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un

gelido remoto mare, e videro per l'universo effondersi quella specie di

scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire

del giorno.

Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di

stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell'oriente

concavo; la notte a poco a poco s'incanalava in quella zona pallida,

lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo.

Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano,

lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov'erano a migliaia; le

grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan

nell'oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella

voragine d'una nuvolaglia simile ad un cratere.

Lontano, all'alba sopravveniente, un gallo cantò.

Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi

forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla

finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura.

Entrava, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie

che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il

giro della stanza, come un vortice...

Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la

fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli

occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:

-- Dormi?...

La vita comincia domani: romanzo · 第 13 / 34 题