Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove
l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già
retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata
varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta
nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà
impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò
inoltrarsi.
-- «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, -- raccontò
a sè stesso. -- Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di
questo atto incancellabile.»
-- «Ebbene? -- si rispose; -- la vita prosegue nella sua necessaria
vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti
l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una
bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»
Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due
personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la
ragione.
La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e
radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più
immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante
ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote
braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo
tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a
quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato
umano.
E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo
sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava,
robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi,
sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e
s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma
i suoi fantastici padiglioni di stelle.
Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi
luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi
dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le
immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente
azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco
siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia
d'immensità.
Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in
quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata?
Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione
perpetua, che andava dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco
infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un
istante?
Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di
voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel
vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: -- Vivere... --
che voi diciate: -- Morire?...
Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro
pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze
forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce
invisibile, cancelli d'oro invarcabili della umana prigionìa!...
O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro
lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando,
come un affamato mai sazio?
L'oblìo, l'oblìo, l'oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol
dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...
Gli parve che tutto il mondo in quell'attimo avesse un colore di
miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire
del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l'acqua traverso un
filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere,
forse la più immonda, si sperdesse così nell'infinito, e gioiva di
questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.
Il Tempo era un nettare che l'uomo beveva per dimenticarsi dell'attimo
anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.
Poi, quando si fu ristorato in quell'aria balsamica e si fu cullato
quasi per ozio in questi erranti pensieri, d'un tratto gridò a sè
medesimo:
-- «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura
di viverla! No, la tua parola è un'altra, più bella che «Dimenticare...»
La tua parola è: «Potere!»
Aspirò un largo sorso di quell'aria vivida, così gran sorso quanto
spazio era ne' suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di
una intimazione:
-- «Sì, potere! Potere con gioia!»
Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell'anima come la
ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero
da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno
a cui roteava tutto lo splendore dell'universo.
Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il
senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo
solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S'era preso
d'amore e l'amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro
l'ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita
d'imperio, d'indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta,
se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome:
«l'amore» -- un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo
cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un
tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara
felicità.
L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose
tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo
cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e
nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita
molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed
infinita che il credente riassume in Dio.
L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica
della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una
follìa.
Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida
bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano
continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta
voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan l'odore
d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di
rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la
memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una
pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita,
conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.
D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:
-- «È mia!»
Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro.
Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava
dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per
vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua
vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.
Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo
non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle
trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore
vicine all'alba.
-- «La chiamerò.»
E si mosse.
Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli
parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare
con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario
dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore
del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri.
-- Dormi?... -- egli domandò soffocatamente.
-- Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.
-- Lévati.
Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito.
-- Che fai su l'uscio? Entra.
Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre la soglia. Sollevata sui
cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.
-- Cos'è accaduto?
Andrea rispose:
-- Nulla.
-- Sta male?
-- Chi?
-- Ma... Giorgio...
Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:
-- Lévati.
Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi
bianchissimi le pianelle sul tappeto.
-- La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, -- lo pregò, per non
mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: -- Là, sull'attaccapanni.
Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla,
ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece.
Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:
-- Che hai? Che c'è?
-- Vieni, -- egli disse volgendosi; -- vieni.
Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo
seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera,
ove si chiusero.
Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli
occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per
le braccia, impaurita:
-- Che hai? Che hai?
Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e
tacque.
Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva
strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola
«morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o
nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile,
ad un orecchio che l'ascolti!
«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, che hanno il
più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla
distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che
diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del
cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che
giace...
Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più
del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava
dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande
stormo di corvi che invadessero l'aria buia.
Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della
sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli
pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.
Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe
scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual
gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso
dell'orrendo segreto?
Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie
della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia
di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola
biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il
vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano
stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave,
troppo feminea, per ascoltare la morte.
Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua
manica gli toccarono la fronte.
-- Che hai? -- gli domandava l'amante, carezzandolo. -- Parla; mi fai
paura.
Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro
d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire,
d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava,
era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore
avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla
venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne'
suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che
terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...
-- «Ora, -- egli pensava, -- è mia.»
L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in
questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore,
una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena
di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi
la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse
nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente,
lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per
appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»
Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta
ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza,
carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con
gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli
spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua
bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso
bacio.
Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo!
Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza
dubbio, sua con felicità!
-- Mi ami?... -- bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che
l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone,
costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di
crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti
lucentissimi.
L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di
allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.
-- «Griderà, -- pensava -- se io le dico...»
E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e
gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.
Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d'una luce
quasi nefasta.
-- Odimi... e non gridare! Odimi!...
Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su
lei per afferrarla nella sua tragica volontà.
-- Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!