SECONDA PARTE

I

Tancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero

telegrafato ch'era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo

esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del

testamento: il che gli stava molto a cuore.

Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era

partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non

s'erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì

per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la

madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a

Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro,

d'ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era

veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d'affari equivoci o

pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su

gl'ippodromi, un po' male in arnese, ma tuttavia giocondo.

Più tardi s'era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di

raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un'agenzia

d'informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri

vicoli delle grandi città.

Non ancor quarantenne, alto, forte, un po' calvo, con la faccia quadrata

e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte

malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta

molle, quest'uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che

d'intelligente e di maestoso, un non so che d'amaro e di buffo, che

prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a

trattare con lui.

Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non

aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche

robe in una sacca sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari

sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire

ch'erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la

serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l'ordine di

far scendere la sua borsa in portineria.

Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le

campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di

vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente

incontro alla fortuna.

Pensava: -- «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! -- Centomila

lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto

siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno

figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il

gran professore... Centomila.»

E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi

e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una

straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo,

finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel

pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.

Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella

seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui

zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico

dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo

vomero nella terra lampeggiante.

Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che

appunto lo seduceva per la sua possibilità.

Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una

voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande

stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava in un

angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava

in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede

universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( -- dico

centomila -- ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»

Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era

tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino

involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio

seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una

vespa:

«Legato A... -- legato B... -- legato C...»

La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti

gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente

lo guardava.

«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»

Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce

nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un

enorme fazzoletto blu...

Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente

si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che

saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace

nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile

solitudine...

. . . . . . .

Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico

vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo

traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani

eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del

farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il

cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì

fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di

capinera da lontano gridò:

-- Vengo sùbito.

Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono,

e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che

domandava:

-- Chi è venuto, Natalissa?

-- Un forestiero, -- gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese

la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.

Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno

fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello

sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a

tutta prima non seppero immaginare chi fosse.

Egli pensava tra sè: -- «Questo è il momento grave. Occorre una certa

presenza di spirito...»

Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi:

-- Io sono Tancredo Salvi.

Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà

Stefano alquanto impacciato, gli rispose:

-- Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi.

Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini.

-- Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo

treno; sono ancora sotto il colpo dell'orribile notizia... vengo per

rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d'avermi avvertito!...

E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza,

mentre col palmo della mano faceva l'atto di rasciugarsi una lacrima.

Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo.

-- Allora lei desidera pernottare qui? -- mormorò infine, accennando

alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola.

-- A meno che non rechi troppo disturbo... -- disse Tancredo con umiltà.

-- Volevo scendere all'albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto,

il desiderio di veder súbito il mio povero fratello m'ha spinto a venir

qui.

-- Mi perdoni un momento, -- fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre

stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano.

In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.

-- Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?

Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta

ch'eravi rimasta:

-- Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima.

-- Poi disse a Tancredo: -- Entri pure.

Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse

d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio,

e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo

a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto;

il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che

accerchiavano come un laccio.

-- Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? -- disse il

Ferento. -- E desidera vederlo?

-- Appunto.

-- Venga: la condurrò.

Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si

trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise

traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per

non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore

quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che

gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo

non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di

passare. E lo scemo ad insistere:

-- Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?

Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a

togliersi di mezzo. Poi disse:

-- Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.

Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo,

poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.

-- Eh!... -- gridò appresso al Ferento, -- non sono le dieci!... una di

più! C'è un ballo forse?

Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco

aveva un cognato scemo.

«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... -- pensò. -- Non è

piacevole. Con questa fame da lupo!»

Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:

-- È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e

lo potrà vedere.

Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera

degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè

l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli

scompigliava tutte le facoltà.

Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia

di luce.

«Dev'essere là il morto... -- pensava. -- Purchè non mi lascino solo

davanti alla bara...»

-- Venga, venga, -- disse il Ferento, fermo su la soglia della camera

funeraria.

Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè

lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di

fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma

Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di

vent'anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro

il muro, e che pregavano anch'essi. Da ultimo vide, nel mezzo della

stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara,

coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro

il cassone del letto.

Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non

camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale

da ramoscelli fioriti; le fiamme piegate dal vento si allungavan come

lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera,

che pareva guizzar via nell'ombra, di qua, di là, velocissima.

«Ora, che faccio?»

Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva

cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse

una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il

rilievo del cadavere.

«È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo;

quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press'a poco

estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa

madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo

me l'ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un

brav'uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma

questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch'è morto.

Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo...

Su, vediamolo, poveraccio!»

Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli

si fermava a mezza strada.

«Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!»

Si fece animo e si chinò. Quell'odore di cadavere e di naftalina lo

stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e

cominciò a sollevarlo.

Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all'altro lato della

bara:

-- Volete vederlo, signore? -- domandò. -- Peccato che ora si guasta.

E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d'un bimbo che non si

voglia destare.

Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era

spaventosa. Livida egli la vide, ma di una lividezza quasi nera, con

l'orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli

occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non

chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un

umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come

una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo

sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d'un bottone d'oro,

simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del

torace gonfio. Pareva che l'abito nero lo infagottasse per una farsa

macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a

strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano

piano, su la musica d'un valzer lento...

Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che

lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo,

mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per

vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il

feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un

prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma

continuamente.

Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia.

Pensava: -- «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più

spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?»

E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola,

stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il

giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo

su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era

scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover

passare in quella camera l'intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un

tal brivido, che ancora ne provava su l'epidermide una sensazione di

gelo, e guardava le fiammelle de' cerei sventolar nell'aria come

bandieruole che si sfioccassero. Cominciò a scorgere nel vano della

finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano

rumoreggiando, come larghe ondate.

«Ma cos'è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d'un cristiano.

Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.»

Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne

prendeva un pizzico, tirando su.

«Porco!» -- disse fra sè Tancredo, che non amava i preti.

Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.

-- Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?

Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì.

Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben

condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in

altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far

credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.

-- E tu mamma, vuoi nulla? -- domandò Maria Dora, carezzandole il capo.

-- Nulla: ripósati un poco. Dora.

La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed

uscirono. Tancredo li seguì.

La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande

caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il

cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente

ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un

amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:

-- Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.

Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il

prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per

alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:

-- Come ti chiami tu? -- fece di punto in bianco, squadrandolo con una

severità inquisitoria.

«Càspita! che faccenda è questa? -- pensava Tancredo; -- il mentecatto

mi dà del tu?» Rispose:

-- Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei?

-- Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai?

«Càpperi!»

-- Cosa dici?

«Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso

gli saltasse la mattana!»

Poi soggiunse, con un inchino:

-- Tanto piacere di conoscerla, signor professore!...

Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece

intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva

intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co' suoi

lunghi passi barcollanti.

-- Ma, dica, professore... cosa fa? -- esclamò Tancredo. Marcuccio

ristette, e puntando l'indice contro la ragazza:

-- Costei mi ama, -- disse,

-- Davvero? Ha buon gusto!

La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì

che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a

dondolarsi, e di nuovo a considerare l'estraneo con attenta curiosità.

-- Cosa vieni a fare in casa nostra?

-- Io?... Sono venuto per vedere mio fratello.

-- Tuo fratello? Ah!... ah!... -- E rideva tenendosi le due mani sul

ventre. -- Ma chi è tuo fratello?

-- Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... --

spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse

che il forestiero si gabbasse di lui.

-- Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, -- fece, seriamente.

-- Già... già... -- lo blandiva Tedo con dolcezza.

-- E ti faccio legare perchè sei matto!

-- Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» -- disse fra i denti,

guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria

Dora, Stefano ed il fattore Mattia.

-- Avete pronta una carrozza? -- domandò lo scemo. -- Bisogna portare al

manicomio quest'uomo ch'è diventato matto.

Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal

ricevere scuse; poi disse:

-- Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il

ricevere quel telegramma! Se non erro ne' miei calcoli, quel povero

Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero?

-- Quasi trentanove, signor Salvi, -- corresse Maria Dora, che lo

guardava con un semiriso.

-- Appunto, appunto... Ed in che modo è morto?

-- È morto di notte, solo, nel suo letto.

-- Ha sofferto?

-- Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel

sonno.

-- Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero?

Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato

il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro

altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano

guardati velocemente, con una certa perplessità.

-- Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, -- Stefano

rispose.

«Perchè mai -- pensò Tancredo -- s'erano guardati a quel modo?»

E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa

violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. -- «Lei

è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo?

Venga, la condurrò.»

Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.

-- Senta, e la moglie? -- fece il Salvi dopo una pausa.

Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi

cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria

Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno

all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi

di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il

fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.

-- Eh, capirà... -- Poi disse, molto in fretta: -- Desolata, desolata...

Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!

«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... -- rifletteva

Tancredo. -- Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.»

E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato,

più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi

altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare

degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le

debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non

limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli

abitatori di quella casa funesta.

Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto

lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi

a Stefano con un moto meccanico.

Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma

insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui

correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno

di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano

da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di

solitudine come insieme li avvolge di splendore.

Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento.

Era un uomo che, da un lato, riempiva di sè la vita scientifica del

paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze

intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la

battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli

amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando

bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto

un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello

d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del

pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia,

dei rinnovatori contro i sofisti.

Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri,

egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del

suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come

dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per

guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della

conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte

scientifiche.

«_Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura..._»

Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel

«_Dio lontano_» -- il libro del Ferento che, per la sua forma

accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era

più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e

d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.

E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare

quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè

non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà.

Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco,

l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive

di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento

saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri

lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, in quella maschera

così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro;

semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si

vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da

quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan -- pensò Tancredo -- molto

bene, molto bene...»

Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve

abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova,

l'erede...

Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse

molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore

bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di

Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed

egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi

che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte

massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura...

tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava

presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla;

cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca,

ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì

vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo

in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si

rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o

qualche lettera, in attesa che se n'andasse.

«Addio, Giorgio... Grazie.»

«Addio.»

Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di

star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo

scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un

grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con

un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo

di violette...

-- Signor Salvi, mi perdoni, -- fece d'un tratto il Ferento; -- lei non

era tempo fa nella redazione d'un giornale ebdomadario che si chiamava,

mi pare, «Il Bisbiglio»?

Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non

frequente in lui, divenne leggermente rosso.

-- Appunto, -- rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto»

fosse poco, soggiunse: -- Appunto, per servirla.

-- Vedo.

E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver

riflettuto, gli domandò ancora:

-- Il giornale continua?

-- No, è cessato.

Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una

sigaretta.

-- Fuma? -- domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.

-- Volentieri, grazie.

Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè

accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.

Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello

non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose

mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue

narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le

rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e

l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un

terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al

vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò.

«Amen...» -- concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la

ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio,

dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di

velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta

mops.

Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e,

mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina

furba e sciocca.

-- Eccola servita. Questa è la sua camera.

Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.

-- Come vi chiamate, ragazza?

-- Berta, mi chiamo. Perchè?

-- Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?

-- Peuh... non c'è male.

-- Ci siete da un pezzo?

-- Due anni. Buona notte, signor Salvi.

-- Avete fretta?

-- Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga.

-- Avete pranzato voi? -- fece Tancredo impulsivamente.

-- Eh... certo!

-- Io no.

-- Lei no? -- disse la Berta, senza soverchio stupore.

-- Proprio no.

Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la

manica:

-- Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà

un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a

prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.

-- Ma io, signore, non ho ordini.

Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel

taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e

rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della

domestica, dicendole:

-- Questo è per te.

Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da

scialacquatore.

-- Senta allora... -- propose a bassa voce la Berta, -- non dica nulla

ed io le porto quel che ho.

-- D'accordo. E cosa mi porti?

-- Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse qualche fettina

d'arrosto freddo, con un po' di pane.

-- Ottimamente! -- rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò

alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna

faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto

alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e

lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre

spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio

di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si

diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara,

le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la

testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che

premeva la camicia scoppiante...

Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.

-- Ma s'accomodi, signorina! -- egli esclamò giovialmente.

La Berta comparve con un vassoio carico d'ogni ben di Dio, tutto sovra

un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio,

pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin

nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non

seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a

ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola,

mentr'egli cominciava il suo festino.

-- Sièditi e fammi compagnia.

-- Vuole?

-- Sì, sì.

Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia.

-- Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina?

-- Proprio io, per servirla.

-- Allora tu fai tutto in questa casa?

-- Eh, no! Mi aiutano. C'è un'altra donna che lava i piatti, una che

scopa, e due uomini che vengono la mattina per i mestieri grossi. Da

sola non potrei, le pare?

-- E ti trattan bene?

-- Non c'è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica...

-- Bel tipo!

-- Ma sa che la notte è capace di starsene magari un'ora davanti alla

mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa...

-- Cosa vuole il babbeo?

-- Eh... lei capirà bene cosa vuole! -- spiegò la Berta facendosi rossa.

Tancredo ammiccò verso lei con il fare d'un uomo che se ne intende:

-- Ah, sì?...

-- Ma, già!

-- Porco! -- esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse:

-- Tu probabilmente hai un altro innamorato...

-- Ho uno che mi parla, si sa...

-- Uno che ti sposa poi? -- fece Tancredo paternamente.

La Berta assentì col capo, seria, seria.

-- E quando?

-- Quando avrà fatto il servizio militare.

-- Ahi!...

-- Perchè dice «Ahi»?

-- Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo;

perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono

tutte canaglie.

-- Questo lo so.

-- E quando l'hanno fatto sono peggio di prima.

La Berta si mise a ridere.

-- Oh, allora!...

-- Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza

e sarebbe un vero peccato.

-- Eh, eh... -- cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con

un largo gesto, -- la so lunga io... non c'è pericolo!

Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole.

-- Dimmi un po': e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... --

fece, con un'aria furbesca, strizzando l'occhio.

-- La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani,

che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... --

e fece una pausa repentina.

-- Lei?... cosa? Di' su!

-- Niente, niente; non son mica pettegola io...

-- Lo so che non sei pettegola, -- rispose Tancredo per lusingarla; --

ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente.

Placata la fame, s'accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere

molte cose.

-- Dunque la signorina vuol bene ad un altro...

La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue

carnose labbra parevano dire di sì.

-- Povera signorina!... -- sospirò la Berta. -- È tanto una brava

ragazza! Allegra, buona, un vero angelo!

-- Glielo si vede in faccia ch'è buona, -- disse Tancredo, attento. -- E

perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene?

-- Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... -- esclamò

la Berta, con sapienza.

-- È uno qui del paese?

-- Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le

settimane.

-- Ho capito, -- fece Tancredo. «Guarda, guarda...»

Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino

del cacio con le pere...

-- Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? --

domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo

la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no.

-- Il professore... -- mormorò la ragazza, con intendimento.

Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e

tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo

disfece; ma intanto rideva.

-- Il professore...

-- Già... già... -- malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente.

-- Ah, sì, eh?...

Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi

d'indovinare quelle sue reticenze.

-- Ah, sì eh?... -- rifece ancora una volta, come se avesse ormai

capito.

-- Io non dico nulla, -- premise la Berta, -- perchè non sono pettegola,

e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma,

tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva

perfino quel povero diavolo ch'è morto.

-- Ah, sì eh?... -- Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti,

masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... -- mormorava tra sè. -- Che

razza di faccenda è questa?»

-- Guai se dovessi parlare!... -- esclamò la Berta. -- Sa, per i signori

c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono;

tutto va sempre bene.

-- Dici davvero che il professore sia l'amante...

-- Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno

tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor

Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il

macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti

insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo!

-- Diavolo! -- esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che

gli pareva insieme scaltra e doverosa:

-- Molte volte si racconta quello che non è.

-- Eh!... -- scappò a dire la Berta, -- se avessi tanti biglietti da

cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi!

-- Tu?

Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì.

-- Per l'amor di Dio! -- supplicò, levandosi in piedi, -- non mi

comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei

sapesse già... Mi raccomando, signore...

Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la

guancia, ma questa volta paterna.

-- Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto

mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta?

-- Grazie, signore. -- Poi soggiunse: -- Posso portar via i piatti?

-- Sì, ho finito.

Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. --

«Guarda, guarda, guarda...»

Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava

tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche

per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese

un'altro franco.

-- Sei una ragazza a modo mio! Tieni.

Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la

moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice.

-- Non si disturbi ancora...

-- Oh!... -- egli fece, con aria principesca, -- bazzécole!

Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste

alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e

mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente

i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce

rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra

del morto.

La vita comincia domani: romanzo · 第 14 / 34 题