IX

Riaccese il lume per guardare il suo delitto.

Come uno di que' grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta

sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli

recitare la sua parte, così appariva l'uomo semisdraiato nella fonda

poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le

braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate.

Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte.

Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne

scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il

braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi

ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come

fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la

fronte, empiva un'orbita molestando la palpebra chiusa.

L'ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento

irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro.

Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, cadutagli a terra nella

fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne

staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto

lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse

rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e

lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano

involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò

le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi

si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro

consueto, e macchinalmente guardò l'ora.

Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.

Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo

la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo

vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il

fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie

d'insensibilità, rimase a guardarlo.

Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.

Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la

morte.

Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di

pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò

queste due sillabe distintamente:

-- Batte.

Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle

gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa

lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor

soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.

Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa

parola quietamente: «La bara.»

Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, poi vide la forma della

cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma

stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là

dentro, nella cassa di legno, nella bara.

Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a

ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma,

sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari,

delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione

sorprendente.

A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle

cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai

morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di

cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa

più che rimanere immobili e freddi.

Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente

l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E

per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono

quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene

determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio

che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una

scuola veterinaria.

Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non

conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato

venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè,

nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un

passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di

servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare

praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e

ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni

verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di

paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue

convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati

gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro

certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di

stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo

cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.

Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare

dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le

ginocchia insensibili...

Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il

cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar

l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari

armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.

Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio

sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto

legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge

violastre su la dentatura gialla.

Ascoltò.

Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.

La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po'

tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.

-- Giorgio...

Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di

averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella

vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano,

stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.

Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di

quella sera.

«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» -- gridava, urlava a' suoi

giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, -- mentre in

verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava di

averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio

spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione

illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta

nel medesimo tempo.

«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano;

io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il

pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che

l'accerchiassero da ogni parte.

«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: -- Non era questo il mio

diritto?»

Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava

minutamente i segni della morte.

«Fratello, rispondi, rispondi!...»

Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati

fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro

l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia

morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo

faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino,

suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone

Disperata...

Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio,

gridando: «Apri!»

L'altr'uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore.

Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un

perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le

spalle, in un modo bizzarro. La bocca s'era messa a ridere, le gengive

congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s'incordava

una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan

nell'aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo

sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse.

Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli

alberi, come lucciole in un cespuglio. Bella notte, odorata, ingemmata,

ch'era piena di lembi d'azzurrità.

«Quanti anni passeranno?...» -- Anni voi dite?... -- «Sì, anni.» --

Prima di che? -- «Prima che tu ritorni a vivere.» -- Ma non vivo io

dunque? -- «No, è un incantesimo.» -- Un incantesimo?...

E l'altr'uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio.

Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve.

-- «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di

agitarmi, di ridere!»

Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri

desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era

fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d'uomo, sotto il potere

di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa

notte.

Fece sogni.

Camminare d'Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata,

respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori...

Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l'acqua

insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco;

vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d'un cavallo

focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di

una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito...

volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali

telegrafici... essere nella platea d'un teatro, presso i forni

d'un'officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci

s'incalza, ci si agita, si vive!...

E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe

di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di

quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di

finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.

«Sei morto? No, non sei morto? -- Allora non puoi rispondere?... Sì? mi

puoi rispondere? -- Che dici? -- Ah, che t'uccida? -- Ma se già t'ho

ucciso? -- No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte;

così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...

E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No,

no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. -- Cos'hai detto?

Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli?

Cos'è questo nome che dici continuamente?... -- Ah, sì... Novella! -- Ma

perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua?

Novella, hai detto?... Sì, sì...»

E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia

bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana,

perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si

mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così

lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e

gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte

le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi

sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore,

in una striscia, in un punto...

Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso

come un incubo: «Novella...»

E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso

ch'era divenuto greve.

«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se

voglio; se voglio, rido! -- È notte. -- Ebbene, se è notte, che fa? --

Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! -- Fa buio.

-- Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso,

arroventato come la bocca d'un forno. -- Questo è il sole: un bel disco

rosso che mi piace assai di vedere.»

Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse

una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno

proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i

pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono

quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole

come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata

ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si

confisse obliquo contro la sommità del petto.

Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere

tutti i fili, -- e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso

da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più

persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di

tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.

Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il

colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno:

tutto.

L'altr'uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un

battito che non c'era più, chinò l'orecchio sul cuore del fantoccio, ed

arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:

«No.»

Tutta la casa, fra muro e muro, da' solai tenebrosi alle rombanti

cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...

La canzone diceva:

. . . . . . .

«...e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli

lontani...

Cammina: la vita comincia

domani, domani, domani...»

X

Ora, svanito il sogno, si ritrovò solo davanti a quel morto. Non più

fantasmi assedianti, non più misteriose voci nè musiche immaginarie per

la gran casa muta, ma un uomo calmo e logico di fronte ad un cadavere

ingombrante.

Con uno di quegli sforzi estremi della volontà, che riuscivano ad

incurvare la sua forza come un duro metallo, giunse a ricacciare da sè

quella torma di paurose allucinazioni, per affacciarsi con tutta la sua

chiarezza mentale ad una sola necessità: quella di nascondere il delitto

compiuto e dare alla morte di quell'uomo l'apparenza più naturale.

Bisognava, con uno sforzo quasi eroico, annullare il proprio essere

sensorio, non vivere per qualche attimo che di cervello; bisognava

soffocare il rimorso, il ribrezzo, lo stordimento, la paura, distruggere

in sè la memoria, il nome stesso di quel morto, per inscenare il quadro

più verisimile intorno alla sua spoglia muta.

Anzi tutto rimuoverlo da quella stanza, sollevarlo su le proprie

braccia, e nel buio, senza rumore, traversando il corridoio, portarlo a

giacere nel suo letto. Egli vide tutto questo con precisione, come se un

altro lo dovesse fare in sua vece; poi sùbito, con quella rapidità

d'azione che in lui seguiva il pensiero, comandò a sè stesso: --

«Ubbidisci!»

«Ubbidisci!» In tante ore della vita gli era stato necessario darsi

questo comando breve. Ed era, non la sua stessa voce, ma la voce d'un

tiranno interiore che glielo gridava contro i timpani, che inchiodava

questa parola nella sua volontà a colpi di martello, facendolo tutto

vibrare. Avesselo condotto su l'orlo d'un abisso e detto: «Balza!» --

egli, senza retrocedere, avrebbe spiccato il salto. Avessegli detto: --

«Cammina contro mille, perchè necessario è camminare!» -- e contro

mille, da solo, senza tremito, avrebbe camminato. Questa voce che in lui

dettava era veramente il suo Dio.

Il morto era nel mezzo della camera; la sua goffa ombra invadeva il

pavimento, la parete; egli stava in piedi entro quell'ombra, sapeva di

esservi, ed anzi gli sembrò d'averne i piedi avvinti, sì che fece uno

sforzo muscolare per divincolarsi da lei. Ma l'ombra lo teneva in sè

come una preda, l'avviluppava nel suo fermo tentacolo, nel suo mantello

d'immobilità.

Pensò allora che bisognava spegnere quell'ombra, anche perchè non si

vedesse dal giardino la sua finestra troppo a lungo illuminata; e

trattosi da lei con la fatica dell'uomo che vinca una melma tenace, andò

alla finestra, onde guardare se fossevi abbastanza lume di stelle per

compiere quel che doveva nel buio.

Una effusa chiarità lunare vestiva tra gli alberi una magnolia lucente,

ed egli vide in capo dei possenti rami cullarsi quei suoi grandi fiori

lascivi e candidi come un seno incipriato, che pareva dormissero su la

pigrizia d'un'acqua sonnolenta.

Dietro i vetri chiusi, egli non sentiva il profumo della notte

primaverile; ma la fragranza di quei fiori di magnolia, che dall'albero

antico e brillante incensavano l'aria come fontane di soavità, gli

eruppe in faccia con una larga ondata, salendogli fino al cervello, così

fortemente, che il profumo della notte lo stordì. Quella fragranza,

quella chiarità lunare su l'albero di magnolia, e tutta insieme quella

pace azzurra trascorrente nelle vive arterie della notte, eran ancora

immagini delle cose a lui vietate, eran sirene che parevano attrarlo

dentro un incantesimo di pace, visioni che lo persuadevano alla dolcezza

dell'oblìo.

-- «Sì, puoi spegnere il lume,» -- disse a lui, nell'intimo, la voce del

suo vigilante complice.

Retrocesse dalla finestra verso la tavola, spingendosi a forza di

scatti, come un animale restìo, e nel posare le dita su la chiavetta del

riflettore osservò che il suo polso non era fermo.

-- «Tremi?»

Questa parola ch'egli aveva odiata conveniva ora dunque per lui?

-- «No, non tremo!»

E rapidamente spense il lume.

Ora egli vide cadere dall'alto soffitto una molteplice cortina di

mantelli neri, che si srotolavan l'uno dopo l'altro, grevi, enormi,

funerei, come una tenebra che rapidamente aumentasse.

Non vedeva più nulla; era solo, sperso, nel silenzio assoluto,

nell'assoluto buio.

Con le dita fredde si stropicciò gli occhi, perchè si accorse che quel

tenebrore pioveva in lui, non intorno. Allora, in un lampeggiamento di

strappi rossi, cominciò a distinguere. A distinguere la finestra che

inazzurrava, l'alta parete imbiancata, i mobili fermi, l'ombra...

quell'ombra inamovibile. E vide una cosa orrenda: la faccia del

cadavere, torta su la spalliera, convulsa in un sogghigno che pareva di

riso.

Allora, per la prima volta nella vita, il cuore accelerando e sostando,

gli fece conoscere cos'era veramente la paura. S'agghiadò e retrocesse,

brancolando con la mano che ricercava il lume.

«Tremi! tremi! tremi!...» -- gli urlava dentro sarcasticamente la voce

nemica.

-- «No!»

E si aderse in tutte le sue membra, di scatto, come davanti ad una

provocazione. Si sentiva nei polsi, contro le tempie, battere il sangue

a fiotti; gli pareva che la camera desse un continuo traballamento.

Poi si provò a guardare un'altra volta verso quel riso che l'atterriva:

e lo sostenne.

Non era più riso, ma uno spasimo che aveva in sè, nello stesso tempo

qualcosa di selvaggio e d'inerte. Provò a ragionare per darsi animo:

-- «È un morto, -- si disse, -- come ne ho veduti centinaia; il

principio della polvere... insensibilità, silenzio, fine.»

Ma non gli pareva che fosse un morto come l'altre centinaia, che non

fosse materia senza uomo, che non tacesse, che non fosse finito.

Avendo l'uso di separare il proprio cervello dagli errori della

sensibilità, si mosse un'accusa ponderata, osservando: -- «È l'anima tua

che gli presti e sono i tuoi sensi alterati che propagano su lui una

parvenza di vita. Ma questa è materia che solo pesa; è cosa morta, cioè

senza possibilità, e non la devi temere.»

Per analogia gli riapparve, come in una visione distante, il cavalluccio

sardegnolo morto nella sala operatoria fra i veterinari che ridevano.

-- «Bada, -- lo avvertì la voce -- che il tempo corre.»

Infatti ebbe la sensazione immateriale di qualcosa che continuamente

correndo fosse continuamente più in là del pensiero; questa cosa era il

Tempo. E smarrendosi nella sua fuga immensa, piccola e vana cosa gli

parve il suo delitto, che non poteva nemmeno sospendere d'un attimo quel

perpetuo volare.

Gli avvenne di supporre che gli uomini, quasi per dare un senso al

Tempo, avessero immaginato Dio.

Questa osservazione, sorta in una specie di pausa interiore, gli sembrò

logica; ma in essa v'era quel nome di tre lettere, che lo accese di

ribellione, quantunque insieme s'accorgesse ch'era semplicemente una

parola.

-- «Dio: la gran fiaba del mondo!... Ma tu che fai? sogni?»

Possessore di sè, cauto, vigile, s'appressò all'uscio in ascolto; girò

la chiave nella serratura, lentamente, perchè non stridessero gli

ingegni; aperse uno spiraglio, v'appressò l'orecchio. Il filo d'aria gli

produceva sul timpano una specie di ronzìo. Non altro romore si udiva

per la casa dormente: appena quel rombo imprecisabile che nasce dalla

presenza d'esseri vivi entro i muri d'un edificio.

Uscì nel corridoio, giunse fino al pianerottolo, ed un senso di libertà

quasi gioconda entrò nelle sue fredde vene, come quando si riacquista il

respiro dopo un principio di soffocazione.

-- «Bada... -- egli suggerì a sè medesimo -- le tue scarpe...»

Scricchiolavano. Un rumore minimo, che gli parve grande. Strisciò a

passi lenti fino all'uscio della camera di Giorgio; l'aperse con

cautela, ma interamente, per aver libero il passaggio allorchè

tornerebbe con il cadavere su le braccia. S'avvicinò al letto per

studiare in qual modo ve lo avrebbe disteso. Vedendo l'incavatura nei

guanciali sovrapposti ed il solco profondo che la persona dell'infermo

aveva lasciato nel lenzuolo, già gli pareva di recarlo su le braccia e

di sentirne il rigido peso, che gli faceva scorrere dentro l'arterie

pulsanti una vena di freddo sottile.

Perchè la deposizione gli riuscisse più facile, rimboccò la coltre fino

a mezzo il letto, poi cautamente rifece il cammino, strisciando lungo il

muro, trattenendo il respiro, vigile e pauroso come un ladro.

-- «Se alcuno scendesse quand'io passerò col mio carico?...»

-- «Fa presto! -- gli comandò la voce. -- Fa presto!»

Rientrò nella camera dov'era il morto, e s'attendeva quasi a trovarvi

una trasformazione, o suppose, per mo' d'assurdo, la cosa più

inverosimile: che il morto non ci fosse più. Era invece nella medesima

positura, di sbieco traverso la poltrona, con il capo torto su la

spalliera, le braccia pendenti, i pugni chiusi, le gambe unite per le

ginocchia, simili a gambe di sciancato. Che orrore!... Come già era

lontano entro la morte quel miserando corpo! Ed ora bisognava

sollevarlo, avere il coraggio supremo di reggerne il peso contro il suo

petto... Che orrore!

Provò ad avvicinarsi; ma gravitò indietro, quasi resistendo ad una mano

che gli avesse dato un urto per spingerlo su di lui.

Allora, in quel punto, si ricordò che le sue scarpe scricchiolavano; e

cavatele in fretta, cercò a tastoni presso il letto le pantofole di

feltro. Si vide pronto, e gli parve d'un tratto che mai non avrebbe

saputo varcare quella breve distanza. Sbarrò gli occhi e su le iridi

provò una sensazione di freddo; si mise a considerare l'ipotesi che il

coraggio gli venisse meno, che le sue braccia mancassero di forza per

sollevare quel peso; un gran terrore s'aperse in lui, vuoto e freddo

come un'enorme voragine.

-- «C'è dunque una cosa che tu non sappia osare? -- No, impossibile! --

Tu, che non credi alla divinità della morte, vacilleresti ora come una

femminuccia? Chi mai t'impedisce di sollevarlo? Il Soprannaturale forse?

-- Non c'è Soprannaturale!... Avanti!»

Alle sue ginocchia disse: «Avanti!» -- al suo piede feltrato, e lo disse

più fortemente al cuore che batteva.

-- «Ti perdi e la perdi... Chi?... Lei!»

Allora la vide, che dormiva nel suo letto, immersa nelle sue trecce

allentate, o forse che vegliava, sollevata sui guanciali, con il viso

fra i palmi, a sua volta pensierosa di doversi uccidere.

-- «Avanti! È necessario!»

Si ribatteva questa parola dentro il cervello, senza tuttavia riceverne

alcun senso di necessità. Gli pareva di camminare, ed era sempre fermo,

gli pareva d'esser giunto presso il cadavere, di sollevarlo, ed un senso

d'orrore lo faceva retrocedere, senza che si fosse mosso. Mentre così

perplesso vacillava cercando di riafferrare la sua volontà impossente,

parvegli udir rumore.

Si risovvenne di quegli usci aperti e l'istinto fisico della propria

salvezza fu quello che lo sospinse.

In un baleno, si curvò sul morto... ma gli stridevano i denti; le

braccia gli si erano indurite nelle giunture, pesavano come fosser

piombo, e gli doleva d'un dolore acuto, fra vertebra e vertebra, la

spina dorsale.

Però s'era detto e si diceva:

-- «O ch'io lo porti, o ch'io muoia!»

S'inginocchiò: fece, nel sollevarlo, uno sforzo maggiore del necessario,

ed il corpo scosso gli traballò contro il petto, quasi cercasse

d'avvinghiarlo in un abbraccio macabro. Aveva contro la bocca una spalla

del morto, ed uno di quei gomiti acuti gli premeva su le costole come

per resistere alla sua stretta brutale. Sentiva su l'avambraccio il peso

del capo riverso, e su lo stinco e sul polpaccio, mentre s'alzava, i

colpi di quei calcagni penzolanti.

-- «Lo porto! lo porto!»

Chiudeva gli occhi per terrore; li apriva per veder la strada.

-- «Così lieve? No, così greve. -- Perchè ragiono? -- Avanti! Passeremo

per l'uscio? -- Sì, di sghembo. -- E se cade?...»

Allora serrava le braccia. Gli sembrò che il morto lasciasse nella

poltrona qualcosa di sè. Pur tenendolo forte, si volse a guardare.

Duplice lo rivide: com'era innanzi e com'era, supino, sul catafalco

delle sue braccia.

In quel momento s'accorse di non tremare più; fece un passo, poi un

altro, poi molti, e pose un'attenzione estrema nel non urtare contro

l'uscio. Diceva continuamente, a fior di labbro, quasi per aiutarsi

nell'opera:

-- «Sì, sì, sì...»

Sporse prima il capo del cadavere, indi passò con tutto il corpo. Nel

corridoio bisognava camminar obliquamente, ma la strada era facile.

«Sì, sì...»

E nell'andare gli venne in mente che Marcuccio era innamorato della

Berta...

Ogni tanto i calcagni duri battevano contro la sua coscia; quel gomito

confitto nel suo petto gli dava estremamente noia. Non poteva ben

comprendere se andasse in fretta o piano, ma la strada gli parve lunga,

e non trovava l'uscio. Tuttavia, dalla soglia di quella camera una

velata chiarità filtrava nel corridoio notturno, ed egli finalmente la

vide.

-- «Sì, sì...»

Gli sporse dentro i piedi, quindi passò con tutto il corpo; l'adagiò

malamente sul letto e si volse rapido a rinchiuder l'uscio. Una specie

d'ilarità silenziosa gli eruppe dall'anima; quasi ebbe voglia di

beffarsi del suo terrore vinto; si toccò, una dopo l'altra, le braccia,

poi la fronte, ch'era un po' sudata.

-- «Salvo!»

-- «Non ancora, -- gli suggerì la voce: -- svéstilo.»

Già, bisognava svestirlo. Doveva essere morto nel suo letto, senza urlo,

solo.

-- «Svèstilo»

-- «Sì, lo faccio, guarda: ora è facile!»

Il morto era coricato in obliquo su la larghezza del letto; le gambe

sovrapposte gli pendevano in fuori. Egli s'inginocchiò su lo scendiletto

e gli tolse le scarpe, adagio, come se avesse tempo da perdere; gli

tolse anche le calze, e con ordine le ripose dov'erano di consueto.

Una bella striscia di luna rischiarava meglio di un candelabro; in quel

chiarore azzurro si vedeva ogni cosa distinta, ma quasi ravvolta in un

contorno d 'irrealità.

Gli sbottonò i calzoni, glieli tolse, dopo averlo sollevato con fatica;

li piegò, li mise a cavalcioni d'una seggiola, dov'egli era solito porli

quando si ricoricava. Non s'era messo mutande: le due gambe giallastre,

aride come due lunghi batacchi, percorse da un rilievo di tendini che

parevan funi tese, erano fredde di quel freddo particolare che si

distingue da ogni altro, ed al quale non v'è parola che somigli tranne

la parola: «morte».

Le due ginocchia parevano intorneate da una chiazza d'ombra; le cosce

ischeletrite, simili a quelle d'un paralitico, mostravan più dell'altre

membra i segni della consumazione.

Ed egli, che lo svestiva ormai senza paura, s'indugiò per un attimo a

considerare quella virilità estinta, rievocando nel bagliore d'un lampo

l'immagine sensuale della donna che il morto aveva posseduta. Gli sembrò

ch'ella stesse con loro, muta, in un angolo, e si svestisse ignuda,

sbarrando i suoi chiari occhi pieni di voluttà per assistere in tutta la

sua bellezza all'epilogo della lor tragedia umana.

Egli traeva da questo pensiero un tale senso di ribrezzo e d'ansietà,

che ne aveva l'anima oppressa; e tuttavia perdendo la nozione del tempo,

gli pareva di poter compiere quella sua lugubre faccenda con la maggiore

lentezza. Si preparava oculatamente un alibi morale, badando a non

scordare la più piccola cosa, a non lasciare in quella camera dove

Giorgio doveva esser morto alcunchè d'inspiegabile o d'inconsueto.

Allora, sbottonatagli la giubba, sollevò il cadavere, prima sovra una

spalla, poi su l'altra, poi su entrambe insieme, per fargli uscire dalle

maniche le braccia che incominciavano ad essere, non solo inerti, ma

rigide.

Questa operazione gli prese tempo; ed anzi egli rischiò di lacerare la

stoffa. Ma quando l'ebbe finalmente liberato da quella casacca di lana,

ed il morto fu rimasto in camicia, egli provò novamente un senso di

liberazione, poichè gli pareva d'esser vicino al termine del suo crudele

officio. Ormai non gli rimaneva che da stenderlo sotto la coltre e

comporre il letto come se naturalmente vi fosse morto.

Ma una voce interiore gli consigliava senza tregua: -- «Osserva, osserva

bene...» -- quasi per evitargli una distrazione possibile, una di quelle

minime dimenticanze che son talvolta la chiave de' più oscuri delitti.

Egli faceva, nel riflettere, una certa fatica, uno sforzo quasi

muscolare nel convergere tutta la propria attenzione su questo solo

intento, mentre per istinto il suo pensiero cercava di sbandarsi

altrove.

Allora egli andò verso la finestra, per esaminare nella maggior luce

quella casacca di lana, quasi ch'ella potesse conservare un segno

qualsiasi, un'impronta, una macchia di bava, uno strappo, un odore

indefinibile, una piega. L'esaminò per tutti i versi, più volte,

l'odorò: sprigionava un sottile odor di canfora, e null'altro, si

ch'egli si mise a riflettere dove l'infermo la tenesse di consueto.

-- «Nell'armadio, mi pare... Sì, nell'armadio, piegata... non ti

ricordi? -- Infatti.»

Allora la piegò di rovescio, con le maniche in dentro, poi nel mezzo,

indi, appianatala come si conviene, andò all'armadio, e la ripose ove si

ricordava benissimo di averla tante volte veduta.

Nel frattempo s'accorse di ansar forte; allora cominciò a fischiettare,

piano piano, fra i denti, come per accompagnare la sua faccenda e far

qualcosa che gli paresse naturale.

Rinchiuso lo sportello, si guardò in giro. Non rimaneva più nulla da

fare, tranne che occuparsi del letto e del cadavere buttatovi sopra di

traverso. Con la fronte raccolta in una mano, cercò d'immaginare come lo

avrebbe ritrovato il mattino, entrando, se davvero durante la notte,

senz'alcun testimonio, si fosse spento. Non gli riusciva di vederlo

bene, anzi lo vedeva in mille guise. Allora cercò di raffigurarsi nella

sua memoria di medico altre morti che fossero avvenute in congiunture

simili. Certe fisionomie di cadaveri, dimenticate da tempo, gli si

affacciarono alla mente, quasi fossero sembianze note.

-- «Si muore in tanti modi...» -- pensò. Poi gli parve inutile

riflettere e non volle frapporre altro indugio.

S'avvicinò al letto. Siccome le coltri erano già rimboccate, non durò

fatica nel farle scorrere sotto il corpo giacente, per poterlo

distendere fra i due lenzuoli. Diede una spiumacciata sui due cuscini,

e, preso il cadavere per le caviglie, sollevò le gambe su la proda, indi

sospinse tutto il corpo nel mezzo del letto e ve lo distese. Il capo

s'era insaccato fra i guanciali, ond'egli risollevò di peso tutto il

busto, lasciandolo poi ricadere, affinchè la testa prendesse nel cuscino

la sua positura naturale. Poi raccolse le due braccia, e non sapeva dove

metterle. Provò in diversi modi, fece varie ipotesi, ma nessuna lo

soddisfaceva.

Da ultimo pensò che la sinistra dovesse far l'atto di respingere le

coltri e la destra portarsi alla gola come per vincere una soffocazione.

Quando volle ricoprirlo, vide ch'era nudo fino alla cintola, e dopo

averlo inguainato nella camicia fin sotto le ginocchia, raccolse le

coltri, gliele buttò addosso. Quella ventata scompose i capelli ad

entrambi. Si ravviò i suoi, lentamente. Le coltri si posarono sul morto

con un disordine uguale, ond'egli cercò il suo braccio per portarlo

verso la gola; insieme gli sbottonò il collo della camicia, per

secondare quell'atto. Poi si allontanò di qualche passo ad osservare

l'effetto che faceva.

Non c'era in verità nulla che potesse far nascere un sospetto.

-- «D'altronde, -- disse con lucidezza, -- la commozione di quelli che

lo vedranno domattina non lascerà campo a troppe indagini. E súbito sarà

smosso: bisogna solamente rincalzare la coltre sotto il materasso.»

Lo fece, da un lato e dall'altro, cominciando ai piedi, per quel tratto

che non doveva mostrare alcun segno di disordine; anzi lo fece con tanta

cautela quanta se ne usa nel comporre sotto le coltri una persona cara,

prima che le si dica: -- Dormi.

A piè del letto la seggiola s'era obliquata, lo scendiletto era

scomposto: raddrizzò la sedia, tese il tappeto, s'avvicinò al capo del

morto, quasi volesse dirgli:

-- Ho finito.

Notò allora sul tavolino da notte l'orologio e la catena d'oro che

splendevano; avvertì l'assiduo celere battito del meccanismo, che dianzi

non udiva. Nella caraffa di cristallo brillava l'acqua lucida. Vedendo

l'acqua ebbe sete.

-- «Addio.»

Formulò questa parola: «Addio», senza sapere come gli venisse alle

labbra, senza quasi comprendere perchè la diceva. Questa parola, queste

due sillabe, gli apersero nel cuore uno squarcio di dolore enorme, e gli

parve di non poterlo abbandonare, perchè ora, quel morto, non lo temeva

più: lo amava.

Lo amava, ed era il suo fratello antico, e si chiamava Giorgio; non era

stato ucciso dalla sua mano: era morto, era lì, nel suo letto di morte.

Senza credere, senza saperne il perchè, gli pose una mano su la fredda

fronte, e non con lo spirito, ma con le labbra disse:

-- «Pace.»

La luna, salita al suo culmine, versava per tutta la camera un

incantesimo azzurro, fasciava la coltre del morto in un velo

d'irrealità.

La vita comincia domani: romanzo · 第 11 / 34 题