XXX.

Erano passati molti giorni. Silvio era quasi ristabilito; la sua ferita

al capo s'era cicatrizzata completamente, e l'osso della spalla aveva

ripreso la sua posizione normale.

Tuttavia un mutamento poco favorevole si era prodotto nel suo umore;

egli era passato vivamente per tutta la scala dell'entusiasmo, e ne

aveva ridisceso i gradini ad uno ad uno; ogni giorno che passava era un

sospiro di più nell'anima di Silvio, e un fiore di meno nel giardino.

L'inverno si avvicinava a gran passi, e l'ipocondria del pari —

un'inverno assai rigido ed un'ipocondria inguaribile; il termometro

della natura, e quello del cuore segnavano la stessa distanza dallo

zero.

Dapprincipio Silvio aveva vagheggiato tutte le fila di un'avventura;

quella donna che egli aveva tanto amato viveva sotto lo stesso tetto,

conosceva l'amor suo, lo sapeva ferito, la pietà se non l'amore

l'avrebbe chiamata al suo fianco. Questa sicurezza di cui egli si

compiaceva lo aveva reso più sdegnoso, quasi indolente; quelle poche

reliquie d'un amor sepellito, avevano spezzato la pietra del loro

sepolcro per irrompere violente — la sicurezza le aveva ricacciate

nella tomba.

Il signor Verni era morto; Carlotta vedova; il deplorabile scetticismo,

di cui Silvio avea corazzato il petto, traeva da quei due fatti due

conseguenze che alimentavano le sue speranze e ponevano in pace la sua

coscienza. I doveri d'amico e di moglie non si frapponevano più alla

loro passione.

Silvio non domandava più un amore, domandava una passione; l'eccesso

è bisogno delle anime malate e dei corpi affranti. Egli non reputava

più sè stesso capace d'amore; fors'anco non reputava Carlotta degna.

E tuttavia il suo cuore aveva lottato disperatamente per salvare

quella donna da ogni macchia; tante volte il suo pensiero aveva

voluto spingere le indagini audaci nel passato misterioso di colei,

altrettante ne era stato respinto come un profanatore.

— Il passato non mi appartiene — disse Silvio a sè stesso — l'oggi è

mio.

Malgrado ciò i giorni erano passati uguali, monotoni, senza che nessuna

delle parvenze sperate della sua mente avesse preso corpo e vita vera.

Dopo il secondo giorno, la sua sicurezza si mutò in aspettazione che

aveva tutti i travagli d'una vaga incertezza; dopo il terzo giorno

l'aspettazione divenne desiderio ardente e pauroso. Tutto inutilmente —

Carlotta non venne.

Giovanni era quasi sempre al suo capezzale; ma non era uomo da cui si

potessero avere facilmente molte parole. Tuttavia egli avea istruito

Silvio su molte cose; gli avea detto che Carlotta viveva sola con

una cameriera, e che aveva fatto proposito di non abbandonare mai più

quell'abitazione. Ad ogni altra domanda aveva risposto di non saper

nulla.

Di tal guisa Silvio s'era visto ridotto alle sue fantasie e alla

sua solitudine; fu allora che quel sentimento soffocato riarse più

terribile nel suo petto, e per la prima volta conobbe d'amare tuttavia

d'amore.

Alle vacue lusinghe del suo amor proprio succedette la frenesia del

desiderio e l'ardenza dell'affetto; alle stolte compiacenze dell'oggi,

la sospirosa evocazione del passato. L'ieri così pallido, così povero,

così monotono riappariva alla mente di Silvio luminoso e fantastico,

come le veglie d'un fumatore d'oppio.

Egli ripensava a quella sua finestra amica donde aveva tante volte

sorpreso le pensose passeggiate della solitaria, al pergolato che

aveva visto sfrondarsi sotto i suoi occhi, al sedile di sasso su cui,

sotto le forme della solitudine e del mistero, egli aveva rinvenuto

l'immagine di Carlotta. Ahimè! egli sarebbe rientrato nelle sue camere,

avrebbe riveduto presto, troppo presto, quei luoghi, ma non avrebbe

ritrovato più mai il bene che avea perduto. L'agile fantasma del suo

amore lo avrebbe forse sfuggito.

E Silvio, che poco prima si riputava fortunato e indolente possessore

d'una suprema felicità, rimpiangeva amaramente le chimere d'un tempo.

Sì, anche le chimere avrebbero abbandonato il suo cuore; egli sarebbe

rimasto solo, solo colla fatale certezza che Carlotta non avrebbe

sentito mai nulla per lui.

Uno spasimo dissimulato si aggiungeva alle sue torture. Quell'uomo,

quell'uomo che egli aveva visto nel giardino non era forse un amante?

Ben è vero che Giovanni gli aveva detto che Carlotta viveva sola, ma

supponendo anche che Giovanni non mentisse, la presenza di quell'uomo

nel giardino non era meno sospetta. Ora chi era quell'uomo?

Silvio aveva cercato più volte di domandarne a Giovanni, ma un

sentimento d'orgoglio l'aveva sempre trattenuto. Allora si provò a

rammentare l'immagine di quel personaggio; egli non l'aveva veduto mai

che alle spalle, e non ne aveva serbata quasi alcuna memoria.

— Vediamo, disse a sè stesso una mattina, quell'uomo non era il

cavaliere Salvani; i suoi favoriti rossi e le sue spalle quadrate lo

avrebbero tradito. Pareva alto, proseguì analizzando le sue memorie,

poco più di me certamente, ma più alto di me; aveva movenze lente, più

da uomo maturo che da giovine...

In quella entrò Giovanni.

Un'idea assai naturale, e che le nebbie della gelosia gli avevano

celato fino a quel punto, balenò alla mente di Silvio.

— Se fosse mai!....

Giovanni si accostò al capezzale.

— Sto meglio, gli disse Silvio prevenendo la domanda. Che giorno è oggi?

— Venerdì.

— Quanti ne abbiamo del mese?

— Ventinove.

— Non vi pare che abbia nevicato?

— Sono sicuro di no.

— Credete che nevicherà presto?

— Lo credo. Le montagne sono già tutte coperte.

— Fatemi il favore di assicurarvene.

Giovanni si accostò alla finestra. Silvio guardò attentamente le sue

spalle, e non parve soddisfatto del suo esame.

— Il tempo è asciutto, non è vero?

— Asciuttissimo.

— Dovreste farmi un favore.

— Cento.

— Andate a passeggiare in giardino.

— In giardino?

— Il tempo è asciutto; ve ne prego.

Giovanni parve titubare alquanto.

— Ve ne prego, ripetè Silvio.

— Come volete, disse Giovanni; e s'incamminava per uscire.

— Non ancora. Assai probabilmente voi non avete predilezione per l'una

parte del giardino piuttosto che l'altra?

— Nessuna.

— Passeggiate lungo il viale dei pini, quand'è così; sarà molto meglio.

— Ci s'intende, disse Giovanni tentennando il capo nell'uscire.

Non appena Giovanni ebbe varcato la soglia, Silvio scese d'un balzo dal

letto. Indossò frettoloso alcuni abiti e si accostò barcollando per

la debolezza alla finestra che guardava nel giardino. Un uomo ed una

donna, che parevano usciti in quel punto dalla casa, si allontanavano a

fianco l'un dell'altro lungo un viale.

Quella donna era Carlotta; quell'uomo era _lui_.

Il cuore di Silvio si allargò per la gioia. Se non che in quel punto un

altr'uomo uscì dalla casa, e si diresse alla volta dei due; quest'altro

uomo era Giovanni.

Silvio dovette appoggiarsi alle imposte per non cadere; la gelosia lo

teneva immobile; quell'eterna domanda, eterno supplizio, gli si parava

un'altra volta dinanzi: chi era adunque quell'uomo?

Giovanni raggiunse la sua padrona, e camminò alcuni istanti vicino ad

essa parlandole. Di che cosa?

Silvio non potò dubitarne molto lungamente, però che vide il volto

di Carlotta voltarsi e guardare alla sfuggita la sua finestra, mentre

Giovanni si cacciava per entro ad un sentiero trasversale che metteva

capo al viale dei pini.

Giovanni era un servitore assai rispettoso, e Silvio avrebbe potuto

averne prova, se lo avesse visto pochi istanti dopo passeggiare nel

viale dei pini con uno zelo veramente ammirabile; ma Silvio aveva

occhio a ben altro. Colla fronte ardente appoggiata ai vetri della

finestra egli seguiva d'uno sguardo pauroso e smarrito i due che vedeva

allontanarsi sempre più. Non v'era dubbio; quell'uomo che oggi vedeva

al fianco di Carlotta era quello stesso che aveva visto tante volte; lo

stesso passo, lo stesso abbandono confidenziale. Ma chi era dunque?

Egli stava per acquistare finalmente questa scienza fatale; fra poco

essi sarebbero ritornati sui loro passi ed avrebbero offerto il volto

ai suoi sguardi; pochi minuti, un minuto ancora.....

Intanto Giovanni continuava la sua coscienziosa passeggiata lungo il

viale dei pini....

— Eccoli! gridò il cuore di Silvio.

Infatti Carlotta e il suo cavaliere s'erano voltati verso la casa.

Un piccolo moto di stupore e di dispetto fu il primo indizio della

scoperta di Silvio; quell'uomo era il medico. Un altro moto di

gioia gli seguì ben tosto, quando ebbe notato due cose che parvero

rassicurarlo: il pallore malaticcio di Carlotta, e i lineamenti del

volto del medico. Convien sapere che il signor W**, medico e chirurgo

di Gossau, aveva due occhietti grigi e un naso camuso, oltre ad alcune

ciocche di capelli posticci, coll'aiuto delle quali s'ingegnava di

arrivare alla cinquantina dimostrandone appena i quattro quinti.

Evidentemente il W** non era uomo pericoloso, e Silvio poteva dormire i

suoi sonni tranquilli.

Silvio incominciò dal rimettersi a letto, ma in quanto a dormire, non

pare che sapesse cavarsene colla stessa disinvoltura.

Un segreto, vol. 1 · 第 37 / 42 题