Tutto quel giorno Silvio ebbe la febbre dell'amore. La notte successiva
non chiuse occhio.
Vi sono delle anime, generose ma deboli, che ad ogni apparenza di
ragione si acquetano, e ad ogni nuova tempesta del cuore si abbandonano
lamentevoli o disperate; nature monche, per le quali l'eterno sospiro
alla felicità si tramuta in perpetua miseria — persuasi e dubitosi con
bizzarra vicenda — talora a un punto solo — infelici sempre.
Silvio partecipava di questa natura; la sua fede seguiva ciecamente
le fantastiche movenze del suo spirito irrequieto: accasciamenti
subitanei, brevi e gagliarde riscosse, segnavano la sua vita
intellettuale.
Così è che nei delirii della sua veglia era diventato un'altra volta
entusiasta dell'amor suo; alla neghittosa fiducia era succeduto il
fervido battagliare dell'amore che vuole l'amore. Egli non disperava
più; amava. Carlotta era un angelo; non le domandava più il suo
passato; non dubitava più del presente. Ogni ombra di gelosia era
svanita; dinanzi agli occhi, dinanzi al cuore di Silvio una luce sola,
una gran luce: l'avvenire. Quest'avvenire era l'amore.
In quella notte Silvio provò tutte le dolcezze e gli affanni d'una
cara e melanconica visione; l'immagine di Carlotta gli fu sempre
dinanzi agli occhi. L'atteggiamento molle di lei, le tinte pallide e
i lineamenti patiti del suo volto, gli facevano fede d'una malattia
che la Provvidenza, e non il caso, aveva con misterioso intendimento
collegato al proprio stato.
In quella notte Silvio rinvenne le sue audacie d'un tempo.