Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non
vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia
che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione
viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria
annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita
del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la
caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano
coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli!
ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.
Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava
in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È
assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a
quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino,
evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il
giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così
bella.
Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava
in casa di Carlotta.
Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.
Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato.
E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si
accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa
compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo
consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.
Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era
slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro
che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno
stordimento.
Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di
Carlotta.
Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.
La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi
al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza
dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva
aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo,
aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera.
E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in
quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.
E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con
qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima
volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso
giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua
camera da scapolo.
Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero
importuno, torturò la sua ragione vacillante.
Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento
avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della
volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.
Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi
leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.
— Dorme; diceva l'uno dei due.
— Ha sempre dormito; rispondeva l'altro.
— Buon segno.
Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio.
— Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta
s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito
lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo.
S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza
tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire.
Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto.
— Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione
per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva
imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si
svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi
faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e
spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a
pochi passi.
Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio
di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai
probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e
per Silvio bastava questo.
Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era
certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un
istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e
monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse
che quell'_altro_ s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe
potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi.
Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno
sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla
sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia,
interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi
finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte
le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per
stropicciarli; Silvio fece altrettanto.
Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente
e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi
sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo
pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di
dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine.
Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto
tempo di voltare il capo e di guardare _quell'altro_; ma siccome
_quell'altro_ non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il
partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.
Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava
il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli
cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita
ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del
medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo.
Il medico accennò col capo a _quell'altro_; e _quell'altro_ si mosse
per venirgli in aiuto.
— Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al
nuovo venuto.
Non era il signor Verni.
Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle
saperne di più.
I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini;
il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa
volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i
sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il _caso_ con cui hanno a fare è
di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per
gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata,
come egli aveva temuto.
Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato
sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il
silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni.
— Avete dormito sempre?
— Tutta notte.
— Volete dire tutto il mattino.
— Sarà come voi dite.
— Aveste delirio e sogni agitati?
Silvio, che incominciava a temere che la sua malattia dovesse
permettergli troppo presto di abbandonare quella casa, volle essere del
parere del medico, e rispose che aveva avuto delirio e sogni agitati.
— Non vi destaste qualche volta di soprasalto?
— Credo di sì.
Il medico visibilmente lusingato della sua infallibilità, sorrise a
fior di labbro, e atteggiandosi come un senatore romano, domandò il
polso.
— Cento pulsazioni al minuto, disse fra sè.
Silvio lo interrogava collo sguardo.
— Avrete la febbre, sentenziò l'Esculapio.
— Buono, pensò Silvio. E sarò guarito? aggiunse forte.
— Presto, mi lusingo. Conservatevi immobile più che vi è possibile;
l'immobilità accelererà la guarigione.
— Ponete che io sia una pietra.
Quando la fasciatura della spalla fu compiuta, il medico se ne andò, e
Silvio rimase solo. Poco dopo ritornò quell'uomo che aveva accompagnato
il medico. Silvio vide una faccia serena, e prese confidenza.
— Signore, disse dolcemente.
Quell'uomo si appressò premuroso.
— Mi chiamo Giovanni.
— Volete dire?... balbettò Silvio imbarazzato.
— Sono un antico servitore della casa.
— Antico, voi dite? Vedendovi non lo si crederebbe.
— Ho sessant'anni.
— È un'età ragionevole.
— Ragionevolissima.
— E da quanto tempo servite il signor Verni?
Giovanni guardò Silvio in faccia con lieve atto di stupore.
— Da quindici anni.
— E come passa egli i suoi giorni il signor Verni?
Lo stupore di Giovanni questa volta fu assai più visibile.
— Avete la febbre? domandò premuroso.
— Cento pulsazioni al minuto; lo ha detto il medico.
— Se fossero di più?
— Può essere; da che lo argomentate?
— Ehi.... diamine; dal vostro volto... più arrossato di poc'anzi.
— Non monta. Vi dicevo adunque... che cosa vi dicevo?
— Il delirio incomincia; pensò Giovanni.
— Ah! Vi domandavo del signor Verni. Che sorta di vita è la sua?
— Di vita, avete detto? Un assai cattivo genere di vita, in fede mia,
se così volete chiamarlo.
— Non vi comprendo; che cosa dunque è avvenuto all'ottimo signor Verni?
— Lo ignorate?
— Pare di sì.
— È strano; un amico di casa!
Silvio fe' un cenno del capo come per ringraziare di questo titolo
onorifico.
— Il mio padrone vi rammentava spesso...
— Il vostro padrone è assai buono, interruppe Silvio, per cui
l'amicizia del signor Verni era un rimprovero. Ho viaggiato; è molto
tempo che viaggio...
— Quand'è così, poichè lo ignorate, il mio padrone...
— Ebbene?
Giovanni fece un gesto assai espressivo, e portò una mano sugli occhi
per nascondere una lagrima.
— Morto! ripetè Silvio tra sè, meno addolorato che sorpreso di questa
novella.
Per alcun tempo nissuno dei due fece motto. Silvio levava a quando a
quando gli occhi, e incontrava la figura mesta di Giovanni, col capo
sempre inchinato sul petto, e gli occhi fissi al suolo.
Questa notizia era così inaspettata, e per essa era stato così
improvvisamente mutato tutto l'ordine delle idee e dei progetti di
Silvio, che egli non seppe più riannodare il filo dell'interrogatorio
incominciato. Giovanni fu il primo ad uscire dalle sue fantasie
melanconiche, e ne uscì con un grosso sospiro più eloquente
d'un'elegia.
— Avete fame...? domandò a Silvio.
Silvio non aveva ancora avuto tempo a pensarci; ma quando si ha
ventisette anni, non si può dimenticare per ventidue ore il proprio
pranzo senza qualche inconveniente. La caduta, la febbre, il sonno,
l'emozione e l'amore, avevano potuto molto sul ventricolo di Silvio;
ma infine egli aveva ventisette anni, e non aveva mangiato da
ventidue ore; però, per quanto il dolore della triste novella poteva
consentirlo, egli confessò candidamente che aveva appetito.