XXVIII.

Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non

vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia

che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione

viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria

annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita

del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la

caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano

coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli!

ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.

Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava

in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È

assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a

quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino,

evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il

giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così

bella.

Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava

in casa di Carlotta.

Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.

Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato.

E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si

accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa

compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo

consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.

Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era

slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro

che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno

stordimento.

Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di

Carlotta.

Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.

La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi

al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza

dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva

aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo,

aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera.

E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in

quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.

E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con

qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima

volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso

giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua

camera da scapolo.

Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero

importuno, torturò la sua ragione vacillante.

Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento

avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della

volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.

Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi

leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.

— Dorme; diceva l'uno dei due.

— Ha sempre dormito; rispondeva l'altro.

— Buon segno.

Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio.

— Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta

s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito

lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo.

S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza

tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire.

Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto.

— Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione

per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva

imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si

svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi

faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e

spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a

pochi passi.

Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio

di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai

probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e

per Silvio bastava questo.

Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era

certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un

istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e

monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse

che quell'_altro_ s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe

potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi.

Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno

sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla

sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia,

interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi

finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte

le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per

stropicciarli; Silvio fece altrettanto.

Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente

e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi

sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo

pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di

dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine.

Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto

tempo di voltare il capo e di guardare _quell'altro_; ma siccome

_quell'altro_ non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il

partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.

Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava

il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli

cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita

ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del

medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo.

Il medico accennò col capo a _quell'altro_; e _quell'altro_ si mosse

per venirgli in aiuto.

— Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al

nuovo venuto.

Non era il signor Verni.

Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle

saperne di più.

I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini;

il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa

volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i

sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il _caso_ con cui hanno a fare è

di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per

gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata,

come egli aveva temuto.

Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato

sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il

silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni.

— Avete dormito sempre?

— Tutta notte.

— Volete dire tutto il mattino.

— Sarà come voi dite.

— Aveste delirio e sogni agitati?

Silvio, che incominciava a temere che la sua malattia dovesse

permettergli troppo presto di abbandonare quella casa, volle essere del

parere del medico, e rispose che aveva avuto delirio e sogni agitati.

— Non vi destaste qualche volta di soprasalto?

— Credo di sì.

Il medico visibilmente lusingato della sua infallibilità, sorrise a

fior di labbro, e atteggiandosi come un senatore romano, domandò il

polso.

— Cento pulsazioni al minuto, disse fra sè.

Silvio lo interrogava collo sguardo.

— Avrete la febbre, sentenziò l'Esculapio.

— Buono, pensò Silvio. E sarò guarito? aggiunse forte.

— Presto, mi lusingo. Conservatevi immobile più che vi è possibile;

l'immobilità accelererà la guarigione.

— Ponete che io sia una pietra.

Quando la fasciatura della spalla fu compiuta, il medico se ne andò, e

Silvio rimase solo. Poco dopo ritornò quell'uomo che aveva accompagnato

il medico. Silvio vide una faccia serena, e prese confidenza.

— Signore, disse dolcemente.

Quell'uomo si appressò premuroso.

— Mi chiamo Giovanni.

— Volete dire?... balbettò Silvio imbarazzato.

— Sono un antico servitore della casa.

— Antico, voi dite? Vedendovi non lo si crederebbe.

— Ho sessant'anni.

— È un'età ragionevole.

— Ragionevolissima.

— E da quanto tempo servite il signor Verni?

Giovanni guardò Silvio in faccia con lieve atto di stupore.

— Da quindici anni.

— E come passa egli i suoi giorni il signor Verni?

Lo stupore di Giovanni questa volta fu assai più visibile.

— Avete la febbre? domandò premuroso.

— Cento pulsazioni al minuto; lo ha detto il medico.

— Se fossero di più?

— Può essere; da che lo argomentate?

— Ehi.... diamine; dal vostro volto... più arrossato di poc'anzi.

— Non monta. Vi dicevo adunque... che cosa vi dicevo?

— Il delirio incomincia; pensò Giovanni.

— Ah! Vi domandavo del signor Verni. Che sorta di vita è la sua?

— Di vita, avete detto? Un assai cattivo genere di vita, in fede mia,

se così volete chiamarlo.

— Non vi comprendo; che cosa dunque è avvenuto all'ottimo signor Verni?

— Lo ignorate?

— Pare di sì.

— È strano; un amico di casa!

Silvio fe' un cenno del capo come per ringraziare di questo titolo

onorifico.

— Il mio padrone vi rammentava spesso...

— Il vostro padrone è assai buono, interruppe Silvio, per cui

l'amicizia del signor Verni era un rimprovero. Ho viaggiato; è molto

tempo che viaggio...

— Quand'è così, poichè lo ignorate, il mio padrone...

— Ebbene?

Giovanni fece un gesto assai espressivo, e portò una mano sugli occhi

per nascondere una lagrima.

— Morto! ripetè Silvio tra sè, meno addolorato che sorpreso di questa

novella.

Per alcun tempo nissuno dei due fece motto. Silvio levava a quando a

quando gli occhi, e incontrava la figura mesta di Giovanni, col capo

sempre inchinato sul petto, e gli occhi fissi al suolo.

Questa notizia era così inaspettata, e per essa era stato così

improvvisamente mutato tutto l'ordine delle idee e dei progetti di

Silvio, che egli non seppe più riannodare il filo dell'interrogatorio

incominciato. Giovanni fu il primo ad uscire dalle sue fantasie

melanconiche, e ne uscì con un grosso sospiro più eloquente

d'un'elegia.

— Avete fame...? domandò a Silvio.

Silvio non aveva ancora avuto tempo a pensarci; ma quando si ha

ventisette anni, non si può dimenticare per ventidue ore il proprio

pranzo senza qualche inconveniente. La caduta, la febbre, il sonno,

l'emozione e l'amore, avevano potuto molto sul ventricolo di Silvio;

ma infine egli aveva ventisette anni, e non aveva mangiato da

ventidue ore; però, per quanto il dolore della triste novella poteva

consentirlo, egli confessò candidamente che aveva appetito.

Un segreto, vol. 1 · 第 35 / 42 题